• Pakistan, la Russia e la minaccia alla guerra in Afghanistan

[30.11.2011] di George Friedman (trad. di Levred per GilGuySparks)

Giorni dopo che i pakistani hanno chiuso le frontiere per il passaggio di carburante e forniture per lo sforzo bellico a guida NATO in Afghanistan, per motivi molto diversi, i russi hanno minacciato di chiudere l’alternativa Rete di distribuzione del Nord (NDN) controllata dalla Russia. Le duplici minacce sono significative anche se non si concretizzeranno. Se entrambi i percorsi fossero tagliati, rifornire le forze occidentali che operano in Afghanistan diventerebbe impossibile.
Basta semplicemente l’innalzamento della possibilità di un taglio delle linee di rifornimento delle forze NATO e degli Stati Uniti per [costringerli a] ricalcolare la loro posizione in Afghanistan.

La possibilità di linee di rifornimento insufficienti mette l’attuale corso della NATO in Afghanistan ancora più a rischio. Ciò potrebbe anche rendere le truppe occidentali più vulnerabili, da richiedere, quindi, alterazioni significative alle operazioni, in uno scenario con limiti di forniture. Mentre le linee di rifornimento in Pakistan molto probabilmente, alla fine, saranno riaperte e la NDN probabilmente resterà aperta, il divario tra probabile e certo è vasto.

L’attacco all’avamposto pakistano

La decisione del Pakistan di chiudere i valichi di frontiera di Torkham nei pressi del passo di Khyber e Chaman è seguita all’attacco statunitense ad una posizione pakistana all’interno delle aree tribali del Pakistan vicino al confine afghano che ha ucciso una ventina di soldati pakistani. I pakistani sono sempre più contrari alle operazioni degli Stati Uniti all’interno del territorio pakistano. Questo episodio più recente ha avuto un bilancio senza precedenti, ed ha innescato una reazione estrema. Le circostanze precise dell’attacco non sono chiare, con pochi dettagli, contraddittori e oggetto di discussione. I pakistani hanno insistito sul fatto che era un attacco non provocato e una violazione del loro territorio sovrano. In risposta, Islamabad ha chiuso il confine con la NATO; ha ordinato agli Stati Uniti di uscire dalla base aerea di Shamsi in Balochistan, utilizzata dalla CIA, e stanno rivedendo la cooperazione militare e di intelligence con gli Stati Uniti e la NATO.

La ragione immediata per la reazione è evidente, anche la ragione ultima per la sospensione è relativamente semplice. Il governo pakistano ritiene che la NATO e gli Stati Uniti in particolare, non riusciranno a portare la guerra in Afghanistan ad una conclusione positiva. Ne consegue che gli Stati Uniti e altri paesi della NATO ad un certo punto si ritireranno.

Alcuni in Afghanistan hanno affermato che gli Stati Uniti sono stati sconfitti, ma non è questo il caso. Gli Stati Uniti potrebbero non essere riusciti a vincere la guerra, ma non sono stati sconfitti nel senso di essere costretti da una forza superiore a ritirarsi. Si potrebbe rimanere lì a tempo indeterminato, soprattutto per il fatto che l’opinione pubblica americana non è eccessivamente ostile alla guerra e non sta generando una pressione determinante perchè terminino le operazioni. Tuttavia, se la guerra non può essere portata a una sorta di conclusione, ad un certo punto i calcoli di Washington o la pressione dell’opinione pubblica, o entrambi, si sposteranno e gli Stati Uniti e i loro alleati lasceranno l’Afghanistan.

Dato questo eventuale esito, il Pakistan deve prepararsi ad affrontarne le conseguenze. Non ha remore sui talebani che assaltano l’Afghanistan e certamente non intende continuare a proseguire la guerra contro i Talebani degli Stati Uniti, una volta che partiranno le sue forze. Far così farebbe intensificare gli attacchi dei talebani nello stato pakistano, e potrebbe innescare una guerra civile ancora più intensa in Pakistan. I pakistani non hanno alcun interesse a un simile esito anche fossero gli Stati Uniti a restare in Afghanistan per sempre. Invece, dato che una vittoria degli Stati Uniti è poco plausibile e il suo ritiro inevitabile e dato che il confine occidentale del Pakistan è con l’Afghanistan, Islamabad dovrà vivere – e possibilmente gestire – con le conseguenze del riemergere di un governo dominato dai talebani.

In queste circostanze, ha poco senso per il Pakistan collaborare troppo con gli Stati Uniti, in quanto questo aumenta i pericoli interni del Pakistan e mette in pericolo il suo rapporto con i talebani. Il Pakistan era pronto a cooperare con gli Stati Uniti e la NATO mentre gli Stati Uniti erano in una fase aggressiva e imprevedibile. I pakistani non potevano rischiare attacchi americani più aggressivi in territorio pakistano a quel punto, e temevano un’intesa USA-India. Ma gli Stati Uniti, pur non lasciando l’Afghanistan, hanno perso il loro appetito per una guerra più ampia e mancano delle risorse. È quindi è nell’interesse del Pakistan ridurre la sua collaborazione con gli Stati Uniti in preparazione di ciò che considera come il risultato inevitabile. Ciò rafforzerà le relazioni del Pakistan con i Talebani afghani e renderà minima la minaccia di un conflitto interno pakistano.

Nonostante le scuse dai comandanti degli Stati Uniti e della NATO,  l’incidente del 26 novembre ha fornito ai pakistani l’occasione – e nella loro mente la necessità – di una risposta eccezionale. La sospensione della linea di rifornimento senza alcun impegno per la riapertura e la chiusura della base aerea statunitense da cui sono state effettuate le operazioni dei veicoli aerei senza equipaggio (anche se lo spazio aereo pakistano rimane aperto alle operazioni) è stato utile in Pakistan. Ha permesso ad Islamabad di riposizionarsi come ostile agli Stati Uniti a causa delle azioni americane. E ha anche permesso ad Islamabad di apparire meno filo-americana, un forte problema di politica interna.
St. Basil's Cathedral Moscow Russia

Il Pakistan ha chiuso le linee di rifornimento come prima misura punitiva. Il passo di Torkham era stato chiuso per 10 giorni consecutivi nell’ottobre 2010 in risposta ad un raid aereo statunitense che aveva ucciso diversi soldati pakistani, e i camion attraversando a sud di Chaman erano “fatti ritardare per via amministrativa”, secondo i pakistani. Questa volta, però, il Pakistan sta segnalando che le questioni sono più gravi. L’incertezza su queste linee di rifornimento è quella che ha spinto gli Stati Uniti a spendere un notevole capitale politico per organizzare una NDN alternativa.

L’alternativa NDN e BMD

Questa alternativa dipende dalla Russia. Attraversa il territorio e lo spazio aereo russo e gran parte della ex sfera sovietica, che si estende fino al Mar Baltico – con grandi spese aggiuntive rispetto alla via di rifornimento pakistana. Questa alternativa è valida, in quanto consentirebbe un approvvigionamento sufficiente di flusso per supportare le operazioni della NATO. Infatti, negli ultimi mesi è diventata la linea principale di alimentazione, e la fiducia su di essa è destinata ad ampliarsi. Allo stato attuale, il 48 per cento dei rifornimenti NATO ancora passa attraverso il Pakistan, il 52 per cento delle forniture NATO passa attraverso NDN (non letali), il 60 per cento di tutto il combustibile passa attraverso la NDN, ed entro la fine dell’anno, l’obiettivo è di far transitare il 75 per cento di tutti i rifornimenti non letali per la NDN.

Separandoli gli Stati Uniti producono una diversa ripartizione: Solo il 30 per cento dei rifornimenti americani attraversano il Pakistan, il 30 per cento delle forniture degli Stati Uniti giungono in aereo (alcune delle quali legate alla rotta Karakorum-Torkham, probabilmente anche la maggior parte delle armi letali), e un 40 per cento delle forniture statunitensi arriva da un percorso terrestre NDN.

Pertanto, la minaccia di Dmitri Rogozin, secondo il quale la Russia potrebbe sospendere queste linee di rifornimento, minaccia la viabilità di tutte le operazioni in Afghanistan occidentale. Rogozin, l’inviato russo alla NATO, è noto per fare dichiarazioni estreme. Ma quando fa queste dichiarazioni, le fa con la piena consapevolezza e autorizzazione della leadership russa. Anche se lui è abituato a fare dichiarazioni che la leadership potrebbe voler poi tirare indietro, non è inusuale per lui al fine di segnalare nuovi indirizzi nella politica russa. Questo significa che gli Usa e le forze armate della NATO responsabili per le operazioni di sostegno in Afghanistan non possono permettersi di respingere la minaccia. Non importa quanto piccola sia la probabilità che pone più di 100.000 truppe americane e alleate in una posizione vulnerabile.

Per i russi, il problema è lo sviluppo e il dispiegamento di missili balistici di difesa degli Stati Uniti in Europa. I russi si oppongono al dispiegamento, sostenendo che rappresenta una minaccia per il deterrente nucleare russo e minaccia quindi l’equilibrio nucleare. Questo è stato certamente il motivo per il quale i sovietici si opposero all’Iniziativa di Difesa Strategica iniziale nel 1980. Portandolo in avanti al 2010, tuttavia, anche il ragionamento appare difettoso. In primo luogo, non esiste un equilibrio nucleare in questo momento, in quanto vi è alcun fondamento politico per la guerra nucleare. In secondo luogo, il programma europeo-statunitense di BMD (Missili Balistici di Difesa) non è progettato per interrompere un massiccio lancio di missili nucleari, come i russi potrebbero mettere in atto, ma solo la minaccia rappresentata da un piccolo numero di missili, come potrebbero essere avviati dall’Iran. Infine, non è chiaro che il sistema funzionerebbe molto bene, anche se si è certamente dimostrato di gran lunga più capace che rispetto ai sistemi predecenti della fine del secolo scorso.

Tuttavia, i russi si oppongono con forza al sistema, minacciando di dispiegare, in risposta, i missili balistici Iskander a corto raggio e armi nucleari tattiche, sia nella regione di Kaliningrad che in altri luoghi. La preoccupazione russa è ovviamente vera, ma è difficile credere che sia l’equilibrio nucleare ciò di cui si preoccupano i russi. Piuttosto, sono le implicazioni geopolitiche del mettere infrastrutture BMD (Missili Balistici di Difesa) in Europa centrale.

Opposizione ad un Secondo contenimento

Elementi delle armi [BMD], in particolare radar e intercettori, sono stati dispiegati intorno alla periferia della Russia – in Polonia, Romania, Turchia e Israele. Dal punto di vista russo, il dispiegamento di radar e altri sistemi è un precursore per il dispiegamento di altre capacità militari. Sono installazioni di grande valore che devono essere protette. Truppe quindi verranno distribuite insieme a difese aeree, e così via. In altre parole, il dispiegamento delle infrastrutture BMD in sé potrebbe non avere alcun impatto pratico sui russi, ma le conseguenze indirette sarebbero quelle di preparare il terreno per ulteriori implementazioni espansive militari. I russi devono farsi carico del fatto che questo potrebbe comportare un ritorno al contenimento, il principio impiegato dagli Stati Uniti durante la guerra fredda per limitare il potere sovietico.
I russi vedono l’inclusione di altre forze militari presso le località del dispiegamento di intercettori e radar come la creazione di una cintura di Nazioni destinate a contenere la Russia. Dato il futuro incerto dell’Europa e il crescente potere relativo della Russia nella regione, gli Stati Uniti hanno un interesse nel fare ciò certi che una qualsiasi interruzione in Europa non dia l’opportunità ai russi di estendere la loro influenza politica. Mentre se gli strateghi americani hanno scelto i siti con il contenimento della Russia in mente non è chiaro, dal punto di vista russo il movente non è importante. La pianificazione è effettuata sulla base di capacità, non di intenti. Qualunque sia l’intenzione degli Stati Uniti, la mossa apre la porta per il contenimento, se e quando pianificatori della politica degli Stati Uniti noteranno l’opportunità.

I russi hanno minacciato azioni per anni, e nelle ultime settimane sono andati incrementando gli interventi sul tema del BMD e su minacce. A Rogozin, ovviamente, è stato ordinato di cogliere la vulnerabilità creata dalla mossa pakistana e ha introdotto l’ormai indispensible NDN come un punto su cui i russi potrebbero fare pressione, sapendo che è una mossa che gli Stati Uniti non possono tollerare in questo momento. Se intendano chiudere la linea di rifornimento è discutibile. Così facendo si potrebbe causare una rottura enorme con gli Stati Uniti, e a questo punto i russi sono stati piuttosto cauti nel mettere in discussione gli interessi fondamentali degli Stati Uniti. Inoltre, i russi sono preoccupati per qualsiasi instabilità in Afghanistan che potrebbe minacciare la loro sfera di influenza in Asia centrale. Tuttavia, i russi sono seri sul non permettere che venga creata una nuova linea di contenimento e quindi può essere che modifichino i loro calcoli.

È una regola di guerra che linee di rifornimento strategiche sicure siano alla base della guerra. Se non si può essere certi di rifornire le truppe, è necessario ridispiegarle in posizioni più favorevoli. La perdita delle linee di rifornimento ad un certo punto crea una vulnerabilità che nella storia militare porta alla distruzione delle forze. E’ qualcosa che può essere rischiata quando rilevanti interessi strategici lo richiedono, ma è una manovra pericolosa. I russi stanno alzando la possibilità che le forze Usa possano essere isolate in Afghanistan. Linee di rifornimento in un paese senza sbocco sul mare non sono mai state sotto il controllo USA o NATO. Tutte le forniture devono entrare attraverso paesi terzi (meno di un terzo delle forniture americane giunge in aereo, e quelle, per lo più, attraverso lo spazio aereo russo), e la loro disponibilità a permettere il transito è il fondamento della strategia degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti e la NATO sono stati esposti ad intraprendere una guerra che dipendeva in primo luogo dalla volontà del Pakistan e ora sempre più dalla Russia che permettono il movimento dei rifornimenti attraverso i rispettivi territori. Sospendessero entrambi questo privilegio, gli Stati Uniti dovrebbero affrontare la scelta di andare in guerra per impadronirsi delle linee di rifornimento – qualcosa ben oltre la capacità convenzionale degli Stati Uniti in questo momento – o di concedere la guerra. Ogni volta che una forza dipende, per sostenere la sua forza, dalla cooperazione di parti non sotto il suo controllo, è in pericolo.
Il problema non è se le minacce saranno messe in atto. La questione è se l’interesse strategico degli Stati Uniti che hanno in Afghanistan giustifichi il rischio che i russi non possano essere un bluff ed i pakistani diventino ancora meno affidabili nel permettere il passaggio. In caso di necessità strategiche, tali rischi possono essere prese. Ma più bassa è la necessità strategica, minore è il rischio tollerabile. Questo non cambia la realtà strategica in Afghanistan. Fa semplicemente sì che la realtà sia molto più chiara e le minacce di quella realtà più gravi. Washington, naturalmente, spera che i pakistani riconsidereranno la cosa e che i russi stiano semplicemente bluffando. La speranza, tuttavia, non è una strategia.

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  • Pakistan, Russia and the Threat to the Afghan War
    [30.11.2011]
Pakistan, Russia and the Threat to the Afghan War

By George Friedman

Days after the Pakistanis closed their borders to the passage of fuel and supplies for the NATO-led war effort in Afghanistan, for very different reasons the Russians threatened to close the alternative Russia-controlled Northern Distribution Network (NDN). The dual threats are significant even if they don’t materialize. If both routes are cut, supplying Western forces operating in Afghanistan becomes impossible. Simply raising the possibility of cutting supply lines forces NATO and the United States to recalculate their position in Afghanistan.

The possibility of insufficient lines of supply puts NATO’s current course in Afghanistan in even more jeopardy. It also could make Western troops more vulnerable by possibly requiring significant alterations to operations in a supply-constrained scenario. While the supply lines in Pakistan most likely will reopen eventually and the NDN likely will remain open, the gap between likely and certain is vast.

The Pakistani Outpost Attack

The Pakistani decision to close the border crossings at Torkham near the Khyber Pass and Chaman followed a U.S. attack on a Pakistani position inside Pakistan’s tribal areas near the Afghan border that killed some two-dozen Pakistani soldiers. The Pakistanis have been increasingly opposed to U.S. operations inside Pakistani territory. This most recent incident took an unprecedented toll, and triggered an extreme response. The precise circumstances of the attack are unclear, with details few, contradictory and disputed. The Pakistanis have insisted it was an unprovoked attack and a violation of their sovereign territory. In response, Islamabad closed the border to NATO; ordered the United States out of Shamsi air base in Balochistan, used by the CIA; and is reviewing military and intelligence cooperation with the United States and NATO.

The proximate reason for the reaction is obvious; the ultimate reason for the suspension also is relatively simple. The Pakistani government believes NATO, and the United States in particular, will fail to bring the war in Afghanistan to a successful conclusion. It follows that the United States and other NATO countries at some point will withdraw.

Some in Afghanistan have claimed that the United States has been defeated, but that is not the case. The United States may have failed to win the war, but it has not been defeated in the sense of being compelled to leave by superior force. It could remain there indefinitely, particular as the American public is not overly hostile to the war and is not generating substantial pressure to end operations. Nevertheless, if the war cannot be brought to some sort of conclusion, at some point Washington’s calculations or public pressure, or both, will shift and the United States and its allies will leave Afghanistan.

Given that eventual outcome, Pakistan must prepare to deal with the consequences. It has no qualms about the Taliban running Afghanistan and it certainly does not intend to continue to prosecute the United States’ war against the Taliban once its forces depart. To do so would intensify Taliban attacks on the Pakistani state, and could trigger an even more intense civil war in Pakistan. The Pakistanis have no interest in such an outcome even were the United States to remain in Afghanistan forever. Instead, given that a U.S. victory is implausible and its withdrawal inevitable and that Pakistan’s western border is with Afghanistan, Islamabad will have to live with — and possibly manage — the consequences of the re-emergence of a Taliban-dominated government.

Under these circumstances, it makes little sense for Pakistan to collaborate excessively with the United States, as this increases Pakistan’s domestic dangers and imperils its relationship with the Taliban. Pakistan was prepared to cooperate with the United States and NATO while the United States was in an aggressive and unpredictable phase. The Pakistanis could not risk more aggressive U.S. attacks on Pakistani territory at that point, and feared a U.S.-Indian entente. But the United States, while not leaving Afghanistan, has lost its appetite for a wider war and lacks the resources for one. It is therefore in Pakistan’s interest to reduce its collaboration with the United States in preparation for what it sees as the inevitable outcome. This will strengthen Pakistan’s relations with the Afghan Taliban and minimize the threat of internal Pakistani conflict.

Despite apologies by U.S. and NATO commanders, the Nov. 26 incident provided the Pakistanis the opportunity — and in their mind the necessity — of an exceptional response. The suspension of the supply line without any commitment to reopening it and the closure of the U.S. air base from which unmanned aerial vehicle operations were carried out (though Pakistani airspace reportedly remains open to operations) was useful to Pakistan. It allowed Islamabad to reposition itself as hostile to the United States because of American actions. It also allowed Islamabad to appear less pro-American, a powerful domestic political issue.

Pakistan has closed supply lines as a punitive measure before. Torkham was closed for 10 straight days in October 2010 in response to a U.S. airstrike that killed several Pakistani soldiers, and trucks at the southern Chaman crossing were “administratively delayed,” according to the Pakistanis. This time, however, Pakistan is signaling that matters are more serious. Uncertainty over these supply lines is what drove the United States to expend considerable political capital to arrange the alternative NDN.

(click here to enlarge image)

The NDN Alternative and BMD

This alternative depends on Russia. It transits Russian territory and airspace and much of the former Soviet sphere, stretching as far as the Baltic Sea — at great additional expense compared to the Pakistani supply route. This alternative is viable, as it would allow sufficient supplies to flow to support NATO operations. Indeed, over recent months it has become the primary line of supply, and reliance upon it is set to expand. At present, 48 percent of NATO supplies still go through Pakistan; 52 percent of NATO supplies come through NDN (non-lethal); 60 percent of all fuel comes through the NDN; and by the end of the year, the objective is for 75 percent of all non-lethal supplies to transit the NDN.

Separating the United States yields a different breakdown: Only 30 percent of U.S. supplies traverse Pakistan; 30 percent of U.S. supplies come in by air (some of it linked to the Karakoram-Torkham route, probably including the bulk of lethal weapons); and 40 percent of U.S. supplies come in from the NDN land route.

Therefore, Dmitri Rogozin’s threat that Russia might suspend these supply lines threatens the viability of all Western operations in Afghanistan. Rogozin, the Russian envoy to NATO, has been known to make extreme statements. But when he makes those statements, he makes them with the full knowledge and authorization of the Russian leadership. Though he is used to making statements that the leadership might want to back away from, it is not unusual for him to signal new directions in Russian policy. This means the U.S. and NATO militaries responsible for sustaining operations in Afghanistan cannot afford to dismiss the threat. No matter how small the probability, it places more than 100,000 U.S. and allied troops in a vulnerable position.

For the Russians, the issue is the development and deployment of U.S. ballistic missile defenses in Europe. The Russians oppose the deployment, arguing it represents a threat to the Russian nuclear deterrent and therefore threatens the nuclear balance. This was certainly the reason the Soviets opposed the initial Strategic Defense Initiative in the 1980s. Carrying it forward to the 2010s, however, and the reasoning appears faulty. First, there is no nuclear balance at the moment, as there is no political foundation for nuclear war. Second, the U.S.-European BMD scheme is not designed to stop a massive launch of nuclear missiles such as the Russians could execute, but only the threat posed by a very small number of missiles such as might be launched from Iran. Finally, it is not clear that the system would work very well, though it has certainly proven far more capable than the turn-of-the-century predecessor systems.

Nevertheless, the Russians vehemently opposed the system, threatening to deploy Iskander short-range ballistic missiles and even tactical nuclear weapons in Kaliningrad and other locations in response. The Russian concern is obviously real, but it is difficult to believe it is the nuclear balance they are concerned about. Rather, it is the geopolitical implications of placing BMD infrastructure in Central Europe.

Opposition to a Second Containment

Elements of the weapons, particularly radars and interceptors, are being deployed around the periphery of Russia — in Poland, Romania, Turkey and Israel. From the Russian point of view, the deployment of radars and other systems is a precursor to the deployment of other military capabilities. They are extremely valuable installations that must be protected. Troops therefore will be deployed along with air defenses, and so on. In other words, the deployment of the BMD infrastructure itself may have no practical impact on the Russians, but the indirect consequences would be to set the stage for more expansive military deployments. The Russians must assume this could entail a return to containment, the principle employed by the United States during the Cold War to limit Soviet power.

The Russians see the inclusion of other military forces at the locations of the interceptor and radar deployment as creating a belt of nations designed to contain Russia. Given the uncertain future of Europe and the increasing relative power of Russia in the region, the United States has an interest in making certain any disruption in Europe doesn’t give the Russians opportunities to extend their political influence. While the extent to which American planners chose the sites with the containment of Russia in mind isn’t clear, from the Russian point of view the motive doesn’t matter. Planning is done based on capability, not intent. Whatever the U.S. intent, the move opens the door for containment if and when U.S. policy planners notice the opportunity.

The Russians have threatened actions for years, and in the past few weeks they have become increasingly vocal on the subject of BMD and on threats. Rogozin obviously was ordered to seize on the vulnerability created by the Pakistani move and introduced the now-indispensible NDN as a point where the Russians could bring pressure, knowing it is the one move the United States cannot tolerate at the moment. Whether they intend to shut down the supply line is questionable. Doing so would cause a huge breach with the United States, and to this point the Russians have been relatively cautious in challenging fundamental U.S. interests. Moreover, the Russians are worried about any instability in Afghanistan that might threaten their sphere of influence in Central Asia. However, the Russians are serious about not permitting a new containment line to be created, and therefore may be shifting their own calculations.

It is a rule of war that secure strategic supply lines are the basis of warfare. If you cannot be certain of supplying your troops, it is necessary to redeploy to more favorable positions. The loss of supply lines at some point creates a vulnerability that in military history leads to the annihilation of forces. It is something that can be risked when major strategic interests require it, but it is a dangerous maneuver. The Russians are raising the possibility that U.S. forces could be isolated in Afghanistan. Supply lines into the landlocked country never have been under U.S. or NATO control. All supplies must come in through third countries (less than a third of American supplies come by air, and those mostly through Russian airspace), and their willingness to permit transit is the foundation of U.S. strategy.

The United States and NATO have been exposed as waging a war that depended on the willingness of first Pakistan and now increasingly Russia to permit the movement of supplies through their respective territories. Were they both to suspend that privilege, the United States would face the choice of going to war to seize supply lines — something well beyond U.S. conventional capacity at this time — or to concede the war. Anytime a force depends on the cooperation of parties not under its control to sustain its force, it is in danger.

The issue is not whether the threats are carried out. The issue is whether the strategic interest the United States has in Afghanistan justifies the risk that the Russians may not be bluffing and the Pakistanis will become even less reliable in allowing passage. In the event of strategic necessity, such risks can be taken. But the lower the strategic necessity, the less risk is tolerable. This does not change the strategic reality in Afghanistan. It simply makes that reality much clearer and the threats to that reality more serious. Washington, of course, hopes the Pakistanis will reconsider and that the Russians are simply blowing off steam. Hope, however, is not a strategy.

http://www.stratfor.com/weekly/20111129-pakistan-russia-and-threat-afghan-war?utm_source=freelist-f&utm_medium=email&utm_campaign=20111130&utm_term=gweekly&utm_content=readmore&elq=af5e1ad43e9d4d6892e813cfe59642ca
is republished with permission of STRATFOR.
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