In questa ultima settimana, caratterizzata dalla questione dello scudo missilistico di difesa statunitense che si sta dispiegando in varie nazioni europee comprese le ex satelliti di Mosca Ucraina, Georgia, Bulgaria, le repubbliche Baltiche etc., è andata crescendo la tensione tra il Cremlino e gli occidentali, non disposti a trattare sul piano missilistico BMD (Ballistic Missile Defence). Obama si è rifiutato di sottoscrivere alla Russia un documento di  garanzia sull’uso del sistema BMD non rivolto contro il suo territorio. Da parte sua Washington ha accelerato negli ultimi mesi i colloqui con i singoli paesi dove è stato installato o è in via di installazione tale sistema missilistico. Secondo quanto riportato dagli americani l’intero sistema di difesa potrebbe essere perfettamente attivo e funzionante già ai primi di gennaio.

La Russia si accinge, quindi, a varare una serie di misure di una certa rilevanza per contrastare i piani statunitensi e dei governi europei, come ha ripetutamente annunciato Medvedev, il quale ha dichiarato che gli avvisi agli occidentali non erano assolutamente da leggere nel quadro della propaganda elettorale delle ultime elezioni russe ma come fatti reali e che saranno messi in atto.

Il ministro degli esteri della Francia, Alain Juppe, è costretto ad ammettere alla Deutsche Presse-Agentur, questo mercoledì,  che i colloqui tra Russia e Usa sono vicini ad un punto morto e si interromperanno.

Proprio ieri, mercoledì 7 dicembre, il capo di stato maggiore russo, il generale Nikolai Makarov ha reso noto che le forze armate russe hanno iniziato a prendere misure volte a contrastare il spiegamento del sistema di difesa anti-missile europeo guidato dagli Stati Uniti che mette a rischio le difese strategiche nucleari della sua nazione.
Il generale sessantaduenne,  nella tensione crescente, attorno al 17 novembre aveva dichiarato:
La possibilità di locali conflitti armati lungo quasi l’intera frontiera è aumentata drammaticamente. In determinate condizioni, non escludo conflitti armati locali e regionali, lo sviluppo di una guerra su larga scala, compreso l’uso di armi nucleari”.
A riassumere la posizione occidentale, tanto europea quanto statunitense, ci ha pensato il capo della NATO, Anders Fogh Rasmussen, dicendo di credere che la Russia sprecherà denaro nel costruire contromisure contro un nemico artificiale che non esiste.
Certo, contrastare i piani missilistici europei-statunitensi potrebbe risultare uno spreco dal punto di vista delle risorse finanziarie in rosso di Europa e Usa, ma la Russia non è più una nazione povera. Ha accumulato 516 miliardi dollari in riserve estere cosa che la ha portata ad essere la terza nazione al mondo, dopo Cina e Giappone. La Russia è oggi il più grande esportatore di petrolio del mondo, davanti all’Arabia Saudita.

Il generale Makarov ha aggiunto, inoltre, che “creare la difesa antimissile in Europa potrebbe nettamente peggiorare i nostri rapporti e […] un deterioramento delle relazioni tra la Russia e la NATO non porterebbe alla stabilità in Europa”.
Egli ha sottolineato che le relazioni tra la Russia e la NATO hanno raggiunto un punto morto e si sarebbe sviluppato sospetto e diffidenza nella cooperazione, se la linea di fondo fosse stata attraversata. Il generale in maniera diplomatica ha avvertito che sono in gioco i rapporti di cooperazione tra Russia e stati occidentali della NATO in teatri come l’Afghanistan.

Questo avvertimento, c’è ragione di credere, minaccia il proseguimento della stessa guerra afghana, poiché le linee di rifornimento Nato e Statunitensi passano in buona parte attraverso corridoi in Russia. A Mosca cominciano a valutare come un opzione sempre più percorribile il tagliare le linee di rifornimento alle truppe occidentali, schierate nel teatro bellico afghano. Questa semplice minaccia bastava già a costringere i vertici del Pentagono e della NATO a riconsiderare l’intera logistica della missione afghana; il rischio sempre più concreto e che i soldati occidentali rimangano a corto di munizioni pur avendo armi sofisticate e che vengano a mancare pezzi di ricambio e combustibile. Oltre il 90% di ciò che i militari occidentali impiegano in Afghanistan, infatti, proviene dall’estero; la chiusura dei corridoi di rifornimento russi prefigurerebbe un ripiegamento o forse anche una precipitosa ritirata che alcuni paragonano già a quella statunitense dal Vietnam.

Usa e Nato insistono che il sistema di difesa missilistico è in realtà un sistema a protezione di Turchia e stati europei in caso di attacco missilistico dell’Iran. L’Iran sarebbe l’altro punto caldo di questo fine 2011, connesso all’intera questione e a cui, a livello geopolitico, si deve aggiungere la Siria, attorno alla quale si sono fatte sempre più forti le minacce occidentali e della Lega Araba. Prima di procedere ad un attacco alla Siria, la Nato vuole, in ogni caso, che sia dispiegato e perfettamente efficiente il sistema di difesa missilistico (BMD), considerando probabile un allargamento del conflitto all’Iran che dispone di missili a lunga gittata in grado di raggiungere obiettivi in Israele, in Turchia e probabilmente, con una stima prudente, anche nei Balcani. L’intero sistema degli equilibri del Medioriente rischierebbe di saltare con una guerra che coinvolgerebbe certamente l’Iraq sciita e un attore di primaria importanza, negli ultimi anni, sugli scenari mondiali: la Cina.

Di fatto, se la Russia denuncia una sorta di accerchiamento dei suoi confini da parte degli Usa e della NATO, anche la Cina negli ultimi tempi sembra aver preso atto di una strategia americana che è sempre più orientata a limitarne l’ascesa e ad entrare in collisione con gli interessi cinesi, tanto nella questione del nucleare iraniano quanto all’interno delle dispute tra le varie nazioni asiatiche nel Mar della Cina.
A misurare l’alto grado della crescente tensione ha contribuito anche la dichiarazione di questo novembre del contrammiraglio della marina cinese, Zhang Zhaozhong, direttore della National Defense University, Dipartimento Militare Logistica e attrezzature: “la Cina non esiterà a proteggere l’Iran anche con una terza guerra mondiale”.
Zhaozhong sostiene blog militari nazionalisti che ricevono milioni di visitatori ed è anche ben noto come commentatore che appare regolarmente sulla statale China Central Television (CCTV).
Zhang Zhaozhong ha sostenuto, in altri interventi, che la Russia è solo un sostenitore superficiale dell’Iran, mentre la Cina è un vero pilastro dell’Iran. Zhang ha detto che la Cina è persino disposta ad aprire un passaggio di terra in Pakistan per aiutare l’Iran direttamente. L’Iran ha un importante valore strategico per la Cina. La Cina ha una domanda, in rapida crescita, di importazione di petrolio e il 10 per cento del suo petrolio greggio proviene, infatti, dall’Iran, che è il terzo fornitore della Cina.

 

Zhang Zhaozhong, non è raro faccia affermazioni piuttosto forti, essendo rappresentante dell’ultranazionalismo militare cinese; già nel dicembre del 2005 l’ammiraglio era stato punito con una nota di demerito e la mancata promozione per un anno, per aver dichiarato in relazione alla crisi con Taiwan: “Se gli americani puntano i loro missili in zone di destinazione in territorio cinese, penso che dovremmo rispondere con armi nucleari. […] ci prepareremo per la distruzione di tutte le città ad est di Xi’an. Naturalmente gli americani dovranno essere preparati …al fatto che centinaia di loro città verranno distrutte dai cinesi.

Tuttavia Zhang Zhaozhong fu punito più in maniera simbolica che effettiva, ebbe infatti successivamente diverse promozioni, d’altronde era stato richiamato non per il contenuto di ciò che aveva espresso, quanto per averlo detto pubblicamente. L’ammiraglio aveva dato voce, semplicemente, al sentire degli alti gradi militari cinesi che, anche in questi ultimi giorni del 2011, denunciano un crescente nervosismo per la questione Iraniana e Siriana e per quella crisi latente e strisciante che si sta sviluppando nel Sud Est asiatico e nel mar della Cina.
Va sottolineato che mentre nel 2005, Zhang Zhaozhong fu sanzionato, almeno agli occhi del mondo e smentito rispetto alle sue affermazioni, niente del genere è successo questa volta, a conferma che quanto affermato dal contrammiraglio cinese trova una tacita corrispondenza negli umori delle alte gerarchie della Cina che proprio nei giorni scorsi sono intervenute con parole che non lasciano margini a dubbi. Hu Jintao ha, infatti, dichiarato nei giorni scorsi (martedì 6 dicembre) che la Marina della Cina dovrebbe accelerare il suo sviluppo e prepararsi per la guerra.
Ha detto che i militari devono “fare i preparativi per una guerra estesa”.

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La Cina è bloccata in dispute territoriali con diverse altre nazioni nel Mar Cinese Meridionale. La tensione politica cresce quindi tra la Cina e gli Stati Uniti, i quali stanno cercando di aumentare la loro  presenza nella regione e che hanno annunciato il dislocamento di truppe statunitensi in Australia per meglio controllare ed poter intervenire nel teatro asiatico. Il numero delle truppe americane in Australia è pari a 250 ma con i recenti accordi di rinnovata collaborazione militare tra USA e Australia il numero di uomini nei primi mesi del 2012 dovrebbe raggiungere il numero di 2500, mentre aerei da combattimento e navi da guerra degli Stati Uniti potranno anche visitare ed utilizzare le basi militari australiane frequentemente.
Va sottolineato che la flotta militare americana consta di 79 navi e di numerosi sottomarini americani al largo della costa occidentale, 29 nelle Hawaii, 19 in Giappone e quattro nel territorio del Pacifico di Guam […] 11 portaerei statunitensi hanno la loro base nel Pacifico, compresa la USS George Washington, che è ancorata alla base navale di Yokosuka in Giappone. Ci sono circa 50 navi della marina statunitense nel Pacifico occidentale. Gli USA hanno dato avvio a vaste operazioni navali (in combinazione con le loro alleanze geopolitiche nella regione, sancite e rafforzate dal recente tour di Obama di novembre) che hanno permesso di contenere la Cina all’interno di ciò che è conosciuto come “brown water navy“.
La Marina cinese ha centinaia di navi a sua disposizione, tra cui sottomarini nucleari e portaerei, ma ancora non si avvicina all’enorme potenza di fuoco navale esercitata dagli Stati Uniti. Quest’anno la Cina ha presentato la Varyag, la prima portaerei della Repubblica Popolare, di 300 metri di lunghezza, costruita da una ex nave sovietica; tale portaerei ha avuto la sua prima prova sul mare il 10 agosto.

Al contrario, l’India – un’altra grande potenza militare della regione – ha circa 132 navi da guerra, tra cui una portaerei, e 16 sottomarini, uno dei quali è un sottomarino nucleare in fase di prova in mare.
Gli Stati uniti hanno rimproverato alla Cina mancanza di trasparenza nello sviluppo dei propri armamenti e della flotta navale militare. Pur essendo la prima potenza militare al mondo, gli USA temono che lo sviluppo degli armamenti cinesi possa presto mettere a repentaglio il primato statunitense.

Le schermaglie tra Russia, Stati Uniti, Cina, Siria, Iran, Israele, Pakistan ed Europa stanno crescendo in maniera esponenziale in questi ultimi giorni del 2011 e preludono ad un 2012 foriero dei più cupi scenari, se alcuni importanti attori della contesa in atto non faranno alcuni passi indietro.
Al momento sembra che nessuno dei contendenti sia disposto a cedere, men che meno gli statunitensi, fedeli al motto del loro padre fondatore e primo presidente George Washington che amava dire: “preparare la guerra è l’unico modo per mantenere la pace”.
Agli statunitensi, scarsi in latino, che non perdono mai l’occasione per attribuirsi qualcosa di altrui, [financo le frasi celebri, come la locuzione latina si vis pacem para bellum], andrebbe ricordata la massima del poeta latino Quinto Orazio Flacco:
Molto si miete in guerra ma scarsissimo è il raccolto”.

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