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[28.02.2012] di Sharmine Narwani   (trad. di Levred per GilGuySparks)

La percezione è politica al 100 per cento“, recita il vecchio adagio.
Di’ qualcosa tre, cinque, sette volte, e inizi a crederci nello stesso modo in cui  “riconosci” che l’aspirina fa bene al cuore.
A volte, però, la percezione è una cosa pericolosa. Nello sporco gioco della politica, è la percezione – non i fatti – di un problema ad avere il sopravvento.
Nel caso del conflitto che infuria in Siria, la sola questione fondamentale che mette in moto tutto il dibattito internazionale sulla crisi è il conteggio delle morti e il suo corollario: la lista delle vittime siriane.

La “lista” è ormai ampiamente accettata – se non in modo specifico, allora in modo certo, quando vengono sbandierati numeri attorno ai 4.000, 5.000, 6.000 – a volte di più. Questi non sono semplici numeri, ma rappresentano siriani morti.

Ma è qui che cominciano i pericoli della percezione. Ci sono molte liste di vittime siriane che concorrono con diversi conteggi – come si fa, per esempio a stimare se X è un numero preciso di morti? Come sono state verificate le morti? Chi le verifica ed essi hanno un interesse? I morti sono tutti civili? Sono civili pro o anti regime? Questi elenchi comprendono i 2.000 morti circa delle forze di sicurezza siriane? Essi comprendono i membri dei gruppi armati? Come fa il compilatore della lista a stabilire la differenza tra un civile e un membro borghese della milizia?

Anche la logistica inganna. Come fanno ad operare conteggi accurati in tutta la Siria ogni singolo giorno? Un membro di una squadra libanese di accertamento dei fatti, che investigava sui morti dei manifestanti palestinesi del 15 maggio 2011, colpiti dagli israeliani lungo la frontiera libanese, mi ha detto che ci sono volute tre settimane per scoprire che vi furono solo sei morti, e non gli 11, contati il giorno dell’incidente. E in quel caso, l’intero confronto è durato solo poche ore.

Come si fa allora a contare 20, 40, o 200 vittime in poche ore mentre il conflitto continua a infuriargli intorno?

Il mio primo approdo, nel tentativo di dare una risposta a queste domande riguardo alla lista di vittime, è stato l’Ufficio delle Nazioni Unite dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR), che sembrava probabilmente la fonte più affidabile di informazioni sul numero siriano dei morti – fino quando, il mese scorso, smise di tenere il conto.

L’ONU ha iniziato il suo lavoro nel fornire un conteggio delle vittime siriane nel settembre del 2011, basato principalmente su elenchi forniti da cinque diverse fonti. Tre delle loro fonti erano nominate: Il Centro di Documentazione sulle Violazioni (VDC), l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), e il sito siriano Shuhada. A quel tempo, le liste variavano nel numero da 2.400 a circa 3.800 vittime.

La lista non-Onu di vittime citata più spesso nei media generali è quella dell’Osservatorio Siriano – o SOHR.

Il mese scorso, SOHR ebbe qualche titolo in prima pagina, quando spuntarono notizie di una spaccatura riguardo a punti di vista politici e riguardo al conteggio dei morti. Due Osservatori Siriani per i Diritti Umani concorrenti rivendicavano l’autenticità, ma il gruppo guidato da Rami Abdul Rahman è il solo riconosciuto da Amnesty International.


Il portavoce dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR), Rupert Colville, dichiarò durante una intervista telefonica che l’Onu valuta le sue fonti per verificare “se esse sono affidabili“, ma sembrava prendere le distanze dal SOHR più tardi – nel corso di un diverbio pubblico – dicendo: “Il collaboratore (dell’ONU) più coinvolto nelle liste … non aveva alcun contatto diretto con l’Osservatorio Siriano, anche se abbiamo dato uno sguardo ai loro numeri. Questo non era un gruppo che aveva al riguardo alcuna conoscenza di maggior rilievo, e né aveva base nella regione, quindi siamo stati un po’ diffidenti rispetto ad esso.

Colville ha spiegato che l’ONU ha cercato in ogni momento “di effettuare stime prudenti” e che “si ha ragionevole certezza che le cifre arrotondate non siano distanti.

Mentre “ottenendo anche un riscontro da vittime e disertori – che hanno confermato alcuni nomi specifici,” le Nazioni Unite, ha detto Colville, “non sono in grado di fare un controllo incrociato dei nomi e non saranno mai in grado di farlo.”

Ho parlato con lui di nuovo dopo che l’Onu ha deciso di fermare il conteggio delle vittime alla fine di gennaio. “Non è mai stato facile fare una verifica, ma era un po’ più chiaro prima. La composizione del conflitto è cambiata. E’ diventato molto più complesso, frammentato“, dice Colville. “Anche se non abbiamo dubbio ci sono vittime civili e militari … non possiamo davvero quantificarle.

Le liste sono chiare – la domanda è se siamo in grado di     sottoscrivere pienamente la loro accuratezza,” spiega, citando i “numeri più alti” come ostacolo alla verifica.

La lista delle vittime da vicino: alcune storie dietro i numeri

Dato che l’ONU ha fermato il suo conteggio delle vittime, i giornalisti hanno iniziato a tornare indietro alle loro fonti originali sul numero dei morti siriani. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) è ancora il più importante tra di loro.

L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani di Abdul Rahman non mette il suo elenco a disposizione di tutto il pubblico, ma ai primi di febbraio ho trovato un link a un elenco sull’altro sito web del SOHR e ho deciso di dare un’occhiata. Il database elenca nome, età, sesso, città, provincia e data di morte della vittima – quando disponibile. Nel dicembre 2011, per esempio, i nomi della lista registravano circa 77 vittime di cui non si fornivano informazioni di identificazione. In totale, ci sono circa 260 persone prive d’identità sulla lista.

In quel periodo, mi ero imbattuto nella mia prima lista di siriani uccisi nella crisi, compilata, secondo quanto riferito, in coordinamento con l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, e che conteneva i nomi dei rifugiati palestinesi uccisi dal fuoco israeliano sulle alture del Golan il 15 maggio 2011 e il 5 giugno 2011, quando dei manifestanti si riunirono in corrispondenza della linea di armistizio della Siria con Israele. Così la mia prima verifica fu quella di vedere se quel genere di errore vistoso apparisse nella lista dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) che io indago in questo pezzo.

Con mio grande stupore, l’intera lista delle vittime di quei due giorni era stata inclusa nel conteggio dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani – quattro dal 15 maggio (# 5160 a # 5163) e 25 vittime del fuoco israeliano dal 5 giugno (# 4629 a # 4653). La lista identifica anche i morti come avvenuti a Quneitra, che si trova sulle alture del Golan.

Inoltre, non ci volle molto per trovare i nomi di siriani pro-regime di grande risonanza nella lista del Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) e per farli combaciare con i filmati su YouTube dei loro funerali. La ragione che sta dietro la ricerca dei links dei funerali è che i funerali pro-regime e anti-regime differiscono piuttosto nettamente negli slogan che cantano e nei cartelli, nei simboli, nelle bandiere che appaiono. Di seguito c’è un elenco di otto di questi individui, che include il loro numero, nome, data e luogo di morte sulla lista delle vittime – seguita da un nostro link video e da ulteriori informazioni, se disponibili:

# 5939, Mohammad Abdo Khadour, 19/04/11, Hama, colonnello dell’esercito siriano non in sevizio, ucciso nella sua auto e morto per ferite multiple da proiettile. Link del funerale.

# 5941, Iyad Harfoush, 18/04/11, Homs, Comandante dell’esercito siriano non in sevizio. In un video, la moglie dice che qualcuno ha iniziato a sparare in gran parte a persone pro-regime nel quartiere di al Zahra a Homs – Harfoush era uscito per indagare sull’accaduto ed era stato ucciso. Link del funerale.

# 5969, Abdo al Tallawi, 17/04/11, Homs, generale dell’esercito siriano ucciso insieme ai suoi due figli e un nipote. Il filmato del funerale mostra tutte le quattro vittime. Gli altri sono anche nella lista al numero 5948, Ahmad al Tallawi, # 5958, Khader al Tallawi e # 5972, Ali al Tallawi, tutti a Homs. Link del funerale.

# 6021, Nidal Janoud, 04/11/11, Tartous, un alawita che è stato gravemente ridotto dai suoi assalitori. Il signore con la barba a destra della foto, e un secondo sospetto, sono ora sotto processo per l’omicidio. Photo link.

# 6022, Yasar Qash’ur, 11/4/11, Tartous, tenente colonnello dell’esercito siriano, ucciso insieme a altri 8 in un agguato su un autobus in Banyas. Link del funerale.

# 6129, Hassan al-Ma’ala, 05/04/11, poliziotto, periferia di Damasco. Link del funerale.

# 6130, Hamid al Khateeb, 05/04/11, poliziotto, periferia di Damasco. Link del funerale.

# 6044, Waeb Issa, 04/10/11, Tartous, colonnello dell’esercito siriano. Link del funerale.

Oltre a figurare nell’elenco dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), il tenente colonnello Yasar Qashur, Harfoush Iyad, Mohammad Abdo Khadour, e il generale Abdo al Tallawi e i suoi due figli e suo nipote appaiono anche su due liste di altre vittime – quella di VDC e quella del sito siriano Shuhada – entrambe utilizzate dalle Nazioni Unite per allestire i loro numeri.

Nir Rosen, un giornalista americano che ha trascorso diversi mesi nei punti caldi della Siria nel 2011, con ampio accesso ai gruppi armati di opposizione, ha riferito in una recente intervista ad Al Jazeera:

“Ogni giorno l’opposizione dà un numero di vittime, di solito senza alcuna spiegazione sulla causa delle morti. Molti degli  uccisi sono infatti combattenti morti dell’opposizione, ma la causa della loro morte viene nascosta e sono descritti nei report come civili innocenti uccisi dalle forze di sicurezza, come se fossero tutti solo a protestare oppure seduti nelle loro case. Naturalmente, queste morti avvengono ancora regolarmente.
    E, ogni giorno, anche membri dell’esercito siriano, delle agenzie di sicurezza, di indefinibili paramilitari e milizie, conosciuti come shabiha ["teppisti"] sono uccisi da combattenti anti-regime.

Il rapporto pubblicato a gennaio dagli Osservatori della Lega Araba dopo la loro missione di osservazione in Siria durata un mese – ampiamente ignorato dai media internazionali – ha testimoniato anche di atti di violenza da parte di gruppi armati dell’opposizione nei confronti sia di civili che di forze di sicurezza.

Il Rapporto afferma: “A Homs, Hama e Idlib, la missione di osservazione ha assistito ad atti di violenza commessi contro forze governative e civili … Esempi di tali atti comprendono il bombardamento di un autobus di civili, che ha ucciso otto persone e ne ha ferito altre, comprese donne e bambini … In un altro incidente a Homs, un autobus della polizia è stato fatto saltare in aria, uccidendo due agenti di polizia.” Gli osservatori sottolineano inoltre che “alcuni dei gruppi armati stavano usando razzi e proiettili perforanti“.

Importante, il rapporto conferma inoltre l’oscuramento delle informazioni delle vittime quando afferma: “i media hanno esagerato la natura degli incidenti e il numero delle persone uccise in incidenti e proteste in alcune città.

Il 3 febbraio, alla vigilia del voto sulla Siria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, comparirono notizie che a Homs era in corso un massacro, con i media generalisti che accettavano che fosse vero e che tutta la violenza venisse commessa dal governo siriano.
E’ stato ampiamente citato dai media l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani di Rami Abdul Rahman che sosteneva che il bilancio delle vittime fosse di 217.
I Comitati di Coordinamento locale (LCC), che forniscono informazioni al VDC, lo hanno fissato in “più di 200,” e il Consiglio nazionale siriano (SNC), un sedicente governo in absentia, principalmente di emigrati, ha sostenuto fossero 260 le vittime.

Il giorno successivo, il numero di vittime era stato abbassato a 55 dai Comitati di Coordinamento locale

Anche se il conteggio è di 55 questo è ancora un grande numero di vittime secondo qualsiasi stima. Ma queste morti erano state causate dal governo siriano, da uomini armati dell’opposizione, o dal fuoco incrociato tra i due gruppi? Questa è ancora la questione che deve sfondare le assordanti narrazioni, gli elenchi e i conteggi dei corpi.

Nel diritto internazionale, il dettaglio conta

Mentre la percezione schiacciante delle vittime siriane finora è stata che esse sono principalmente civili disarmati, deliberatamente presi di mira da parte delle forze governative, è ovvio che queste vittime sono anche suscettibili di includere: civili presi nel fuoco incrociato tra forze governative e uomini armati dell’opposizione; vittime di violenza deliberata da parte di gruppi armati; “combattenti morti dell’opposizione“, il cui abbigliamento non li distingue dai normali civili; e membri delle forze di sicurezza siriane, sia operativi che non in servizio.

Anche se abbiamo potuto verificare i nomi e i numeri di una lista di vittime siriane, noi ancora non conosciamo le loro storie, che, se rivelate, potrebbero proporre un quadro completamente diverso di ciò che sta accadendo oggi in Siria.

Queste domande sono di vitale importanza per capire il peso della responsabilità in questo conflitto. Il diritto internazionale prevede diversi criteri di un conflitto: i due indicatori più utilizzati per questo sono il Principio di Necessità, vale a dire, uso della forza solo quando è necessario, e il Principio di Proporzionalità, cioè uso della forza in maniera proporzionale alla minaccia posta.

Nel caso della Siria – come in Bahrain, Yemen, Egitto e Libia – è opinione diffusa che il governo abbia utilizzato una forza eccessiva in prima istanza. Il presidente siriano Bashar Assad, come molti di questi governanti arabi, ha ammesso “errori” nei primi mesi di proteste. Questi errori includono alcuni decessi da sparatoria e la detenzione di un numero di manifestanti molto più ampio del previsto, alcuni dei quali sarebbero stati torturati.

Supponiamo, senza dubbio, che il governo siriano sia stato zelante nel suo uso della forza inizialmente, e quindi abbia violato il Principio di Necessità. Tendo a credere a questa versione, perché è stato così indicato dalla missione degli osservatori della Lega Araba – primi e unici osservatori delle forze in campo ad indagare la crisi dall’interno del paese.

Tuttavia – e qui è dove entrano le liste delle vittime – non vi è ancora prova sufficiente, non alcun criterio accettabile per un tribunale, che il governo siriano abbia violato il Principio di Proporzionalità. Le affermazioni che il regime abbia usato una forza sproporzionata nell’affrontare la crisi sono, oggi, difficili da accertare, in gran parte perché gli avversari hanno usato armi contro le forze di sicurezza e i civili pro-regime quasi dall’inizio della protesta.

Supponendo che il numero delle vittime fornite dall’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR) delle Nazioni Unite sia di circa 5.000, l’ultima cifra ufficiale fornita dal gruppo. La questione è se questo sia un numero molto sproporzionato di morti, se confrontato direttamente con i circa 2.000 soldati dell’esercito regolare siriano e di altre forze di sicurezza che sono stati uccisi dall’aprile 2011.

Quando si calcolano le morti delle forze governative negli ultimi 11 mesi, essi ammontano a circa sei al giorno. Ciò contrasta con i totali del frequente conto dei morti, circa più di 15 al giorno, diffuso dagli attivisti – molti dei quali non sono forse né vittime civili, né vittime di violenza mirata – e si è vicino alla parità, abbastanza da suggerire un conflitto in cui gli atti di violenza possono essere, in qualche modo, uguali su entrambi i lati.

Domenica scorsa, mentre i siriani si recavano alle urne a votare su un referendum costituzionale, Reuters riferiva – citando l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) – che 9 civili e 4 soldati erano stati uccisi a Homs, e che altrove in Siria ci erano stati feriti 8 civili e 10 delle forze di sicurezza. Questi sono 17 civili e 14 forze del regime – dove sono gli uomini armati di opposizione in quel numero? Non ci furono uccisi? O essi sono incorporati nel conteggio “civile”?

Disertori o soldati regolari?

Ci sono state anche accuse secondo cui molti, se non la maggior parte dei soldati uccisi in scontri o attacchi, erano disertori sparati da altri membri dell’esercito regolare. Ci sono pochissime prove per sostenere questo come qualcosa di più di un limitato fenomeno. Logicamente, sarebbe quasi impossibile per l’esercito siriano di rimanere integro se si fossero rivoltati i ranghi e le fila dei suoi soldati in questo modo – e le forze armate sono rimaste straordinariamente coese data la lunghezza e l’intensità del conflitto in Siria.

Inoltre, nome, grado, e città di ciascuno dei soldati morti sono stati ampiamente pubblicizzati dai media dello stato ogni giorno, spesso accompagnati da funerali televisivi. Sarebbe abbastanza semplice per l’opposizione organizzata individuare, in base al nome, i disertori che includono nei loro elenchi di vittime, cosa che non è accaduta.

Il primo incidente in assoluto con vittime dell’esercito siriano regolare di cui ho potuto verificare le date era del 10 aprile 2011, quando uomini armati hanno sparato su un bus di soldati che viaggiavano attraverso Banyas, a Tartous. Questo incidente ha avuto luogo poche settimane dopo le prime proteste pacifiche scoppiate in Siria, e segna così la violenza contro le forze governative indietro rispetto alla partenza degli sconvolgimenti politici nel paese.

“Testimoni” citati dalla BBC, Al Jazeera e Guardian hanno insistito che i nove soldati morti erano “disertori” che erano stati fucilati dall’esercito siriano per aver rifiutato l’ordine di sparare contro i manifestanti.

Joshua Landis, direttore del Centro per gli Studi sul Medio Oriente presso l’Università di Oklahoma, ha smontato tale versione sul suo sito web Syria Comment. Anche un altro soldato superstite sul bus – secondo una relazione del tenente colonnello Yasar Qashur, # 6022 nella lista dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR), del quale ho messo sopra un link del funerale – ha negato che fossero disertori. Ma il racconto, secondo cui i soldati morti sono per lo più disertori fucilati dalle loro stesse truppe, è restato attraverso l’intero conflitto – sebbene meno in questo modo, mentre diviene una prova, in evidente ritardo, di uomini armati che prendono di mira le forze siriane e i civili pro-regime.

Il VDC – un’altra delle fonti del conteggio delle vittime per l’OHCHR delle Nazioni Unite – sostiene che 6.399 civili e 1.680 disertori dell’esercito sono stati uccisi in Siria durante il periodo dal 15 marzo 2011 al 15 febbraio 2012. Tutte le forze di sicurezza uccise in Siria nel corso degli ultimi 11 mesi erano “disertori?” Non un solo soldato, poliziotto o funzionario dell’intelligence è stato ucciso in Siria, ad eccezione di quelle forze che si opponevano al regime? Questo è il tipo di narrazione insensata di questo conflitto che continua incontrollata. Peggio ancora, questa stessa statistica VDC è inclusa nel più recente rapporto delle Nazioni Unite pubblicato contro la Siria la scorsa settimana.

Crisi umanitaria o solo semplice violenza?

Mentre pochi dubitano della violenta repressione di questa rivolta da parte del governo siriano, è sempre più chiaro che, oltre al problema della maniera sproporzionata, vi è la questione se vi sia una “crisi umanitaria”, come suggerito da alcuni leaders occidentali e arabi dallo scorso anno. Ho cercato alcune risposte durante un viaggio a Damasco ai primi di gennaio 2012, dove ho parlato con una selezione delle poche ONG che hanno avuto un raro accesso a tutte le parti del paese.

Considerato che parole come “massacro” e “carneficina” e “crisi umanitaria” vengono utilizzate in riferimento alla Siria, ho domandato al portavoce del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), Saleh Dabbakeh, quante richieste di assistenza sanitaria urgente, fino a quel momento, aveva ricevuto la sua organizzazione nel 2011. La sua risposta è stata scioccante.
Solo una che mi ricordi“, ha detto Dabbakeh.
Dove è stata questa, ho chiesto? “All’ospedale nazionale di Quneitra nel Golan“, ha risposto, “lo scorso giugno.” Questo avvenne quando le truppe israeliane spararono sui dimostranti siriani e palestinesi che marciavano verso la linea dell’armistizio del 1973 con lo Stato ebraico. Quegli stessi manifestanti che sono finiti sulla lista delle vittime dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR).

Un operatore della Mezzaluna Rossa Araba Siriana (SARC) ha confermato questo, ricordando che la sua organizzazione ha prestato cure a centinaia di feriti provenienti dall’incidente grandemente pubblicizzato.

Come il livello di violenza è aumentato, comunque, la situazione è peggiorata, e il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ora ha ricevuto maggiori richieste di assistenza medica – principalmente da ospedali privati a Homs. Oggi la Mezzaluna Rossa Araba Siriana (SARC) ha nove punti diversi a Homs, dove fornisce tale assistenza. Gli unici due posti che al momento non serve sono i quartieri di Baba Amr e Inshaat “perché la situazione della sicurezza non lo consente – per la loro incolumità, si combatte là.

Durante una telefonata, giovedì scorso, un ufficiale delle ONG ha spiegato che la misura di “crisi umanitaria” è al livello di accesso ad alimenti di base, servizi e assistenza medica. Mi ha detto ufficiosamente: “C’è una crisi umanitaria a Baba Amr oggi, ma non in Siria. Se il combattimento terminasse domani, ci sarebbero abbastanza cibo e forniture mediche.».

La Siria ha abbastanza cibo da sfamare se stessa per lungo tempo. Il settore medico funziona ancora molto bene. Non c’è abbastanza pressione sul settore medico da creare una crisi“, ha aggiunto. “Una crisi umanitaria è quando un gran numero di una data popolazione non ha accesso ad assistenza medica, cibo, acqua, elettricità, ecc. – Quando il sistema non può più rispondere alle esigenze della popolazione“.

Ma un operatore internazionale per i diritti umani avverte anche: “L’uccisione avviene da entrambe le parti – l’altra parte non è migliore.

La gente deve fermare questa istintiva, opportunista, isterica ossessione del numero dei siriani morti, e chiedere invece: “chi sono queste persone e chi li ha uccisi?” Questo è il minimo che queste vittime meritano. Niente di meno renderebbe le loro tragiche morti del tutto prive di senso. La mancanza di trasparenza lungo la catena di fornitura di informazioni e nella loro diffusione – su entrambi i lati – equivale a rendere la storia siriana interamente sulla percezione, e non sui fatti.
Si tratta di un risultato vuoto e le persone moriranno sempre più numerose.

[Sharmine Narwani è un analista politico che segue il Medio Oriente. Potete seguirlo su Twitter @ snarwani. Questo articolo è stato pubblicato nella versione inglese di Al-Akhbar, il 28 febbraio 2012, secondo una licenza Creative Commons.]

http://english.al-akhbar.com/content/questioning-syrian-%E2%80%9Ccasualty-list%E2%80%9D

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  • Questioning the Syrian “Casualty List”

by Sharmine Narwani

“Perception is 100 percent of politics,” the old adage goes.  Say something three, five, seven times, and you start to believe it in the same way you “know” aspirin is good for the heart.

Sometimes, though, perception is a dangerous thing.  In the dirty game of politics, it is the perception — not the facts — of an issue that invariably wins the day.

In the case of the raging conflict over Syria, the one fundamental issue that motors the entire international debate on the crisis is the death toll and its corollary: the Syrian casualty list.

The “list” has become widely recognized — if not specifically, then certainly when the numbers are bandied about: 4,000, 5,000, 6,000 — sometimes more.  These are not mere numbers; they represent dead Syrians.

But this is where the dangers of perception begin.  There are many competing Syrian casualty lists with different counts — how does one, for instance gauge if X is an accurate number of deaths?  How have the deaths been verified?  Who verifies them and do they have a vested interest?  Are the dead all civilians?  Are they pro-regime or anti-regime civilians?  Do these lists include the approximately 2,000 dead Syrian security forces?  Do they include members of armed groups?  How does the list-aggregator tell the difference between a civilian and a plain-clothes militia member?

Even the logistics baffle.  How do they make accurate counts across Syria every single day?  A member of the Lebanese fact-finding team investigating the 15 May 2011 shooting deaths of Palestinian protesters by Israelis at the Lebanese border told me that it took them three weeks to discover there were only six fatalities, and not the 11 counted on the day of the incident.  And in that case, the entire confrontation lasted a mere few hours.

How then does one count 20, 40, or 200 casualties in a few hours while conflict continues to rage around them?

My first port of call in trying to answer these questions about the casualty list was the United Nations Office of the High Commissioner for Human Rights (OHCHR), which seemed likely to be the most reliable source of information on the Syrian death toll — until it stopped keeping track last month.

The UN began its effort to provide a Syrian casualty count in September 2011, based primarily on lists provided by five different sources.  Three of their sources were named: The Violations Documenting Center (VDC), the Syrian Observatory for Human Rights (SOHR), and the Syrian Shuhada website.  At that time, the lists varied in number from around 2,400 to 3,800 victims.

The non-UN casualty list most frequently quoted in the general media is the one from the Syrian Observatory — or SOHR.

Last month, SOHR made some headlines of its own when news of a rift over political viewpoints and body counts erupted.  Two competing SOHRs claimed authenticity, but the group headed by Rami Abdul Rahman is the one recognized by Amnesty International.

OHCHR spokesman Rupert Colville stated during a phone interview that the UN evaluates its sources to check “whether they are reliable,” but appeared to create distance from SOHR later — during the group’s public spat — by saying: “The (UN) colleague most involved with the lists . . . had no direct contact with the Syrian Observatory, though we did look at their numbers.  This was not a group we had any prior knowledge of, and it was not based in the region, so we were somewhat wary of it.”

Colville explains that the UN sought at all times “to make cautious estimates” and that “we have reasonable confidence that the rounded figures are not far off.”

While “also getting evidence from victims and defectors — some who corroborated specific names,” the UN, says Colville, “is not in a position to cross-check names and will never be in a position to do that.”

I spoke to him again after the UN decided to halt its casualty count in late January.  “It was never easy to verify, but it was a little bit clearer before.  The composition of the conflict has changed.  It’s become much more complex, fragmented,” Colville says.  “While we have no doubt there are civilian and military casualties . . . we can’t really quantify it.”

“The lists are clear — the question is whether we can fully endorse their accuracy,” he explains, citing the “higher numbers” as an obstacle to verification.

The Casualty Lists Up Close: Some Stories Behind the Numbers

Because the UN has stopped its casualty count, reporters have started reverting back to their original Syrian death toll sources.  The SOHR is still the most prominent among them.

Abdul Rahman’s SOHR does not make its list available to the general public, but in early February I found a link to a list on the other SOHR website and decided to take a look.  The database lists the victim’s name, age, gender, city, province, and date of death — when available.  In December 2011, for instance, the list names around 77 registered casualties with no identifying information provided.  In total, there are around 260 unknowns on the list.

Around that time, I had come across my first list of Syrians killed in the crisis, reportedly compiled in coordination with the SOHR, that contained the names of Palestinian refugees killed by Israeli fire on the Golan Heights on 15 May 2011 and 5 June 2011 when protesters congregated on Syria’s armistice line with Israel.  So my first check was to see if that kind of glaring error appears in the SOHR list I investigate in this piece.

To my amazement, the entire list of victims from those two days were included in the SOHR casualty count — four from May 15 (#5160 to #5163) and 25 victims of Israeli fire from June 5 (#4629 to #4653).  The list even identifies the deaths as taking place in Quneitra, which is in the Golan Heights.

It also didn’t take long to find the names of well-publicized pro-regime Syrians on the SOHR list and match them with YouTube footage of their funerals.  The reason behind searching for funeral links is that pro-regime and anti-regime funerals differ quite starkly in the slogans they chant and the posters/signs/flags on display.  Below is a list of eight of these individuals, including their number, name, date and place of death on the casualty list — followed by our video link and further details if available:

#5939, Mohammad Abdo Khadour, 4/19/11, Hama, off-duty Colonel in Syrian army, shot in his car and died from multiple bullet wounds.  Funeral link.

#5941, Iyad Harfoush, 4-18-11, Homs, off-duty Commander in Syrian army.  In a video, his wife says someone started shooting in the mostly pro-regime al Zahra neighborhood of Homs — Harfoush went out to investigate the incident and was killed.  Funeral link.

#5969, Abdo al Tallawi, 4/17/11, Homs, General in Syrian army killed alongside his two sons and a nephew.  Funeral footage shows all four victims.  The others are also on the list at #5948, Ahmad al Tallawi, #5958, Khader al Tallawi and #5972, Ali al Tallawi, all in Homs.  Funeral link.

#6021, Nidal Janoud, 11/4/11, Tartous, an Alawite who was severely slashed by his assailants.  The bearded gentleman to the right of the photo, and a second suspect, are now standing trial for the murder.  Photo link.

#6022, Yasar Qash’ur, 11/4/11, Tartous, Lieutenant Colonel in the Syrian army, killed alongside 8 others in an ambush on a bus in Banyas.  Funeral link.

#6129, Hassan al-Ma’ala, 4/5/11, policeman, suburbs of Damascus.  Funeral link.

#6130, Hamid al Khateeb, 4/5/11, policeman, suburbs of Damascus. Funeral link.

#6044, Waeb Issa, 10/4/11, Tartous, Colonel in Syrian army.  Funeral link.

Besides featuring on the SOHR list, Lt. Col. Yasar Qashur, Iyad Harfoush, Mohammad Abdo Khadour, and General Abdo al Tallawi and his two sons and nephew also appear on two of the other casualty lists — the VDC and Syrian Shuhada — both used by the United Nations to compile their numbers.

Nir Rosen, an American journalist who spent several months insides Syria’s hot spots in 2011, with notable access to armed opposition groups, reported in a recent Al Jazeera interview:

Every day the opposition gives a death toll, usually without any explanation of the cause of the deaths. Many of those reported killed are in fact dead opposition fighters, but the cause of their death is hidden and they are described in reports as innocent civilians killed by security forces, as if they were all merely protesting or sitting in their homes. Of course, those deaths still happen regularly as well.

And, every day, members of the Syrian army, security agencies and the vague paramilitary and militia phenomenon known as shabiha ["thugs"] are also killed by anti-regime fighters.

The report issued in January by Arab League Monitors after their month-long observer mission in Syria — widely ignored by the international media — also witnessed acts of violence by armed opposition groups against both civilians and security forces.

The Report states: “In Homs, Idlib and Hama, the observer mission witnessed acts of violence being committed against government forces and civilians. . .  Examples of those acts include the bombing of a civilian bus, killing eight persons and injuring others, including women and children. . .  In another incident in Homs, a police bus was blown up, killing two police officers.”  The observers also point out that “some of the armed groups were using flares and armour-piercing projectiles.”

Importantly, the report further confirms obfuscation of casualty information when it states: “the media exaggerated the nature of the incidents and the number of persons killed in incidents and protests in certain towns.”

On February 3, the eve of the UN Security Council vote on Syria, news broke out that a massacre was taking place in Homs, with the general media assuming that it was true and that all violence was being committed by the Syrian government.  The SOHR’s Rami Abdul Rahman was widely quoted in the media as claiming the death toll to be at 217.  The Local Coordination Committees (LCCs), which provide information to the VDC, called it at “more than 200,” and the Syrian National Council (SNC), a self-styled government in absentia of mainly expats, claimed 260 victims.

The next day, the casualty count had been revised down to 55 by the LCCs.

Even if the count is at 55, that is still a large number of victims by any measure.  But were these deaths caused by the Syrian government, by opposition gunmen, or in the crossfire between the two groups?  That is still the question that needs to break through the deafening narratives, lists, and body counts.

In International Law, Detail Counts

While the overwhelming perception of Syrian casualties thus far has been that they are primarily unarmed civilians deliberately targeted by government forces, it has become obvious these casualties are also likely to include: civilians caught in the crossfire between government forces and opposition gunmen; victims of deliberate violence by armed groups; “dead opposition fighters” whose attires do not distinguish them from regular civilians; and members of the Syrian security forces, both on and off duty.

Even if we could verify the names and numbers on a Syrian casualty list, we still don’t know their stories, which, if revealed, may pose an entirely different picture of what is going on in Syria today.

These questions are vitally important to understand the burden of responsibility in this conflict.  International law provides for different measures of conflict: the two most frequently used gauges for this are the Principle of Necessity, i.e., using force only when it is necessary, and the Principle of Proportionality, i.e., the use of force proportional to the threat posed.

In the case of Syria — like in Bahrain, Yemen, Egypt, and Libya — it is widely believed that the government used unnecessary force in the first instance.  Syrian President Bashar Assad, like many of these Arab rulers, has as much as admitted to “mistakes” in the first months of protests.  These mistakes include some shooting deaths and detaining a much larger number of protesters than expected, some of whom were allegedly tortured.

Let us assume, without question, that the Syrian government was overzealous in its use of force initially, and therefore violated the Principle of Necessity.  I tend to believe this version because it has been so stated by the Arab League’s observer mission — the first and only boots-on-the-ground monitors investigating the crisis from within the country.

However — and this is where the casualty lists come in — there is not yet nearly enough evidence, not by any measure acceptable at a court of law, that the Syrian government has violated the Principle of Proportionality.  Claims that the regime has used disproportionate force in dealing with the crisis are, today, difficult to ascertain, in large part because opponents have been using weapons against security forces and pro-regime civilians almost since the onset of protests.

Assuming that the number of casualties provided by the UN’s OHCHR is around the 5,000-mark, the last official figure provided by the group.  The question is whether this is a highly disproportionate number of deaths when contrasted directly with the approximately 2,000 soldiers of the regular Syrian army and other security forces who have been reportedly killed since April 2011.

When you calculate the deaths of the government forces in the past 11 months, they amount to about six a day.  Contrast that with frequent death toll totals of around 15+ each day disseminated by activists — many of whom are potentially neither civilian casualties nor victims of targeted violence — and there is close to enough parity to suggest a conflict where the acts of violence may be somewhat equal on both sides.

Last Sunday, as Syrians went to the polls to vote on a constitutional referendum, Reuters reports — quoting the SOHR — that 9 civilians and 4 soldiers were killed in Homs, and that elsewhere in Syria there were 8 civilian and 10 security forces casualties.  That is 17 civilians and 14 regime forces — where are the opposition gunmen in that number?  Were none killed?  Or are they embedded in the “civilian” count?

Defectors or Regular Soldiers?

There have also been allegations that many, if not most, of the soldiers killed in clashes or attacks have been defectors shot by other members of the regular army.  There is very little evidence to support this as anything more than a limited phenomenon.  Logically, it would be near impossible for the Syrian army to stay intact if it were turning on its rank-and-file soldiers in this manner — and the armed forces have remained remarkably cohesive given the length and intensity of the conflict in Syria.

In addition, the name, rank, and city of each of the dead soldiers are widely publicized by state-owned media each day, often accompanied by televised funerals.  It would be fairly simple for the organized opposition to single out by name the defectors they include on their casualty lists, which has not happened.

The very first incident of casualties from the Syrian regular army that I could verify dates to was 10 April 2011, when gunmen shot up a bus of soldiers travelling through Banyas, in Tartous.  This incident took place a mere few weeks after the first peaceful protests broke out in Syria, and so traces violence against government forces back to the start of political upheaval in the country.

“Witnesses” quoted by the BBC, Al Jazeera, and the Guardian insisted that the nine dead soldiers were “defectors” who had been shot by the Syrian army for refusing orders to shoot at demonstrators.

Joshua Landis, director of the Center for Middle East Studies at the University of Oklahoma, debunked that version on his Syria Comment website.  Another surviving soldier on the bus — a relation of Lt. Col. Yasar Qashur, #6022 on the SOHR list, whose funeral I link to above — denied that they were defectors too.  But the narrative that dead soldiers are mostly defectors shot by their own troops has stuck throughout this conflict — though less so, as evidence of gunmen targeting Syrian forces and pro-regime civilians becomes belatedly apparent.

The VDC — another of the UN’s OHCHR sources for casualty counts — alleges that 6,399 civilians and 1,680 army defectors were killed in Syria during the period from 15 March 2011 to 15 February 2012.  All security forces killed in Syria during the past 11 months were “defectors?”  Not a single soldier, policeman, or intelligence official was killed in Syria except those forces who opposed the regime?  This is the kind of mindless narrative of this conflict that continues unchecked.  Worse yet, this exact VDC statistic is included in the latest UN report on Syria issued last week.

Humanitarian Crisis or Just Plain Violence?

While few doubt the Syrian government’s violent suppression of this revolt, it is increasingly clear that, in addition to the issue of disproportionally, there is the question of whether there is a “humanitarian crisis” as suggested by some western and Arab leaders since last year.  I sought some answers during a trip to Damascus in early January 2012 where I spoke to a select few NGOs that enjoyed rare access to all parts of the country.

Given that words like “massacre” and “slaughter” and “humanitarian crisis” are being used in reference to Syria, I asked International Committee of the Red Cross (ICRC) Spokesman Saleh Dabbakeh at the time how many calls for urgent medical assistance his organization had received in 2011.  His response was shocking.  “Only one that I recall,” said Dabbakeh.  Where was that, I asked?  “Quneitra National Hospital in the Golan,” he replied, “last June.”  This was when Israeli troops fired on Syrian and Palestinian protesters marching to the 1973 armistice line with the Jewish state.  Those same protesters that ended up on SOHR’s casualty list.

A Syrian Arab Red Crescent (SARC) worker confirmed that, recalling that his organization treated hundreds of casualties from the highly-publicized incident.

As the level of violence has escalated, however, the situation has deteriorated, and the ICRC now has received more calls for medical assistance — mainly from private hospitals in Homs.  The SARC today has nine different points in Homs where it provides such assistance.  The only two places they do not currently serve are the neighborhoods of Baba Amr and Inshaat “because the security situation does not allow for it — for their own safety, there is fighting there.”

During a phone call last Thursday, one NGO officer explained that the measure for a “humanitarian crisis” is in level of access to basic staples, services, and medical care.  He told me off the record: “There is a humanitarian crisis in (i.e.) Baba Amro today, but not in Syria.  If the fighting finishes tomorrow, there will be enough food and medical supplies.”

“Syria has enough food to feed itself for a long time.  The medical sector still functions very well.  There isn’t enough pressure on the medical sector to create a crisis,” he elaborated.  “A humanitarian crisis is when a large number of a given population does not have access to medical aid, food, water, electricity, etc. — when the system cannot any longer respond to the needs of the population.”

But an international human rights worker also cautions: “The killing is happening on both sides — the other side is no better.”

People have to stop this knee-jerk, opportunistic, hysterical obsession with numbers of dead Syrians, and ask instead: “who are these people and who killed them?”  That is the very least these victims deserve.  Anything less would render their tragic deaths utterly meaningless.  Lack of transparency along the supply-chain of information and its dissemination — on both sides — is tantamount to making the Syrian story all about perception, and not facts.  It is a hollow achievement and people will die in ever greater numbers.


Sharmine Narwani is a political analyst covering the Middle East.  You can follow her on twitter @snarwani.  This article was first published in Al-Akhbar English on 28 February 2012 under a Creative Commons license.

http://english.al-akhbar.com/content/questioning-syrian-%E2%80%9Ccasualty-list%E2%80%9D

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