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  • L’intervento in Libia e la negazione della legalità internazionale.
    Un ritorno alla pseudo “moralità internazionale” del XIX secolo

[07.01.2012] (trad. di Levred per GilGuySparks)

L’Europa è ormai l’unica forza capace di realizzare un progetto di civiltà (…) Gli Stati Uniti e Cina hanno già iniziato la conquista dell’Africa. Quanto tempo aspetta l’Europa a costruire l’Africa di domani?
Nicolas Sarkozy, 2007.

Gli insorti libici meritano il sostegno di tutti i democratici.
Bernard-Henri Lévy, 2011.

Quando un popolo perde la propria indipendenza dall’esterno, non mantiene per molto la propria democrazia all’interno.
Régis Debray, 1987.

Le potenze occidentali invocano una vaga “morale” internazionale, simile a quella che prevalse nel XIX secolo, mentre ignorano il diritto internazionale che considerano, semmai, un semplice insieme di procedure.
Questa “morale”, prodotto surrogato occidentalista, è in perfetta armonia con la flagrante violazione dei principi fondamentali che costituiscono il nucleo della Carta delle Nazioni Unite, e con un chiaro disprezzo per le Nazioni Unite dal momento in cui il Consiglio di Sicurezza, organo oligarchico, viene neutralizzato dalle divisioni tra le grandi potenze e non può essere manipolato che da alcune di loro.
Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna si considerano sempre “le uniche forze in grado di realizzare un progetto di civiltà”, sebbene si affrontino l’un l’altro quando i loro interessi economici e finanziari non coincidono.


Le operazioni militari e le ingerenze indirette si succedono.
Anders Fogh Rasmussen stesso, Segretario generale della NATO, si incarica di annunciarle: “Come ha dimostrato la Libia, non possiamo sapere dove la prossima crisi esploderà, ma esploderà” (5 settembre 2011).

Non si tiene conto delle preoccupazioni espresse dagli stati del Sud realmente indipendenti. Le parole di Thebo Mbeki, ex presidente del Sud Africa, sono significative: “Quello che è successo in Libia potrebbe essere un precursore di ciò che può accadere in un altro paese. Penso che tutti dovrebbero esaminare la questione, perché è un grande disastro” (20 settembre 2011).

Al contrario, la Francia ha avuto una quasi totale unanimità al momento di applaudire le operazioni militari contro la Libia e l’esecuzione sommaria di Muammar Gheddafi. Da Bernard-Henri Lévy al presidente Sarkozy, passando per Ignacio Ramonet, dalla UMP (a destra) al Partito comunista (con qualche riserva), passando per il Partito socialista e tutti i principali media (da Al-Jazeera a Le Figaro): “in nome di una strage solo possibile, si è perpetrato un massacro ben reale, si è scatenata una guerra civile mortifera” (1) e si è ammessa la violazione di un principio fondamentale in vigore, la sovranità di uno Stato membro delle Nazioni Unite.

Lo stesso è accaduto nella maggior parte dei paesi occidentali, che non hanno prestato la minima attenzione alla proposta di mediazione dell’Unione Africana o del Venezuela, né hanno voluto affidare alle Nazioni Unite la responsabilità di una negoziazione o di una conciliazione.
Lo spirito guerresco è stato imposto improvvisamente senza che si producesse una reazione dell’opinione pubblica, non interessata, a causa della scomparsa della leva nell’esercito e a causa della professionalizzazione (o anche a causa della privatizzazione, almeno parzialmente, come in Iraq), dei conflitti armati. Se la sinistra francese non ha contestato, come aveva fatto in passato contro le diverse aggressioni occidentali, è accaduto perché, al di là del “democraticismo” di rigore, si trattava di africani e arabi e dei problemi del “Sud”, senza rendimento elettorale, dato lo stato ideologico medio dei francesi alla fine del mandato di Nicolas Sarkozy (2).
Se la destra, soprattutto i conservatori francesi, opta per ingerenze sempre più aperte nei paesi del Sud, è perché, al di là degli interessi economici (soprattutto energetici) di grandi aziende che operano nel Sud, le avventure all’aria aperta sono sempre benvenute in tempi di grave crisi interna.
Il risultato complessivo è stato, se non la morte del diritto internazionale, almeno il suo ingresso in un coma profondo (3).


1. L’esclusione della Libia di Gheddafi dal beneficio del diritto internazionale

In un continente dove le elezioni sono di solito un’autentica farsa, le elezioni presidenziali in Costa d’Avorio nel 2010, un vero esempio da manuale, adulterate da una ribellione armata per più di otto anni che aveva il sostegno della Francia e che occupava tutto il nord del paese, hanno lasciato il posto ad un intervento delle Nazioni Unite e all’esercito francese per rimuovere forzatamente il presidente Gbagbo. L’occupazione totale della Costa d’Avorio nel 2011 da parte dei ribelli, con il supporto di ONUCI e delle truppe francesi della Licorne, piena di massacri (come quella di Duekoué), ha provocato appena le reazioni dei giuristi francesi (4).

Sembra che i pretesti addotti dalle autorità francesi (repressione contro manifestanti civili, non rispetto del risultato delle “elezioni”) abbiano posto la dottrina prevalente nel pensiero politico, che impedisce di effettuare i controlli necessari delle accuse politiche ufficiali (5) .
In nome di un “legittimità democratica” indefinita, approvata dalla maggioranza congiunturale del Consiglio di Sicurezza, “stimolata” da uno Stato al contempo giudice e parte, siamo giunti fino ad ammettere che un governo sia rovesciato con la forza per installarne un altro, con il sostegno di una delle parti in conflitto.
Con molti mesi d’intervallo, l’intervento in Libia fa parte della strategia applicata in Costa d’Avorio, che ha poco a che fare con la politica di sostegno, più tarda, dei movimenti popolari in Tunisia ed Egitto (6).
Brutalmente, in nome di una minaccia per gli avversari del governo della Jamahiriya, il cui carattere improbabile è stato dimostrato da Rony Brauman, alla Libia è stato negato lo status di pieno soggetto del diritto internazionale, “membro regolare” della comunità internazionale. Ci sono voluti solo una manifestazione il 15 febbraio 2011 in una città del paese, seguita da una rivolta il 17 nella stessa città di Bengasi, perché uno stato che era da lungo tempo membro delle Nazioni Unite, che aveva tenuto la presidenza dell’Unione Africana e aveva trattati firmati con vari paesi, in particolare con Francia e Italia, fosse espulso dalla comunità internazionale. Il Consiglio di sicurezza si è basato su informazioni provenienti da fonti di informazione molto parziali sui fatti di Bengasi, quelli di una delle parti in conflitto (gli insorti) e un mezzo di comunicazione, Al Jazeera (7), senza che sia stata condotta un’inchiesta o sia stata cercata una “soluzione, soprattutto, mediante una negoziazione, un’investigazione, una mediazione, una conciliazione (…) o altri mezzi pacifici” (articolo 33 della Carta).

Il Consiglio di Sicurezza ha adottato con precipitazione estrema (8) la Risoluzione 1970 del 26 febbraio, cioè, solo qualche giorno dopo gli scontri scoppiati a Bengasi, a differenza di molti altri conflitti nel mondo, che provocarono reazioni molto tarde (9). Non sono furono presi in considerazione i commenti dell’India circa il fatto che “non c’era praticamente alcuna dichiarazione credibile sulla situazione nel paese.” Si è ritenuto colpevole immediatamente lo stato e si è deciso che il leader libico Muammar Gheddafi doveva comparire davanti al Tribunale Penale Internazionale senza un esame contraddittorio dei fatti.
Su iniziativa della Francia, degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, nonostante l’astensione di Cina, Russia, India, Brasile e Germania, si ripeteva la procedura applicata con l’Iraq, contro il quale “vi erano prove sufficienti“, come quelle che Colin Powell ha esposto nel 2003, Tripoli è stata distrutta come lo fu Baghdad.
La Risoluzione 1973 del 17 marzo completava la 1970 del 26 febbraio. Era basata sulla “necessità di proteggere la popolazione civile” senza  che il Consiglio di Sicurezza avesse remore nel proclamare il suo “rispetto per la sovranità e l’indipendenza” della Libia. Il suo scopo era “la cessazione delle ostilità” e di “ogni forma di violenza“. I metodi consigliati per realizzarla erano di “facilitare il dialogo” mentre si controllava lo spazio aereo al fine di evitare l’intervento dell’aviazione libica. La NATO e poi, sotto il suo comando, in particolare Francia e Gran Bretagna, si incaricarono di eseguire le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Si davano tutti gli elementi di un atto arbitrario al di fuori della legalità internazionale.
In primo luogo, l’estrema ambiguità delle risoluzioni. Il “dovere di proteggere i civili preventivamente” è un po ‘come il concetto di “autodifesa preventiva“, mera elusione del divieto di aggressione. Inoltre, la nozione di “civile” è vaga.
Che dire dei “civili” armati?
La violenza verbale di Muammar Gheddafi non può essere assimilata a una repressione illegale. La nozione di “legittimità democratica” usata in modo esplicito dal Consiglio di Sicurezza per condannare il governo di Gbagbo in Costa d’Avorio è il riferimento implicito che ha permesso di tacciare il governo libico come antidemocratico e come una minaccia alla pace internazionale. Il Consiglio di Sicurezza e le potenze occidentali si sono erette così giudici della “validità” dei regimi politici nel mondo.

Va notato, anzitutto, che queste risoluzioni, la 1970 e la 1973, hanno un carattere contraddittorio. Fanno riferimento alla sovranità e alla non ingerenza, ma “autorizzano” gli stati membri delle Nazioni Unite a prendere “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili, “ma escludendo l’uso di una forza di occupazione straniera di qualsiasi tipo in qualunque parte del territorio libico” e chiarendo che gli unici voli consentiti sul territorio sono quelli “il cui scopo sia umanitario“.
In secondo luogo, queste risoluzioni che dicono una cosa e il suo contrario (le Nazioni Unite non hanno creato il Comitato di Stato Maggiore, nè la polizia internazionale ai sensi della Carta) hanno creato le condizioni per l’intervento della NATO, gli obiettivi e le dichiarazioni ufficiali si sono evolute rapidamente dalla dimensione “protettiva” alla dimensione distruttiva del governo di Tripoli.
Il Consiglio di Sicurezza, che dovrebbe essere uno strumento di riconciliazione e di mantenimento della pace, in realtà è diventato uno strumento di guerra. La dichiarazione congiunta di Sarkozy, Obama e Cameron del 15 aprile 2011 è significativa: “non si tratta di rovesciare Gheddafi con la forza“, ma “fino a che Gheddafi è al potere, la NATO… deve mantenere le sue operazioni.
Il ricorso alla forza armata aerea e ad intensi bombardamenti aerei (della durata di otto mesi) delle città e delle vie di comunicazione aveva un solo scopo, aiutare il CNT a Bengasi e liquidare il governo di Gheddafi, con la promessa di una contropartita di petrolio al termine del conflitto (10).
L’intervento di terra, formalmente proibito dal Consiglio di Sicurezza, si è verificato anche prima che gli attacchi aerei cominciassero. Il rapporto di CIRET-AVT [Centro Internazionele di investigazione sul terrorismo] e il già menzionato 2R Ct rivela la presenza di membri di alcuni servizi speciali occidentali (in particolare il DGSE [servizio segreto francese]), seguita da un intervento militare nell’ovest del paese di alcuni gruppi “binazionale”, provenienti da diversi paesi occidentali, in particolare attraverso il confine con la Tunisia, che era aperto. Le forniture di armi (soprattutto francesi, attraverso la Tunisia) sono diventate sempre più importanti.
E’ stato anche rivelato che intervennero truppe provenienti dal Qatar.
Significativamente, il governo francese ha omesso praticamente qualsiasi riferimento al diritto internazionale. Secondo lo stesso, la legalità si è ridotta a un atto di procedura, il consenso del Consiglio di Sicurezza, mentre sappiamo che le sue decisioni non sono soggette ad alcun controllo di legalità. Il paradosso è che per gli stati occidentali l’invocazione perenne ai diritti umani, alla democrazia e all’umanità in generale funziona in modo selettivo. Anche se questa pratica non è nuova, ora è diventata dilagante.
In particolare, se ci atteniamo al mondo arabo, le posizioni degli Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono caricature, così per la loro politica unilaterale, come per il loro comportamento nel Consiglio di Sicurezza e, in generale, alle Nazioni Unite.
La situazione dei curdi, della minoranza sciita nei paesi del Golfo, la repressione in Arabia Saudita, Bahrain (11) e negli Emirati Arabi Uniti, tra i quali si incontra il Qatar, alleato belligerante della NATO contro la Libia, non provocano alcuna reazione: in questi casi, i diritti umani e la democrazia non riguardano le potenze occidentali (12). Il caso più evidente è quello della Palestina. Nel Consiglio di Sicurezza due o tre paesi paralizzano il sostegno della maggioranza assoluta dei paesi membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per l’ammissione della Palestina come membro permanente delle Nazioni Unite. Con un “approccio umanitario” molto particolare, gli Stati Uniti e la Francia (a suo modo) (13) si oppongono al pieno riconoscimento di uno stato palestinese perché “potrebbe causare una recrudescenza della violenza, uno dei principali ostacoli per i negoziati con Israele“!
Dopo mezzo secolo di ostilità e di indifferenza, i paesi occidentali ritengono che il popolo palestinese debba continuare ad aspettare. Pertanto il suo spettacolare sostegno alle “rivoluzioni arabe” non ha nulla a che fare con una posizione di principio. “Non si può salutare l’avvento della democrazia nel mondo arabo e disinteressarsi di essa quando riguarda la questione nazionale palestinese“, scrive giustamente B. Stora (14).


Per le autorità occidentali ci sono due criteri di “sensibilità” per il mondo arabo e l’Islam. Tutto dipende dagli interessi in gioco. Il diritto umanitario e i diritti umani sono completamente estranei a questo. Le operazioni della NATO, la cui forza di shock era l’esercito francese, la sua aviazione e i servizi speciali, non sono riuscite a rispettare il diritto umanitario, anche se [il ministro francese degli affari esteri] Juppé ha reagito come donzella indignata, quando qualcuno “osava” menzionare vittime libiche civili dei bombardamenti NATO (15).
La guerra libica ha reso molto malconcio il diritto umanitario. La “protezione della popolazione civile” non è mai stata più di una nozione astratta, a scapito dei libici tramutati in vittime dei bombardamenti, del razzismo e della xenofobia, in militanti armati dall’estero o dallo stato, e in sfollati in fuga dai combattimenti. A questo si è venuto ad aggiungere un fenomeno di fuga dal territorio libico di centinaia di migliaia di lavoratori stranieri nelle peggiori condizioni, con l’indifferenza quasi totale dell’Occidente e l’impotenza dei paesi vicini.
Il rapporto «Libye: un avenir incertain. Compte rendu de la misión d’évaluation auprès des belligérants libyens»  (Libia: Un futuro incerto. Rapporto della Missione di valutazione tra i belligeranti libici, Parigi, maggio 2011) preparato da un comitato di esperti (uno dei quali è Y. Bonnet, ex capo dell’antiterrorismo francese) sopra il quale i media hanno mantenuto un silenzio quasi totale (16), ha indicato che la rivoluzione libica non è stata una rivoluzione pacifica, che i “civili”, e il 17 febbraio, erano armati e hanno attaccato edifici civili e militari a Bengasi, in Libia non ci furono grandi manifestazioni pacifiche represse con la forza.
L’intervento esterno si è messo in atto come misura preventiva meno di 10 giorni dopo il primo incidente, e il 2 marzo, cioè due mesi dopo lo scoppio dei disordini nella parte orientale della Libia, la Corte penale internazionale ha aperto un procedimento contro Gheddafi e suo figlio Saif Al-Islam; i bombardamenti, che non si erano fermati per otto mesi e che causarono diverse migliaia di vittime civili (erano già un migliaio alla fine di maggio) hanno perso rapidamente il loro carattere militare per perseguire una finalità essenzialmente politica: rovesciare il governo della Jamahiriya e tentare di uccidere Gheddafi e il suo entourage con assassinii selettivi, un obiettivo che è stato raggiunto a Sirte il 20 ottobre, dopo un intervento dell’aviazione francese (17).
Per questo si bombardarono molti edifici pubblici che mancavano di interesse strategico (soprattutto a Tripoli e nelle città petrolifere di Ras Lanuf, Brega e Ajdabiya) (18), come anche si bombardarono le vie di comunicazione, molti elementi delle infrastrutture industriali, monumenti storici e così via. Presi insieme, questi fatti costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità che devono essere perseguiti dalla giustizia penale internazionale.
Per quanto riguarda gli omicidi selettivi (alla maniera dell’esercito israeliano contro i comandanti palestinesi) dei parenti di Gheddafi (tra cui diversi bambini) e dello stesso Gheddafi (per esempio, il bombardamento della casa privata di un figlio di Gheddafi, che ha ucciso due dei suoi nipoti), in alcun modo può essere considerata come parte di un’operazione di pace e di “protezione” sotto la bandiera dell’ONU. Se la Corte penale internazionale aveva giurisdizione per citare Gheddafi (19), anche i responsabili francesi dei bombardamenti e dei tentativi di assassinio dei dirigenti di uno stato membro delle Nazioni Unite, quali che fossero i reati da loro commessi, sono degni, quindi, di sanzioni ai sensi del diritto penale internazionale. Il caso più evidente è l’assassinio di Gheddafi stesso, con la collaborazione attiva della NATO e dell’aviazione francese.

La Risoluzione 1674 del Consiglio di sicurezza del 28 aprile 2006 nota che “gli attacchi deliberati contro i civili (…) in situazioni di conflitto armato sono una flagrante violazione del diritto umanitario internazionale“. Gli omicidi mirati hanno  in special modo un carattere criminale: il ruolo delle Nazioni Unite non è di comminare condanne a morte. Inoltre degne di nota, tra le illegalità palesi, sono le procedure per il congelamento dei beni libici pubblici e privati.
Infatti, le misure adottate durante la guerra libica non hanno tenuto conto delle risoluzioni 1452 (2002) e 1735 (2006) del Consiglio di sicurezza. I trasferimenti effettuati dalla Francia e dai suoi alleati europei al CNT non sono riusciti a soddisfare la normativa europea.
In realtà, il criterio giuridico occidentale sulla Libia occidentale si somiglia alle posizioni di G. Scelle nel suo manuale del 1943 sulla “Russia bolscevica”. Secondo questo autore classico, si doveva considerare quel governo come “illegale a livello internazionale” (20). Non si poteva ammettere la “Russia bolscevica” come soggetto di diritto. Infatti, fino al 1945 non fu parzialmente accettata.
Più di mezzo secolo dopo, le violazioni della legge commesse dall’Occidente in Libia non sono considerate tali, perché si stava distruggendo un regime odioso, “illegale” per natura. Quindi, non solo a certe persone, come i palestinesi sono negate la qualità di pieni soggetti del diritto internazionale, né alcuni Stati, i membri delle Nazioni Unite, hanno “diritto al diritto”.
L’approccio che emerge da questa pratica occidentale è che il diritto al diritto internazionale non lo detengono gli stati ma i regimi sostenuti dalle potenze occidentali.

2. Continuità e imperturbabilità dei giuristi

Per un giurista la prima osservazione che sorge è l’assordante silenzio degli esperti di diritto internazionale, simile a quello che, come minimo, ipotecò la natura scientifica dei loro giudizi circa l’Iraq, il Kosovo (21), l’Afghanistan e la Costa d’Avorio, per esempio.
La dottrina dominante tra gli esperti di diritto internazionale rimane “immobile”: gli ultimi manuali non esprimono la minima preoccupazione, mentre evitano di illustrare le loro argomentazioni accademiche con esempi tanto poco esemplari. Molti di questi dotti professori di diritto internazionale sono diventati ultra ciceroniani: Summum jus, summa injuria!
In effetti, per Cicerone un eccesso di legge porta alla peggiore ingiustizia. Allineati dietro la maggior parte del personale politico in Occidente, i giuristi considerano che il diritto internazionale quando limita troppo il “messianismo”, sebbene sia guerriero, di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, distrugge i valori civilizzatori dei quali sono portatori.
L’ideologia, formalmente respinta da loro, è onnipresente nella loro analisi: la “legittimità” prevale sulla “legalità”, qualcosa di sorprendente per i giuristi!
In realtà, implicitamente ammettono che gli stati occidentali si sono regolati da soli nell’interesse del Bene Comune. Non che quelli, strenui difensori dello “Stato di diritto”, ignorino la legge; per questi giuristi ciò che fanno le potenze occidentali si situa “al di sopra” del “legalismo inadeguato” nel nome di una “missione” superiore che deve compiersi senza ostacoli. Dato l’inconveniente a censurare la politica estera statunitense e il suo approccio anti multilateralista, la questione non è criticare le autorità francesi quando (durante l’apogeo del “bettatismo-kouchneriano” [22]) invocano i diritti umani per giustificare la loro ingerenza, in detrimento della sovranità dei paesi piccoli e medi.
Nel 2010-2011 il presidente Sarkozy era molto lontano dal “bettatismo” quando estese il campo dell’ingerenza al contenzioso elettorale (tutta una primizia!): la Francia si è eretta, insieme con gli Stati Uniti e le Nazioni Unite, a giudice costituzionale, in sostituzione di una corrispondente istanza della Costa d’Avorio e ha finito per ricorrere alla forza armata per cambiare il governo di Abidjan, con un tentativo di assassinio del presidente L. Gbagbo (23).

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La crisi libica è andata anche oltre, ha consolidato l’idea della “rivoluzione democratica” tra le cause che legittimano l’esclusione del diritto internazionale.
I giuristi ripristinano la vecchia concezione che fino alla metà del XX secolo (si vedano le dimostrazioni del professor Le Fur, per esempio, negli anni Trenta e Quaranta) distingueva tra soggetti di diritto internazionale e soggetti esclusi da questo diritto, creando le condizioni per un nuova egemonia imperiale occidentale. Tuttavia, come la distanza tra il pensiero dominante legale e le posizioni politico e mediatiche ufficiali tendono a scomparire, il diritto internazionale dei manuali e delle riviste accademiche continua ad essere un lungo fiume tranquillo, allo stesso modo delle pagine che gli dedica Wikipedia ( 24).
Alcuni di questi eminenti autori si concentrano sui problemi tecnici dell’Unione europea, un “pianeta” politico più serio, mentre altri, altrettanto illustri, evidenziano “la resistenza della sovranità rispetto ai progressi del diritto internazionale “(!) , progressi che si qualificano come “indiscutibili e importanti” negli ultimi decenni.
Il nuovo multipolarismo in gestazione non incontra il loro apprezzamento, sia alla Cina (spesso descritta come “arrogante”) e che alla Russia rimproverano di fare un uso del loro diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza, perché può provocare “disordine, incapacità, mancanza di organizzazione.
La breve configurazione unipolare che si ebbe alla fine dell’Unione Sovietica è piaciuta molto di più: grazie all’unipolarità occidentalista, che si pensava più duratura, si sarebbe stabilito il dominio effettivo del diritto internazionale, il potere di garantire “il buon governo”, attraverso la divisione funzionale, dato che gli Stati Uniti e i loro alleati sono attrezzati per inciso, senza alcun dubbio, di una “visione” universalista (25).
In ogni caso, il giurista che rappresenta l’occidente è uno che apprezza il principio di sovranità, anche se ha ispirato la Carta delle Nazioni Unite, in particolare in quanto il potere dal quale proviene è sovrano de facto.
Raramente parla di “violazione” della legge, e meno ancora di regressione. Ci sono solo “interpretazioni”, “aggiustamenti” che hanno lo scopo di difendere sempre meglio gli interessi di tutta l’umanità (26). Il giurista accademico preferisce parlare di “nuovi attori” della “comunità” internazionale, come le ONG e “l’individuo” (27), che hanno in gestazione la “società civile” internazionale …
L’intervento militare in Libia era basato (Risoluzione 1970 e il 1973 del Consiglio di sicurezza) sulla protezione dell’individuo civile minacciato da un potere orribile, come fecero nel XIX secolo i paesi europei, con i loro “interventi umanitari” contro l’Impero Ottomano. Le tesi della Santa Sede sono precorritrici di Bush, Sarkozy e Kouchner.
Il giurista inglese H. Wheaton giustificava con lo stesso criterio l’intervento britannico in Portogallo nel 1825, secondo lui “in conformità con i principi di fede politica e di onore nazionale“. Allo stesso modo, inoltre, è stato giustificato “l’intervento delle potenze cristiane d’Europa a favore dei Greci.”
Un secolo dopo, nel 1920, Dean Moye dell’Università di Montpellier ha dichiarato inequivocabilmente che “non si possono negare i benefici innegabili che spesso hanno portato le intrusioni (…) E’ molto bello annunciare il rispetto della sovranità, inclusa quella barbara, e dichiarare anche che un popolo ha il diritto di essere tanto selvaggio quanto vuole. Ma è altrettanto vero che il cristianesimo e l’ordine sono una fonte di progresso per l’umanità e che molte nazioni ci hanno guadagnato quando i loro capi, incompetenti o tirannici, sono stati costretti a cambiare i loro metodi, sotto la pressione delle potenze europee. La persuasione, di per sé, non sempre riesce nell’intento, e a volte è necessaria per sfruttare le persone a dispetto di se stesse“(28).

A chi, questo, non ricorda, con solo alcune varianti, l’analisi che hanno fatto un secolo dopo le autorità statunitensi, francesi, inglesi e dell’ONU contro Gheddafi e Gbagbo?
Solo coloro che, ancora oggi, condannano le spedizioni coloniali in nome di un senso di colpa “infondato”, quando, secondo la dottrina, si è trattato di combattere «la barbarie dei popoli selvaggi, che occupano un territorio senza titolo di esserne proprietari“, non sono in grado di percepire il significato civile e umano di intervento occidentale e l’eventuale necessità di neo protettorati, anche nei piccoli paesi occidentali “mal governati”.

Le Fur, eminente titolare della Cattedra di Diritto Internazionale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Parigi, autore del Précis Dalloz 1931, di numerosi manuali tra il 1930 e il 1945, affiancato da altri insegnanti come Bonfils, Fauchille, ecc., ha sottolineato il tema della Civiltà contro la barbarie: “c’è in natura un’incompatibilità tra noi e gli arabi“, perché “il motto dell’arabo è: immobilità, e il nostro è andare avanti!” (sic) (29).

Le Fur, per quanto riguarda la colonizzazione, aggiunse che “la Francia l’ha messa in atto non solo per il loro bene ma per il bene comune dell’umanità“.
Per i giuristi contemporanei, gli Stati occidentali, sostenitori per natura del Bene e dell’interesse generale, aspirano, oggi come ieri, con tutti i mezzi a proteggere l’individuo e la popolazione civile dagli abusi del proprio stato.
Ebbene, il libico gheddafista è peggio che l’arabo del passato: la guerra contro di loro è “giusta”. Nulla è cambiato da quando un autore ottocentesco come H. Wheaton ha sostenuto, come avviene oggi, che “quando si va contro le basi su cui poggiano l’ordine e il diritto dell’umanità”, è giustificato l’uso della forza. Inoltre, l’Istituto di Diritto Internazionale non condivideva “l’utopia di chi vuole la pace a qualsiasi prezzo“.


G. Scelle, nel suo manuale pubblicato nel 1943 a Parigi, offre il suo contributo affermando che quando uno stato può mostrare “delle credenziali autentiche e reali, la proibizione del ricorso alle armi sembra difficile da accettare.”
Oggi poco importa che sia sorto un elemento nuovo, i principi della Carta delle Nazioni Unite. La Francia, per giustificare il suo ruolo nell’operazione contro Tripoli, addusse che aveva tutte le credenziali per intervenire, per esempio quelle che danno le Nazioni Unite, basate sui diritti umani, e quelle che dà la NATO, per salvare i libici da se stessi.
Inoltre, nella dottrina tradizionale legale (Gidel, La Pradelle, Le Fur, Sibert, Verdross, ecc.) vi è un accordo nel considerare il rispetto della proprietà come un principio fondamentale delle relazioni internazionali per il mondo civilizzato. Secondo M. Sibert, è anche “una verità indiscutibile“. Ebbene, era noto a tutti, nel 2011, che il governo  gheddafista aveva il controllo del petrolio libico, fino ad allora, per il resto del mondo, era stata una risorsa casuale, oggi come ieri, la libertà del commercio “vieta” la perdita del profitto che comportava l’accaparramento tripolitano.
Le voci di dissenso di alcuni professori come Carlo Santulli e P. M. Martin, per esempio, sono aumentate fortemente contro la violazione della legge nel caso libico; non si tratta di “difendere il governo” di fronte all’opinione pubblica “ma semplicemente di non trasformare l’analisi critica in una mostruosa propaganda“.
In Libia, come in Costa d’Avorio, il mondo occidentale e, soprattutto, lo stato francese hanno agito in coro per disumanizzare il “nemico” (anche M. L. Gbagbo Gheddafi), a prescindere dai contratti firmati sotto il loro patrocinio con i circoli degli affari: “né il sangue dei libici, né degli ivoriani ha alcun valore per noi“, conclude il professor C. Santulli.

Il giurista e il politico di destra, o di una certa “sinistra”, si allineano sulle stesse posizioni. La “morale” deve prevalere sullo “stretto legalismo”, come dichiarato alla stampa dall’ambasciatore americano a proposito del presidente ivoriano Gbagbo (30). Per il giurista, il positivismo deve cedere il passo al descrittivismo e al realismo. Il dibattito non è più appropriato. Come affermato da R. di Lacharrière, “dobbiamo abituarci all’idea che le controversie dottrinarie appartengano al passato.”
La descrizione acritica e compiacente fatta dai giuristi della politica estera suppone una legittimità senza riserve. La dottrina detta “scientifica” molto “occidentalocéntrica” ​​è in sintonia con i media mainstream. Adottando la dottrina dei diritti umani e della sicurezza che vantano le potenze occidentali le quali violano il diritto internazionale, costruito nel suo complesso dopo il 1945 (31), i giuristi accettano l’auto-proclamata divisione funzionale della NATO e dei suoi membri, portatori di valori euro-statunitensi e “civilizzatori”.

Non è molto chiaro se si tratti di un “diritto” o di un “dovere” di ingerenza, ma calpesta il principio di non ingerenza proclamato dalle Nazioni Unite. Ci sono ancora delle esitazioni sul principio della sovranità (menzionato, per precauzione, in tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, comprese quelle che la violano), ma la “legittimità democratica”, di confusa definizione, è ciò che deve prevalere. Non ha senso discutere della creazione di neoprotettorati, poiché ciò che si ha, è ufficialmente l’assistenza ad una “transizione democratica”.

Con i movimenti popolari nel mondo arabo del 2011, gli esperti di diritto internazionale arrivano al punto di ammettere la “rivoluzione” (diffamata e tacciata come arcaica in altre circostanze) (32) come generatrice della democrazia stessa.

Si deve supporre che i giuristi non devono limitarsi a descrivere ciò che è auspicabile, ma è anche vero che essi sono tenuti a mettere in discussione il processo di regressione e ad essere “critici vigilanti”.

3. la spedizione franco-britannica: l’imposizione di una politica imperiale perentoria

La spedizione di Francia, Gran Bretagna e altri paesi in Libia, si aggiunge alla tradizione imperiale delle grandi potenze occidentali. Il sarkozismo cerca di creare l’illusione di un ritorno alla grandeur della Francia e dell’Europa. Ma, come nel periodo coloniale, il petrolio libico di eccezionale qualità e facile da estrarre, e il gas sono il motivo principale per il cambiamento di governo di Tripoli. Gli accordi tra la Libia e Francia, Italia e Stati Uniti negli ultimi anni sono stati considerati inattendibili. Parigi e Londra, ha anche sostenuto una nuova divisione, non avendo ottenuto le migliori concessioni. Cosa c’è di più, sapevano che il governo libico prevedeva di aumentare il coinvolgimento dello Stato nel settore del petrolio dal 30% al 51%. Esisteva anche l’intenzione di sostituire le imprese occidentali con altre cinesi, russe e indiane. Dopo un periodo di compromesso, Tripoli si stava preparando ad attuare una nuova politica (33).
L’intervento francese non era estraneo a certi affari interni. L’elezione presidenziale si stava avvicinando e, in maniera simile a Bush negli Stati Uniti, un presidente uscente, sfavorito nei sondaggi, ha scoperto che una politica estera rapida e brillante in Libia (che sembra confermata dalle richieste di un calendario molto breve, espresse in varioe occasioni) avrebbe compensato i fallimenti di politica interna. Abbiamo anche dovuto insabbiare la crisi causata dagli stretti legami della Francia con i regimi di Ben Alì e Mubarak.

Un altro fattore che senza dubbio accelerato l’intervento militare della Francia è stata la rivelazione, fatta da Tripoli, che nel 2007 campagna elettorale di Nicolas Sarkozy è stata finanziata con “bustarelle” libiche. Inoltre, gli Stati Uniti volevano da tempo che i paesi europei si facessero carico delle spese militari occidentali, in particolare per proteggersi” in Africa  dalle alternative che fornivano la Cina e le potenze emergenti a ciascuno dei paesi africani. In tal modo il ruolo della Francia in un attacco contro la Libia si inserisce perfettamente nei piani degli Stati Uniti. D’altra parte, questa potenza intende installare in Libia nel Golfo della Sirte, il comando unificato (Africom, la cui attuale ubicazione è Stoccarda) finora rifiutato da tutti i paesi africani. Una Libia sorvegliata permetterà l’installazione di questo comando 42 anni dopo che la rivoluzione di Gheddafi aveva espulso le basi americane dalla Libia.

Uno degli obiettivi maggiormente messo in sordina dell’operazione per liquidare il governo di Tripoli è stata la necessità di rafforzare la sicurezza di Israele. Israele ha bisogno di paesi arabi non solidali con i palestinesi, come lo è stato efficacemente l’Egitto di Mubarak. I movimenti popolari in Tunisia ed Egitto ha creato una pericolosa instabilità. Questa incertezza deve essere compensata dalla scomparsa di un governo libico radicalmente anti-sionista.

Anche la Francia era molto preoccupata per i tentativi di Gheddafi di unire l’Africa. Le esitazioni dell’Unione Africana nel corso della crisi in Costa d’Avorio hanno dimostrato che l’organizzazione africana era impantanata in contraddizioni e che l’influenza francese è stata ridotta. L’influenza di Gheddafi e dei mezzi finanziari a sua disposizione gareggiava fortemente con quelli della Francia. L’eliminazione del leader libico (che la Francia aveva già tentato varie volte a partire dal 1975 (34) si considerava, quindi, come un modo per proteggere gli interessi francesi in Africa umiliando la Libia, che stava sul punto di diventare il finanziatore alternativo del continente (35).

Questa guerra in Libia, che è riuscita per l’intervento in Costa d’Avorio e per le molte operazioni in Medio Oriente, ha un significato generale. I paesi occidentali sono in difficoltà. Incapaci di risolvere le loro grandi contraddizioni di natura economica e finanziaria, tendono a sviluppare una politica estera aggressiva, nonostante il suo alto costo, per recuperare il più possibile le risorse che essi non dispongono  e al tempo stesso per distrarre le loro opinioni pubbliche.

L’urgenza è dovuta anche all’irruzione delle potenze emergenti che pregiudicano gli interessi occidentali, non imponendo clausole politiche nei contratti e negli accordi che stipulano. Sembra che l’Occidente sia convinto che “domani sarà troppo tardi”.
Questa politica d’urgenza obbedisce ad un “modello” noto, le cui tappe sono ogni volta più brevi.

L’intervento militare è solo l’ultimo passo dell’ingerenza, il primo è un’operazione sistematica per screditare il governo che deve essere eliminato.
Il secondo passo è quello di sensibilizzare e mobilitare alla diaspora, in particolare con l’aiuto dei “nuovi media” (36): i libici con doppia nazionalità che vivono in Europa e negli Stati Uniti, che sembra abbiano giocato un ruolo decisivo contro Tripoli, in quanto hanno contribuito a mobilitare segmenti della popolazione, soprattutto giovani senza memoria politica (37) di fronte a un potere politico che consideravano “esaurito” (38).
Il terzo passo è quello di cercare il sostegno internazionale. La Francia, che ha condotto l’attacco contro la Libia, ha cercato non solo di formare una coalizione con i suoi alleati tradizionali (come l’Italia [39], anche se questo paese aveva dovuto rafforzare i suoi legami con Tripoli, nel periodo immediatamente precedente l’intervento militare), ma anche con i paesi del Sud, per poter contare sul loro avvallo. La partecipazione del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti, e l’appoggio dell’Arabia Saudita (principale fornitore di petrolio alla Cina), sono stati fondamentali per legittimare l’intervento militare e dissimulare formalmente il suo aspetto neocoloniale.
Il quarto passo è quello di ottenere la copertura delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti possono comodamente fare a meno dell’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, gli europei e soprattutto la Francia, al contrario, cercano di rimanere nel quadro delle procedure delle Nazioni Unite, sebbene violino senza scrupoli lo spirito e spesso le principali disposizioni delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e della Carta stessa.
Infine, la quinta tappa è l’operazione militare, condotta con il consenso di una opinione pubblica prefabbricata. Questo ultimo passo dimostra che il Consiglio di Sicurezza è ormai un mero strumento di ingererenza e di guerra, tranne quando Russia e Cina, le cui priorità non sono politiche bensì fondamentalmente economiche, esercitano in forma aleatoria il loro diritto di veto. Ciò evidenzia il declino globale delle Nazioni Unite come struttura di riconciliazione e di pace, che può presagire la sua morte, così come la Società delle Nazioni. Quando c’è un conflitto interno in un paese che le potenze vogliono sanzionare, il capitolo VII della Carta pemette di liquidarne il governo. I diritti umani e la “legittimità democratica” sono argomenti semplici per legittimare la violenza armata. La “popolazione civile”, senza che nessuno verifichi con un procedimento contraddittorio chi è realmente e soprattutto se è disarmata o armata (e da chi), diventa un vero soggetto di diritto, inducendo l’ingerenza (40).

Per ultimo, la falsa giustificazione morale data per questa politica si caratterizza di un primitivismo di base e di una enorme volgarità ideologica (distinzione tra bene e male, tra democrazia e dittatura, ecc) .. Logicamente, include la violenza “solo” contro “il nemico” e si spinge fino ad ammettere l’omicidio per eliminare un leader indesiderato (41).

Durante la guerra di Libia, il bombardamento francese, citando la formula “distruzione dei centri di comando”, è andato più volte contro le persone vicine a Gheddafi (uccidendo molti dei suoi figli e nipoti) e contro lo stesso Gheddafi. Questi omicidi politici hanno reso evidente che la Francia non ha voluto una trattativa o una conciliazione, ma l’Onu lo ha ignorato. Per molte di quelle che sono peculiarità del conflitto libico, non si tratta di un caso sui generis.
Il significato generale è: la crisi globale che colpisce l’economia mondiale sotto l’egemonia occidentale provoca una fuga in avanti e può causare altre operazioni della stessa natura contro vari “nemici” già designati, se falliscono i tentativi di destabilizzazione interna, ma “assistiti “dall’esterno.
Le contraddizioni del sistema, premendo, impongono un ordine mondiale che escluda la coesistenza di diversi regimi e rispetti la sovranità di ciascuno.
Per le persone colpite questo significa, ancora una volta, la scomparsa della sovranità nazionale e l’indipendenza in nome di una “modernità” di tipo imperiale e di una sovranità ‘popolare’ formale; all’accaparramento dei clan seguirà un freno allo sviluppo a causa della distruzione e dell’organizzazione, e della corruzione speculativa.

Contro l’inerzia ideologica della maggior parte dei giuristi e dei politologi, di molti teorici indisturbati nel loro compiacimento, si può dire, senza peccare di esagerazione, che il diritto internazionale è andato in coma, le Nazioni Unite hanno fallito e, al posto della regolamentazione legale è emersa una dubbia “morale” internazionale, come l’ottocentesco periodo d’oro delle cannoniere. Si tratta di una nuova Conferenza di Berlino, 128 anni dopo la prima, il modello implicito della diplomazia internazionale?

Sarà la guerra in Libia un sintomo di un declino della civiltà?

[* Robert Charvin è un giurista internazionale, decano onorario della Facoltà di Giurisprudenza di Nizza.]

Note

(1) Y. Quiniou, “Retour sur la guerre à laquelle neocoloniale nous avons Assist”, L’Humanité, 24 ottobre 2011.

(2) Cfr. R. Dumas – J. Vergès, Sarkozy sous BHL, Edizioni P.G. De Roux, 2011.

(3) Cfr. p.m. Martin, che nel 2002 ha pubblicato “Le Droit internazionale Défaire: une politique américaine”, UTI Scienze Sociali di Tolosa, No. 3, 2002, pp 83 e segg. Nel 2011 le autorità francesi hanno preso il comando in questo processo di “smantellamento” del diritto internazionale.

(4) Cfr. R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(5) Cfr. Relazione della Commissione dei giuristi che possiede i diritti d’autore, che gli è valso il nuovo governo del presidente A. Ouattara “congelare i loro beni” in Costa d’Avorio.

(6) Le autorità francesi e i media mainstream hanno equiparato gli eventi in Tunisia, Egitto e Libia, creando una “morale”  conveniente agli interessi francesi per giustificare un’operazione militare contro il governo di Gheddafi. Tutto quello che avevano in comune era che i tre regimi si erano guadagnati le lodi dello stato francese poco prima di essere condannati per lo stesso stato.

(7) Al Jazeera, che da oltre 15 anni si era fatta strada nel mondo arabo come fonte primaria di informazioni, ha subìto una brusca virata e ha scatenato una feroce campagna contro il regime libico e siriano. Anche questo pregiudizio filo-occidentale della linea editoriale nel 2011 in seguito alla richiesta di un intervento armato del Gulf Cooperation Council e del Qatar, che ha portato alle dimissioni di vari giornalisti, è torbido. Tuttavia, la giornalista Marie Benilde (Le Monde Diplomatique, n. 117, giugno-luglio 2011), senza farsi più domande, scopre che Al Jazeera e Internet “hanno seminato la voce democratica nel vento della storia” (Quando la libertà profuma di Gelsomino, op .. cit. 49 ss.).

(8) La precipitazione stessa della Francia, che ha riconosciuto il CNT molto tempo prima che qualcuno avesse una responsabilità e il controllo effettivo di una parte considerevole del territorio libico.

(9) Il caso estremo è il conflitto israelo-palestinese: da più di mezzo secolo il Consiglio di Sicurezza non è riuscito a trovare una via d’uscita, nonostante le numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale.

(10) Nelle città di Tripoli, Sirte e Sebha non vi fu alcuna aperta opposizione che portasse ad una forte repressione contro i civili. Ma queste città sono state pesantemente bombardate.

(11) In Bahrain, l’esercito saudita è intervenuto per reprimere una rivoluzione popolare e salvare il regime, con la piena approvazione dell’Occidente.

(12) L’unica cosa che è stata pubblicata dai media francesi circa lo status delle donne in Arabia Saudita è stato l’informazione, quasi elogiativa, del perdono di una saudita che aveva violato il divieto di guidare l’automobile, e l’annuncio che nel 2015 le donne potranno votare alle elezioni comunali.

(13) Il doppio gioco della Francia è proverbiale: votò a favore dell’incorporazione della Palestina presso l’UNESCO, e poi al Consiglio di Sicurezza contro la sua ammissione alle Nazioni Unite.

(14) Cfr. Quand la liberté du parfum Le Jasmin, op. cit., p. 32.

(15) il professor Pradelle Géraud denuncia il comportamento di alcuni giuristi occidentali che si son dedicati a spiegare agli stati maggiori degli eserciti e, a volte, agli ufficiali nel campo delle operazioni, come evitare gli ‘ostacoli’ del diritto umanitario che ostacolavano l’efficacia delle operazioni militari. Vedere “Des du droit international humanitaire faiblesses tiennent qui à sa natura” su Droit humanitaire. Mouvements puissants Etats et de résistance, D. Lagoto. (A cura di), L’Harmattan, 2010, pp 33 e segg.

(16) I media francesi, in particolare la televisione, hanno mostrato una mancanza di professionalità e di una enorme cattiva fede, propagandando ogni sorta di bugia sugli eventi legati al conflitto, mentre sono stati in silenzio sulla personalità dei membri del CNT (Mohamed Jibril, per esempio, ex ministro di Gheddafi, che era stato associato a diversi affari di B.-H. Lévy, come il commercio del legname in Malesia e in Australia). La stampa occidentale (con l’eccezione de l’Humanité in Francia) e le ONG umanitarie (eccetto MRAP) si sono mosse in punta di piedi sulle uccisioni razziste e xenofobe dei neri, sia libici che immigrati africani. Centinaia di migliaia di libici (ritenuti secondo un calcolo approssimativo 400.000) sono fuggiti nei paesi vicini, soprattutto in Tunisia. I bombardamenti della NATO hanno distrutto diversi ospedali e, recentemente, l’Ospedale Avicenna di Sirte, senza che si sollevasse il consueto coro di condanna delle organizzazioni umanitarie.

(17) L’esecuzione di Muammar Gheddafi era un’esigenza politica, giacché le autorità francesi e statunitensi consideravano “pericoloso”  un giudizio di fronte alla Corte Penale Internazionale. Il Centro di Pianificazione e di conduzione delle operazioni (CPCO), che dirige il Militaire Renseignement e il Service Action della DGSE, si incaricò di consigliare le unità del CNT di Sirte per “trattare la guida libica e la sua famiglia”, cioè eliminarli.

(18) Per esempio, a Tripoli, la Corte dei conti, nel Centro Anticorruzione, la Corte Suprema, diversi ospedali, mercati, sedi di diverse associazioni (come l’associazione per aiutare i disabili, il movimento delle donne, ecc) …

(19) 29-30 giugno 2011, l’Unione Africana ha dichiarato che i mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale contro Gheddafi e i suoi soci non dovevano avere applicazione sul suolo africano. Jean Ping, Segretario generale dell’Unione africana, ha criticato aspramente Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte penale internazionale, definendolo uno ‘zimbello’ (un pagliaccio) e invitandolo mettere in pratica la legge, invece di sottomettersi alla politica occidentale.

(20) Citato da R. Charvin, “Le droit international enseigne tel qu’il uno été” in Mélanges Chaumont, Pedone, 1984, p. 138.

(21) Il professor Guilhaudis, per esempio, nel manuale Contemporaines Relations internationales, Litec, 2002, osa titolare una sezione:
“Infinito violento esplodere della Jugoslavia, a dispetto dell’ONU e della NATO’! (p. 730).

(22) Mario Bettati e Bernard Kouchner sono i teorici e i sostenitori della dottrina del “dovere di intervento umanitario” (NT).

(23) In Francia è stata presentata una denuncia contro l’esercito per “tentato omicidio di L. Gbagbo.” L’arresto del presidente della Costa d’Avorio è stato realizzato con la collaborazione delle forze francesi e della Costa d’Avorio, dopo un intenso bombardamento della residenza di Gbagbo dal francese Licorne.

(24) Cf. R. Charvin, «De le prudence doctrinale face aux nouveaux rapports internationaux», en Mélanges Touscoz, France Europe Éditions, 2007.

(25) L’impero ottomano, la monarchia assoluta di Francesco I di Francia e l’impero spagnolo avevano la stessa ambizione.

(26) Nel 1950, quando gli Stati Uniti e il Consiglio di sicurezza, nonostante le disposizioni della Carta e in assenza di un membro permanente, hanno deciso di intervenire militarmente in Corea, il professor Sibert, seguendo la tradizione accademica, ha emesso un visione positiva dell’ ” interpretazione liberale” e non “rigida” nella Carta.

(27) Stranamente, i giuristi accademici, nei loro insegnamenti, associano queste due categorie di “attori” alle multinazionali, come se il loro peso nella società internazionale fosse equivalente. Di contro non dice niente delle società militari private che presumibilmente lavorano per la sicurezza collettiva, come in Iraq per esempio.

(28) Doyen Moye, Le droit des gens moderne, Sirey, 1920, pp 219-220.

(29) Cfr. “Le droit international enseigne tel qu’il uno été. Critiche Note de lecture et Manuali Series (1850-1950) ‘, in Mélanges Chaumont, Pedone, 1994.

(30) R. Charvin, Costa d’Avorio 2011. La bataille di indépendance seconde, L’Harmattan, 2011.

(31) P. M. Martin, “le droit international Défaire: une politique américaine” droit écrit, UTI Sciences Sociales de Toulouse, No. 3, 2002, pp 83 e segg.

(32) ha anche osservato che la “rivoluzione” è stata accettata come un concetto perfettamente valido in alcune repubbliche ex sovietiche (come l’Ucraina e la Georgia).

(33) Questo cambiamento è paragonabile con quello del Presidente Gbagbo, che alla vigilia in cui gli occidentali lo rovesciavano si preparava ad uscire dal CFA-franco e a firmare accordi economici importanti con la Cina.

(34) Tra i tentativi di eliminazione di Muammar Gheddafi può essere citata l’operazione organizzata dal presidente francese Giscard d’Estaing nel 1975 (SDEC oltre a numerosi dissidenti militari), i commandos franco-egiziani (sotto il governo di Sadat nel 1977), un attentato nel 1979, del Servizio d’azione francese che ferì Gheddafi, nel 1980 l’SDC francese e gli egiziani falliscono nuovamente (cosa che portò alla destituzione del capo dei servizi segreti francesi, De Marenches), e nel 1980 un altro tentativo (rivelato dal Presidente della Repubblica Italiana Cossiga) di abbattere, con l’aiuto della NATO, l’aereo ufficiale di Gheddafi che volava a Varsavia, nel 1984 un tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, che coinvolgeva esuli e militari, e il bombardamento della residenza di Gheddafi nel 1986.

(35) Dai primi passi della rivoluzione libica, il mondo occidentale non perdona a Tripoli di usare gli stessi metodi, dell’Occidente per rafforzare la sua politica estera.

(36) Molti politologi sottolineano il ruolo politico svolto dalle nuove modalità di comunicazione nelle “rivoluzioni” nel sud. Questa analisi non tiene conto della gran parte della popolazione, di solito molto povera, che li ignora. Presumibilmente, una volta di più nella storia, si attribuisce grande importanza agli “strumenti” per non dover guardare più in profondità la realtà sociale. Molti politologi, inoltre, implicitamente lodano il ruolo della “classe media”, un ruolo a tempo indeterminato sempre sopravvalutato in politica, per la sua avversione, spesso esplicita, verso le classi popolari.

(37) Il governo di Gheddafi è durato 42 anni. I giovani, la maggioranza della popolazione libica, non sanno nulla della monarchia del re Idris, che regnò in uno dei paesi più poveri del mondo, e desiderava una normalità più sopportabile che la Rivoluzione della Jamahiriya, anche dopo gli impegni assunti da questa dal 2002 e nonostante il fatto che la Libia ha avuto il più alto tenore di vita in Africa.

(38) Nei paesi occidentali si osserva lo stesso fenomeno, ma non ci sono stimoli esterni che lo portano all’estremo.

(39) Tripoli, con la collaborazione di diverse personalità internazionali, ha creato il Premio Gheddafi per i diritti dell’uomo e dei popoli. Questo premio, il primo fornito da un paese del sud per non lasciare il monopolio dei diritti umani alle potenze occidentali, si chiamava Gheddafi non per decisione dei libici, ma per un’iniziativa di un francese, che era a Tripoli ed era stato Segretario generale della Federazione delle città, a seguito di una conferenza internazionale. Il primo destinatario del premio è stato Nelson Mandela quando era in carcere. L’ultimo premio è stato ricevuto nel 2010 dal presidente turco Erdogan per la sua politica di solidarietà con i palestinesi, ma pure Berlusconi era sul punto di vincerlo per il riconoscimento delle colpe coloniali italiane.

(40) I giuristi dovrebbero prendere in considerazione il concetto di “civili armati” e la loro condizione in un conflitto con le autorità, e il problema del movimento illecito di armi attraverso le frontiere.

(41) Grozio e Vattel, che sono considerati fondatori del diritto internazionale, hanno condannato l’assassinio dei leaders nel conflitto tra Stati.

http://www.afrique-asie.fr/maghreb/19-actualite/1014.html

http://www.lahaine.org/index.php?p=58566

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  • Una vuelta a la falsa “moral internacional” del siglo XIX

Europa es hoy la única fuerza capaz de llevar adelante un proyecto de civilización (…) Estados Unidos y China ya han empezado la conquista de África. ¿Hasta cuándo va a esperar Europa para construir el África del mañana?
Nicolas Sarkozy, 2007.

Los insurgentes libios merecen la ayuda de todos los demócratas.
Bernard-Henri Lévy, 2011.
Cuando un pueblo pierde su independencia frente al exterior, no mantiene mucho tiempo su democracia en el interior.
Régis Debray, 1987.

Las potencias occidentales invocan una vaga «moral» internacional, parecida a la que imperó en el siglo XIX, a la vez que obvian el derecho internacional al que consideran, si acaso, como un simple conjunto de procedimientos.

Esta «moral», producto sucedáneo occidentalista, está en perfecta sintonía con la vulneración flagrante de los principios fundamentales que constituyen el meollo de la Carta de las Naciones Unidas, y con un claro desprecio a la ONU desde el momento en que el Consejo de Seguridad, órgano oligárquico, es neutralizado por las divisiones entre las grandes potencias y no puede ser manipulado por algunas de ellas. Estados Unidos, Francia y Gran Bretaña se consideran siempre «la única fuerza capaz de llevar adelante un proyecto de civilización», aunque se enfrenten entre sí cuando sus intereses económicos y financieros no coinciden.

Las operaciones militares y las injerencias indirectas se suceden. El propio Anders Fogh Rasmussen, secretario general de la OTAN, se encarga de anunciarlas: «Como ha demostrado Libia, no podemos saber dónde estallará la próxima crisis, pero estallará» (5 de septiembre de 2011).

No se tiene en cuenta la inquietud expresada por los estados del Sur realmente independientes. Las palabras de Thebo Mbeki, ex presidente de África del Sur, son significativas: «Lo que ha pasado en Libia bien puede ser precursor de lo que puede pasar en otro país. Pienso que todos debemos examinar este problema, porque es un gran desastre» (20 de septiembre de 2011).

Por el contrario, en Francia ha habido una unanimidad casi total a la hora de aplaudir las operaciones bélicas contra Libia y la ejecución sumaria de Muammar Gaddafi. De Bernard-Henri Lévy al presidente Sarkozy, pasando por Ignacio Ramonet, de la UMP (derechas) al partido comunista (con algunas reservas), pasando por el partido socialista, así como todos los grandes medios (de Al Jazeera a Le Figaro), «en nombre de una matanza sólo posible, se ha perpetrado una matanza bien real, se ha desatado una guerra civil mortífera» (1) y se ha admitido la vulneración de un principio fundamental vigente, la soberanía de un estado miembro de las Naciones Unidas.

Lo mismo ocurrió en la mayoría de los países occidentales, que no prestaron la menor atención a las propuestas de mediación de la Unión Africana o Venezuela, ni quisieron encomendar a la ONU la responsabilidad de una negociación o una conciliación.

El espíritu guerrero se impuso precipitadamente sin que se produjera la reacción de una opinión pública no concernida, debido a la desaparición del ejército de recluta y a la profesionalización (o incluso la privatización, al menos parcial, como en Irak) de los conflictos armados.

Si la izquierda francesa no se opuso, como había hecho en el pasado contra varias agresiones occidentales, fue porque, más allá del «democratismo» de rigor, se trataba de africanos y árabes y de problemas del «Sur», sin rédito electoral, dado el estado ideológico medio de los franceses al final del mandato de Nicolas Sarkozy (2).

Si la derecha, en especial los conservadores franceses, opta por injerencias cada vez más abiertas en los países del Sur, es porque, más allá de los intereses económicos (sobre todo energéticos) de las grandes corporaciones que operan en el Sur, las aventuras exteriores siempre son bienvenidas en periodos de crisis interna grave.

El resultado global ha sido, si no la muerte del derecho internacional, al menos su entrada en coma profundo (3).

1. La exclusión de la Libia de Gaddafi del beneficio del derecho internacional

En un continente donde las elecciones generalmente son puras farsas, la elección presidencial de Costa de Marfil en 2010, verdadero ejemplo de manual, adulterada por una rebelión armada de más de ocho años que contaba con el respaldo de Francia y ocupaba todo el norte del país, dio paso a una intervención de la ONU y del ejército francés para sacar por la fuerza al presidente Gbagbo. La ocupación total de Costa de Marfil por los rebeldes en 2011, con el apoyo de la ONUCI y las tropas francesas de la Licorne, plagada de matanzas (como la de Duekoué), apenas provocó reacciones de los juristas franceses (4).

Parece que los pretextos aducidos por las autoridades francesas (represión contra manifestantes civiles, no respetar el resultado de las «elecciones») han sentado la doctrina prevaleciente en el pensamiento político, que evita proceder a las verificaciones necesarias de las alegaciones políticas oficiales (5).

En nombre de una «legitimidad democrática» indefinida, aprobada por la mayoría coyuntural del Consejo de Seguridad, «estimulada» por un estado juez y parte, hemos llegado al extremo de admitir que un gobierno sea derribado por la fuerza para instalar otro, con el apoyo de una de las partes beligerantes.

Con varios meses de intervalo, la intervención en Libia forma parte de la estrategia aplicada en Costa de Marfil, que tiene poco que ver con la política de respaldo tardío a los movimientos populares de Túnez y Egipto (6).

Brutalmente, en nombre de una amenaza para los opositores al gobierno de la Yamahiriya cuyo carácter improbable ha demostrado Rony Brauman, a Libia se le negó la condición de sujeto pleno de derecho internacional, de «miembro regular» de la comunidad internacional. Bastó una manifestación el 15 de febrero de 2011 en una ciudad del país, seguida de un motín el 17 en esa misma ciudad de Bengasi, para que un estado que era miembro antiguo de las Naciones Unidas, había ejercido la presidencia de la Unión Africana y firmado tratados con varios países, en particular con Francia e Italia, fuera expulsado de la comunidad internacional. El Consejo de Seguridad se basó en informaciones procedentes de fuentes muy parciales sobre los acontecimientos de Bengasi: los de una de las partes en conflicto (los insurgentes) y un medio de comunicación, Al Jazeera (7), sin llevar a cabo una investigación contradictoria ni buscarle «solución, ante todo, mediante la negociación, la investigación, la mediación, la conciliación (…) u otros medios pacíficos» (artículo 33 de la Carta).

El Consejo de Seguridad adoptó con extrema precipitación (8) la Resolución 1970 del 26 de febrero, es decir, sólo unos días después de que estallaran los disturbios de Bengasi, a diferencia de muchos otros conflictos en el mundo, que provocan reacciones muy tardías (9).

No se tuvieron en cuenta las observaciones de India acerca de que «no existía prácticamente ninguna afirmación creíble sobre la situación en el país». Se consideró inmediatamente culpable al estado libio y se decidió que Muammar Gaddafi tenía que comparecer ante la Corte Penal Internacional sin un examen contradictorio de los hechos.

A instigación de Francia, Estados Unidos y Gran Bretaña y pese a la abstención de China, Rusia, India, Brasil y Alemania, se repetía el procedimiento aplicado con Irak, contra el que «había pruebas suficientes», como las que exhibió Colin Powell en 2003, para que Trípoli fuera destruido como lo fuera Bagdad.

La Resolución 1973 del 17 de marzo completaba la 1970 del 26 de febrero. Se basaba en el «deber de proteger a la población civil», sin que el Consejo de Seguridad tuviera reparo en proclamar «su respeto a la soberanía y la independencia» de Libia. Su fin era «el cese de las hostilidades» y de «todas las violencias». Los métodos recomendados para alcanzarlo eran «facilitar el diálogo» mientras se controlaba el espacio aéreo para evitar la intervención de la aviación libia.

La OTAN y luego, bajo su mando, sobre todo Francia y Gran Bretaña, se encargaron de ejecutar las resoluciones del Consejo de Seguridad. Se daban todos los elementos de una arbitrariedad ajena a la legalidad internacional.

En primer lugar, la ambigüedad extrema de las resoluciones. El «deber de proteger preventivamente a la población civil» se parece bastante a la noción de «legítima defensa preventiva», mera elusión de la prohibición de agredir. Además, la noción de «civiles» es imprecisa. ¿Qué decir de los «civiles» armados?

La violencia verbal de Muammar Gaddafi no se puede asimilar a una represión ilegal. La noción de «legitimidad democrática» utilizada explícitamente por el Consejo de Seguridad para condenar al gobierno de Gbagbo en Costa de Marfil es la referencia implícita que permitió tachar al gobierno libio de estado no democrático y amenaza para la paz internacional. El Consejo de Seguridad y las potencias occidentales se erigen así en jueces de la «validez» de los regímenes políticos en el mundo.

Cabe señalar, de entrada, que estas resoluciones 1970 y 1973 tienen un carácter contradictorio. Hacen referencia a la soberanía y a la no injerencia pero «autorizan» a los estados miembros de las Naciones Unidas a tomar «todas las medidas necesarias» para la protección de los civiles, «aunque excluyendo el uso de una fuerza de ocupación extranjera de cualquier clase en cualquier parte del territorio libio» y aclarando que los únicos vuelos autorizados sobre el territorio son aquellos «cuyo propósito sea humanitario».

En segundo lugar, estas resoluciones que dicen una cosa y lo contrario (las Naciones Unidas no han creado el Comité de Estado Mayor ni la policía internacional previstos en la Carta) crearon las condiciones para una intervención de la OTAN, cuyos objetivos y declaraciones oficiales evolucionaron rápidamente de la dimensión «protectora» a la dimensión destructora del gobierno de Trípoli.

El Consejo de Seguridad, que debería ser una herramienta de conciliación y mantenimiento de la paz, se convirtió de hecho en un instrumento de guerra. La Declaración Común de Sarkozy, Obama y Cameron del 15 de abril de 2011 es significativa: «no se trata de derrocar a Gaddafi por la fuerza», pero «mientras Gaddafi esté en el poder, la OTAN … debe mantener sus operaciones».

El recurso a la fuerza armada aérea y a los intensos bombardeos (que duraron ocho meses) de las ciudades y vías de comunicación sólo tenían una finalidad, ayudar al CNT de Bengasi y liquidar el gobierno de Gaddafi, con la promesa de una contrapartida petrolera al término del conflicto (10).

La intervención terrestre, formalmente prohibida por el Consejo de Seguridad, se produjo incluso antes de que empezaran los ataques aéreos. El informe del CIRET-AVT [Centro Internacional de Investigación sobre el Terrorismo] y del Ct 2R antes citado revela la presencia de miembros de ciertos servicios especiales occidentales (en concreto la DGSE [servicios secretos franceses]), seguida de la intervención militar en el oeste del país de ciertos grupos «binacionales» llegados de varios países occidentales, sobre todo a través de la frontera con Túnez, que estaba abierta. Las entregas de armas (en especial francesas, vía Túnez) fueron cada vez más importantes. También se ha sabido que intervinieron tropas llegadas de Catar.

De manera significativa, el gobierno francés omitió prácticamente cualquier alusión al derecho internacional. Según él, la legalidad se redujo a una medida procesal: la venia del Consejo de Seguridad, cuando sabemos que sus resoluciones no están sometidas a ningún control de legalidad. Lo paradójico es que para los estados occidentales la invocación permanente de los derechos humanos, la democracia y el humanitarismo en general funciona de un modo selectivo. Aunque esta práctica no es nueva, ahora ya se ha vuelto flagrante.

En concreto, si nos ceñimos al mundo árabe, las posturas de Estados Unidos, Francia y Gran Bretaña son caricaturescas, tanto por sus políticas unilaterales como por su comportamiento en el Consejo de Seguridad y, en general, en las Naciones Unidas.

La situación de los curdos, de la minoría chií en los países del Golfo, la represión en Arabia Saudí, Bahrein (11) y los Emiratos, entre los que se encuentra Catar, aliado beligerante de la OTAN contra Libia, no provocan ninguna reacción: en estos casos los derechos humanos y la democracia no preocupan a las potencias occidentales (12).

El caso más palpable es el de Palestina. En el Consejo de Seguridad dos o tres países paralizan el respaldo de la mayoría absoluta de los estados miembros de la Asamblea General de las Naciones Unidas a la admisión de Palestina como miembro permanente de la ONU. Con un «criterio humanitario» muy particular, Estados Unidos y Francia (a su manera) (13) se oponen al reconocimiento pleno del estado palestino ¡porque «podría provocar un recrudecimiento de la violencia, principal obstáculo para la negociación con Israel»!

Después de medio siglo de hostilidad e indiferencia, los países occidentales consideran que el pueblo palestino debe seguir esperando. Por lo tanto su aparatoso respaldo a las «revoluciones árabes» no tiene nada que ver con una posición de principios. «No se puede saludar el advenimiento de la democracia en el mundo árabe y desinteresarse de ella cuando concierne a la cuestión nacional palestina», escribe acertadamente B. Stora (14).

Para las autoridades occidentales hay dos varas de medir la «sensibilidad» por el mundo árabe y el Islam. Todo depende de los intereses que están en juego. El derecho humanitario y los derechos humanos son completamente ajenos a esto.

La guerra de Libia ha dejado muy maltrecho el derecho humanitario. La «protección de la población civil» no pasó de ser una noción abstracta, en perjuicio de los libios convertidos en víctimas de los bombardeos, el racismo y la xenofobia, en milicianos armados por el extranjero o por el estado, y en personas desplazadas que huían de los combates. A lo que se vino a sumar un fenómeno de huida del territorio libio de cientos de miles de trabajadores extranjeros, en las peores condiciones, ante la indiferencia casi total de los países occidentales y la impotencia de los países vecinos. Las operaciones de la OTAN, cuya fuerza de choque fue el ejército francés, su aviación y sus servicios especiales, no respetaron el derecho humanitario, por mucho que [el ministro francés de Asuntos Exteriores] Juppé reaccionara cual damisela ultrajada cuando alguien «osaba» mencionar las víctimas civiles libias de los bombardeos de la OTAN (15).

El informe «Libye: un avenir incertain. Compte rendu de la misión d’évaluation auprès des belligérants libyens» (Libia: un futuro incierto. Informe de la misión de evaluación entre los beligerantes libios; París, mayo de 2011) redactado por una comisión de expertos (uno de los cuales es Y. Bonnet, ex director del contraespionaje francés), sobre el que los medios han guardado un silencio casi absoluto (16), ha dejado constancia de que la revolución libia no ha sido una revolución pacífica, de que los «civiles», ya el 17 de febrero, estaban armados y asaltaron edificios civiles y militares en Bengasi: en Libia no hubo grandes manifestaciones populares pacíficas reprimidas por la fuerza.

La intervención exterior se produjo de manera preventiva menos de 10 días después de los primeros incidentes, y el 2 de marzo, es decir, dos meses después del estallido de los disturbios en el este libio, la Corte Penal Internacional abrió un procedimiento contra Gaddafi y su hijo Saif Al-Islam; los bombardeos, que no cesaron durante ocho meses y causaron varios miles de víctimas civiles (ya eran un millar a finales de mayo) perdieron rápidamente su carácter militar para perseguir un fin esencialmente político: derribar el gobierno de la Yamahiriya y tratar de acabar con Gaddafi y sus allegados con asesinatos selectivos, objetivo que se alcanzó el Sirte el 20 de octubre tras una operación de la aviación francesa (17).

Por eso se bombardearon muchos edificios públicos que carecían de interés estratégico (sobre todo en Trípoli y en las ciudades petroleras Ras Lanuf, Brega y Ajdabiya) (18), como también se bombardearon las vías de comunicación, muchos elementos de infraestructura industrial, monumentos históricos, etc.

En conjunto, estos hechos constituyen crímenes de guerra y crímenes contra la humanidad que deben ser perseguidos por la justicia penal internacional.

En cuanto a los asesinatos selectivos (como los del ejército israelí contra los mandos palestinos) de allegados de Gaddafi (incluidos varios niños) y del propio Gaddafi (por ejemplo, el bombardeo del domicilio privado de uno de los hijos de Gaddafi, que mató a dos de sus nietos), de ninguna manera pueden considerarse parte de una operación de paz y «protección» bajo la bandera de la ONU. Si la CPI era competente para citar a Gaddafi (19), entonces los responsables franceses de los bombardeos y los intentos de asesinato de dirigentes de un estado miembro de las Naciones Unidas, cualesquiera que fuesen las infracciones por ellos cometidas, también son merecedores de las sanciones previstas por el derecho penal internacional. El caso más flagrante es el asesinato del propio Gaddafi, con la colaboración activa de la OTAN y la aviación francesa.

La Resolución 1674 del Consejo de Seguridad del 28 de abril de 2006 recuerda que «los ataques dirigidos deliberadamente contra los civiles (…) en situaciones de conflicto armado constituyen una violación flagrante del derecho internacional humanitario». Los asesinatos selectivos tienen un carácter especialmente criminal: la función de la ONU no es ejecutar penas de muerte.

También cabe señalar, entre las ilegalidades flagrantes, los procedimientos seguidos para la congelación de los activos libios públicos y privados. En efecto, las medidas que se tomaron durante la guerra de Libia no tuvieron en cuenta las resoluciones 1452 (2002) y 1735 (2006) del Consejo de Seguridad. Las transferencias hechas por Francia y sus aliados europeos al CNT tampoco han respetado la reglamentación europea.

En realidad, el criterio jurídico occidental sobre Libia se parece a las posiciones de G. Scelle en su manual de 1943 sobre la «Rusia bolchevique». Según este autor clásico, había que considerar a ese gobierno «internacionalmente ilegal» (20). No se podía admitir a la «Rusia bolchevique» como sujeto de derecho. De hecho, hasta 1945 no fue admitida parcialmente.

Más de medio siglo después, los quebrantamientos de la legalidad cometidos por los países occidentales en Libia no se consideran tales, porque se trataba de destruir un régimen odioso, «ilegal» por naturaleza.

De modo que no sólo a ciertos pueblos, como el palestino, se les niega la calidad de sujetos plenos de derecho internacional; tampoco ciertos estados, miembros de las Naciones Unidas, tienen «derecho al derecho».

El criterio que se desprende de esta práctica occidental es que el derecho al derecho internacional no lo tienen los estados, sino los regímenes avalados por las potencias occidentales.

2. Continuidad e imperturbabilidad de los juristas

Para un jurista la primera observación que se impone es el silencio ensordecedor de los internacionalistas, similar al que, como mínimo, hipotecó el carácter científico de sus juicios sobre Irak, Kosovo (21), Afganistán y Costa de Marfil, por ejemplo. La doctrina dominante entre los internacionalistas permanece «impasible»: los manuales más recientes no expresan la menor inquietud, aunque evitan ilustrar sus razonamientos académicos con ejemplos tan poco ejemplares.

Muchos de estos doctos profesores de derecho internacional se han vuelto ultraciceronianos: ¡Summum jus, summa injuria! En efecto, para Cicerón un exceso de derecho acarrea las peores injusticias. Alineados tras el personal político mayoritario en Occidente, los juristas consideran que cuando el derecho internacional limita demasiado el «mesianismo», aunque sea guerrero, de Estados Unidos, Francia y Gran Bretaña, destruye los valores civilizadores de que es portador. La ideología, rechazada formalmente por ellos, está omnipresente en sus análisis: la «legitimidad» prevalece sobre la «legalidad», ¡algo sorprendente tratándose de juristas! En realidad, admiten de forma implícita que los estados occidentales se regulen a sí mismos en interés del Bien Común.

No es que ellos, denodados defensores del «Estado de derecho», menosprecien la legalidad; para estos juristas lo que hacen las potencias occidentales es situarse «por encima» de un «juridicismo inadaptado» en nombre de la «misión» superior que deben cumplir sin trabas. Dada la inconveniencia de censurar la política exterior de Estados Unidos y su criterio anti multilateralista, tampoco es cuestión de criticar a las autoridades francesas cuando (en pleno auge del «bettato-kouchnerismo» [22]) invocan los derechos humanos para justificar sus injerencias en detrimento de la soberanía de países pequeños y medianos.

En 2010-2011 el presidente Sarkozy llevó muy lejos su «bettatismo» cuando extendió el campo de la injerencia al contencioso electoral (¡toda una primicia!): Francia se erigió, junto con Estados Unidos y la ONU, en juez constitucional, en sustitución de la instancia correspondiente de Costa de Marfil, y acabó recurriendo a la fuerza armada para cambiar el gobierno de Abiyán, con un intento de asesinato del presidente L. Gbagbo (23).

La crisis libia ha ido aún más lejos: ha permitido consagrar la noción de «revolución democrática» entre las causas que legitiman la exclusión de la legalidad internacional. Los juristas restablecen así la vieja concepción que hasta mediados del siglo XX (véanse las demostraciones del profesor Le Fur, por ejemplo, en los años treinta y cuarenta) distinguía entre sujetos de derecho internacional y sujetos excluidos de este derecho, creando las condiciones de una nueva hegemonía imperial occidental. No obstante, como la distancia entre el pensamiento jurídico dominante y las posiciones político-mediáticas oficiales tiende a desaparecer, el derecho internacional de los manuales y las revistas académicas sigue siendo un largo río tranquilo, al igual que las páginas que le dedica la Wikipedia (24).

Una parte de estos eminentes autores se centran en los problemas técnicos de la Unión Europea, un «planeta» político más serio, mientras que otros, igual de eminentes, destacan «la resistencia de las soberanías a los progresos del derecho internacional» (!), progresos que califican de «indiscutibles e importantes» en las últimas décadas.

La nueva multipolaridad en gestación no goza de su aprecio: tanto a China (calificándola a menudo de «arrogante») como a Rusia les reprochan que hagan uso de su derecho de veto en el Consejo de Seguridad, porque puede provocar «desorden, incapacidad, insuficiencia de organización». La breve configuración unipolar que sucedió al final de la URSS les gustaba mucho más: gracias a la unipolaridad occidentalista ?que suponían más perdurable? se establecería el imperio efectivo del derecho internacional, el poder que garantizara la «buena gobernanza», por desdoblamiento funcional, dado que Estados Unidos y accesoriamente sus aliados están dotados, sin duda alguna, de una «visión» universalista (25).

En todo caso, el jurista occidental representativo es aquel que no aprecia el principio de soberanía, pese a ser inspirador de la Carta de las Naciones Unidas, tanto más cuanto que el poder del que emana es soberano de facto.

Pocas veces habla de «vulneración» de la legalidad, y menos aún de regresión. Sólo hay «interpretaciones», «ajustes» que tienen la finalidad de defender cada vez mejor los intereses de la Humanidad en su conjunto (26).

El jurista académico prefiere hablar de los «nuevos actores» de la «comunidad» internacional, como las ONG y el «individuo» (27), que están gestando la «sociedad civil» internacional…

La intervención militar en Libia se basó (Resolución 1970 y 1973 del Consejo de Seguridad) en la protección de este individuo «civil» amenazado por un poder odioso, lo mismo que hacían ya en el siglo XIX los países europeos, con sus «intervenciones de humanidad» contra le imperio otomano. Las tesis de la Santa Sede son precursoras de las de Bush, Kouchner y Sarkozy.

El jurista británico H. Wheaton justificaba con el mismo criterio la intervención inglesa en Portugal en 1825, según él «conforme a los principios de la fe política y el honor nacional». Asimismo, añadía, estaba justificada «la intervención de las potencias cristianas de Europa a favor de los griegos». Un siglo después, en 1920, el decano Moye de la Universidad de Montpellier afirmaba sin ambages que «no se pueden negar los beneficios indiscutibles que tantas veces ha acarreado la intromisión (…) Es muy bonito proclamar el respeto a la soberanía incluso bárbara y declarar que un pueblo tiene derecho a ser tan salvaje como le venga en gana. Pero no es menos cierto que el cristianismo y el orden son fuentes de progreso para la humanidad y que muchas naciones han salido ganando cuando sus jefes, ineptos o tiránicos, se han visto obligados a cambiar sus métodos bajo la presión de las potencias europeas. La persuasión, por sí sola, no siempre lo consigue, y a veces es preciso beneficiar a la gente a pesar suyo» (28).

¿A quién no le recuerda esto, con apenas variantes, el análisis que han hecho un siglo después las instancias estadounidenses, francesas, británicas y onusianas contra Gaddafi y Gbagbo?

Sólo quienes, todavía hoy, condenan las expediciones coloniales en nombre de una culpabilidad «infundada», cuando, según la doctrina, se trataba de combatir «la barbarie de los pueblos salvajes, ocupando sin título unos territorios sin dueño», son incapaces de percibir el significado civilizador y humanista de las intervenciones occidentales y la eventual necesidad de crear neoprotectorados, incluso en pequeños países occidentales «mal gobernados».

La Fur, eminente titular de la cátedra de derecho internacional de la Facultad de Derecho de París, autor del Précis Dalloz 1931 y de varios manuales entre 1930 y 1945, flanqueado por otros profesores como Bonfils, Fauchille, etc., hacía hincapié en el tema de la Civilización contra la Barbarie: «hay una incompatibilidad de índole entre nosotros y el árabe» porque «la consigna del árabe es: inmovilidad, y la nuestra es ¡adelante!» (sic) (29).

Le Fur, a propósito de la colonización, añade que «Francia ha obrado no sólo en su interés, sino por el bien común de la humanidad».

Para los juristas cortesanos contemporáneos, los estados occidentales, defensores por naturaleza del Bien y el interés general, aspiran, hoy como ayer, a proteger por todos los medios al individuo y a la población civil de los abusos de su propio estado. Pues bien, el libio gaddafista es peor que el árabe de antaño: la guerra contra él es «justa». Nada ha cambiado desde que un autor del siglo XIX como H. Wheaton afirmara, como se hace hoy, que «cuando se atenta contra las bases en que descansan el orden y el derecho de la humanidad» el recurso a la fuerza está justificado. Además, el Institut de Droit International no compartía «la utopía de quienes quieren la paz a cualquier precio». G. Scelle, en su manual publicado en 1943 en París, hace su contribución afirmando que cuando un estado puede exhibir «una credencial auténtica y probatoria, la prohibición del recurso a las armas parece difícil de admitir».

Hoy en día poco importa que haya surgido un elemento nuevo, los principios de la Carta de las Naciones Unidas. Francia, para justificar su papel decisivo en la operación contra Trípoli, adujo que poseía todas las credenciales para intervenir, es decir, las que da la ONU, basadas en los derechos humanos, y las que da la OTAN, para salvar a los libios de sí mismos.

Por lo demás, en la doctrina jurídica clásica (Gidel, La Pradelle, Le Fur, Sibert, Verdross, etc.) hay coincidencia en considerar el respeto a la propiedad como principio fundamental de las relaciones internacionales para el mundo civilizado. Según M. Sibert, se trata incluso de «una verdad indiscutible». Pues bien, de todos era conocido, en 2011, el control que tenía el gobierno gaddafista sobre el petróleo libio, que hasta entonces, para el resto del mundo, era un recurso aleatorio: hoy como ayer, la libertad de comercio «prohíbe» el lucro cesante que acarreaba el acaparamiento tripolitano.

Las voces discrepantes de algunos profesores como Carlo Santulli o P. M. Martin, por ejemplo, se han alzado con fuerza contra la vulneración de la legalidad en el caso libio; no se trata de «defender al gobierno» de cara a la opinión pública, «sino simplemente de no transformar el análisis crítico en una propaganda monstruosa». En Libia, como en Costa de Marfil, el mundo occidental y ante todo el estado francés hicieron coro para deshumanizar al «enemigo» (ya fuera L. Gbagbo o M. Gaddafi), a pesar de los contratos firmados bajo su patrocinio con los círculos de negocios: «ni la sangre de los libios ni la de los marfileños tiene ningún valor para nosotros», concluye el profesor C. Santulli.

El jurista y el político de derecha, o de cierta «izquierda», se alinean en las mismas posiciones. La «moral» debe prevalecer sobre el «juridicismo estrecho», como declaró en la prensa marfileña el embajador estadounidense a propósito del presidente Gbagbo (30). Para el jurista, el positivismo debe ceder el paso al descriptivismo y al realismo. El debate ya no es de recibo. Como afirma R. de Lacharrière, «hay que acostumbrarse a la idea de que las controversias doctrinales pertenecen al pasado».

La descripción acrítica y complaciente que hacen los juristas de las políticas exteriores supone una legitimación sin reservas. La doctrina llamada «científica», muy «occidentalocéntrica», está en sintonía con los grandes medios. Al adoptar la doctrina de los derechos humanos y la seguridad de que hacen gala las potencias occidentales, que quebranta el conjunto del derecho internacional edificado a partir de 1945 (31), los juristas aceptan el desdoblamiento funcional autoproclamado de la OTAN y sus miembros portadores de valores euroestadounidenses y «civilizadores». No está muy claro si se trata de un «derecho» o un «deber» de injerencia, pero se atropella el principio de no injerencia proclamado por la ONU. Todavía hay algunas vacilaciones sobre el principio de la soberanía (mencionado, por si acaso, en todas las resoluciones del Consejo de Seguridad, incluidas las que lo vulneran), pero la «legitimidad democrática», de confusa definición, es lo que debe prevalecer. No viene al caso cuestionarse la creación de neoprotectorados, ya que oficialmente lo que hay es una asistencia a la «transición democrática».

Con los movimientos populares de 2011 en el mundo árabe, los internacionalistas llegan al extremo de admitir la «revolución» (denostada y tachada de arcaica en otras circunstancias) (32) como generadora de democracia en sí misma.

Si cabe admitir que los juristas no deben limitarse a designar lo deseable, también es cierto que están obligados a cuestionar los procesos de regresión y a ser «vigilantes críticos».

3. La expedición francobritánica: imposición de una política imperial perentoria

La expedición de Francia, Gran Bretaña y otros países en Libia se suma a la tradición imperial de las grandes potencias occidentales. El sarkozismo intenta crear la ilusión de una vuelta a la grandeur de Francia y Europa. Pero, lo mismo que en la época colonial, el petróleo libio, de una calidad excepcional y fácil de extraer, y el gas, son el motivo principal del cambio de gobierno en Trípoli. Los acuerdos entre Libia y Francia, Italia y Estados Unidos de los últimos años se consideraban poco fiables. París y Londres, además, abogaban por un nuevo reparto al no haber obtenido las mejores concesiones. Por si fuera poco, se conocían los planes del gobierno libio de elevar la participación del estado en el sector petrolero del 30 % al 51 %. También existía la intención de sustituir las empresas occidentales por otras chinas, rusas e indias. Después de una etapa de compromiso, Trípoli se disponía a poner en práctica una política nueva (33).

La intervención francesa tampoco fue ajena a ciertos asuntos internos. Se aproximaba la elección presidencial y, a imagen de Bush en Estados Unidos, el presidente saliente, malparado en las encuestas, consideró que una rápida y brillante política exterior en Libia (lo que parece confirmado por las exigencias de un calendario muy breve, expresadas en varias ocasiones) compensaría los fracasos en política interior. También había que echar tierra sobre la crisis provocada por los estrechos vínculos de Francia con los regímenes de Ben Ali y Mubarak.

Otro factor que sin duda aceleró la intervención militar de Francia fue la revelación, hecha desde Trípoli, de que la campaña electoral de 2007 de Nicolas Sarkozy se había financiado con «maletines» libios. Además, hacía tiempo que Estados Unidos deseaba que los países europeos tomaran el relevo de los gastos militares occidentales, en particular para «proteger» a África de las alternativas que brindaban China y las potencias emergentes a cada uno de los países africanos. De modo que el protagonismo de Francia en el ataque contra Libia encajaba perfectamente en los planes de Estados Unidos. Por otro lado, esta potencia pretende instalar en Libia, en el golfo de Sirte, el comando unificado (Africom, cuya sede actual es Stuttgart) rechazado hasta ahora por todos los países africanos. Una Libia tutelada permitirá la instalación de este comando 42 años después de que la revolución de Gaddafi expulsara las bases estadounidenses de Libia.

Uno de los objetivos más silenciados de la operación para liquidar el gobierno de Trípoli es la necesidad de reforzar la seguridad de Israel. Israel necesita países árabes insolidarios con los palestinos, como lo fue eficazmente el Egipto de Mubarak. Los movimientos populares de Túnez y Egipto crearon una inestabilidad peligrosa. Esta incertidumbre debía ser compensada con la desaparición de un gobierno libio radicalmente antisionista.

Francia también estaba muy preocupada por los intentos de Gaddafi de unir a los africanos. Las vacilaciones de la Unión Africana durante la crisis de Costa de Marfil habían demostrado que la organización africana estaba sumida en contradicciones y que la influencia francesa se había reducido. La influencia de Gaddafi y los medios financieros de que disponía rivalizaban fuertemente con los de Francia. La eliminación del dirigente libio (Francia ya lo había intentado varias veces desde 1975 (34) se consideraba, pues, el modo de proteger los intereses franceses en África doblegando a Libia, que estaba a punto de convertirse el financiador alternativo del continente (35).

Esta guerra de Libia, que sucedió a la intervención en Costa de Marfil y a muchas operaciones en Oriente Próximo, tiene un significado general. Los países occidentales están en situación apurada. Incapaces de resolver sus grandes contradicciones de naturaleza económica y financiera, tienden a desarrollar una política exterior agresiva, a pesar de su coste elevado, para recuperar en lo posible los recursos que les faltan y al mismo tiempo para distraer a sus opiniones públicas.

La urgencia también se debe a la irrupción de las potencias emergentes, que perjudican los intereses occidentales al no imponer cláusulas políticas en los contratos y acuerdos que estipulan. Parece que Occidente está convencido de que «mañana será demasiado tarde».

Esta política de urgencia obedece a un «modelo» conocido, cuyas etapas son cada vez más cortas.

La intervención militar no es más que la última etapa de la injerencia; la primera es una operación de descrédito sistemático del gobierno que se quiere eliminar.

La segunda etapa consiste en sensibilizar y movilizar a la diáspora, en particular con la ayuda de los «nuevos medios de comunicación» (36): los libios con doble nacionalidad que viven en Europa y Estados Unidos, al parecer, han desempeñado un papel determinante contra Trípoli, pues han contribuido a movilizar a ciertos sectores de la población, en especial a una juventud sin memoria política (37) enfrentada a un poder político que consideraba «agotado» (38).

La tercera etapa consiste en buscar apoyos internacionales. Francia, que encabezaba la agresión contra Libia, procuró formar una coalición no sólo con sus aliados tradicionales (como Italia [39], pese a que este país acababa de estrechar sus lazos con Trípoli en el periodo inmediatamente anterior a la intervención armada) sino también con países del Sur, para poder contar con su aval. La participación de Catar y los Emiratos Árabes, y el respaldo de Arabia Saudí (principal abastecedor de petróleo de China), fueron cruciales para legitimar la intervención militar y disimular formalmente su aspecto neocolonial.

La cuarta etapa consiste en obtener la cobertura de la ONU. Estados Unidos puede prescindir cómodamente de la venia del Consejo de Seguridad; los europeos y en particular Francia, por el contrario, procuran permanecer en el marco de los procedimientos de las Naciones Unidas aunque vulneren sin escrúpulos su espíritu y a menudo las disposiciones fundamentales de las resoluciones del Consejo de Seguridad y de la propia Carta.

Por último, la quinta etapa es la operación militar, que se lleva a cabo con el consentimiento de una opinión pública prefabricada. Esta última etapa demuestra que el Consejo de Seguridad es ya un mero instrumento de injerencia y de guerra, excepto cuando Rusia y China, cuyas prioridades todavía no son políticas sino fundamentalmente económicas, ejercen de forma aleatoria su derecho de veto. Esto pone en evidencia la decadencia global de las Naciones Unidas como estructura de conciliación y mantenimiento de la paz, algo que puede presagiar su muerte, como ocurrió con la Sociedad de Naciones. Cuando hay un conflicto interno en un país al que las potencias quieren sancionar, el Capítulo VII de la Carta permite liquidar su gobierno. Los derechos humanos y la «legitimidad democrática» son meros argumentos para legitimar la violencia armada. La «población civil», sin que nadie verifique por un procedimiento contradictorio cuál es realmente y en particular si está desarmada o armada (y por quién), pasa a ser un auténtico sujeto de derecho, inductor de la injerencia (40).

Por último, la falsa moral aducida para justificar esta política se caracteriza por un primitivismo de lo más básico y una enorme vulgaridad ideológica (distinción entre el Bien y el Mal, entre la Democracia y la Dictadura, etc.). Lógicamente, incluye la violencia «justa» contra «el enemigo» y llega al extremo de admitir el asesinato para eliminar a un dirigente indeseable (41).

Durante la guerra de Libia, los bombardeos franceses, amparándose en la fórmula «destrucción de los centros de mando», se dirigieron varias veces contra los allegados de Gaddafi (matando a varios de sus hijos y nietos) y contra el propio Gaddafi. Estos asesinatos políticos ponían en evidencia que Francia no pretendía ninguna negociación ni conciliación, pero las Naciones Unidas lo pasaron por alto.

Por muchas que sean las peculiaridades del conflicto libio, tampoco se trata de un caso sui géneris.

El significado es general: la crisis global que afecta a la economía mundial bajo la hegemonía occidental provoca una huida hacia delante y puede originar otras operaciones de la misma naturaleza contra varios «enemigos» ya designados, si fracasan los intentos de desestabilización interna pero «asistidos» desde el exterior.

Las contradicciones apremiantes del sistema imponen un orden mundial que excluye la coexistencia de regímenes diferentes y el respeto a la soberanía de cada cual.

Para los pueblos afectados esto significa, una vez más, la desaparición de la soberanía nacional y de la independencia en nombre de una «modernidad» de tipo imperial y de una soberanía «popular» formal; al acaparamiento de los clanes le sucederá un freno al desarrollo debido a la destrucción y la organización, y la corrupción especulativa.

Contra la inercia ideológica de la mayoría de los juristas y de muchos politólogos imperturbables en su complacencia teórica, podemos afirmar sin pecar de exagerados que el derecho internacional ha entrado en coma, la ONU ha fracasado y, en vez de la regulación jurídica, ha surgido una «moral» internacional dudosa, semejante a la del siglo XIX, época dorada de las cañoneras. ¿Será una nueva Conferencia de Berlín, 128 años después de la primera, el modelo implícito de las diplomacias internacionales?

¿Será la guerra de Libia un síntoma más de un retroceso en la civilización?

* Robert Charvin es jurista internacional, decano honorario de la Facultad de Derecho de Niza

Notas

(1) Y. Quiniou, «Retour sur la guerre néo-coloniale à laquelle nous avons assisté», L’Humanité, 24 de octubre de 2011.

(2) Cf. R. Dumas – J. Vergès, Sarkozy sous BHL, Éditions P.G. De Roux, 2011.

(3) Véase P.M. Martin, que en 2002 publicó «Défaire le droit international: une politique américaine», UTI Sciences Sociales de Toulouse, n.° 3, 2002, pp. 83 ss. En 2011 las autoridades francesas se pusieron a la cabeza de este proceso de «desmantelamiento» del derecho internacional.

(4) Cf. R. Charvin, Côte d’Ivoire 2011. La bataille de la seconde indépendance, L’Harmattan, 2011.

(5) Véase el Informe de la Comisión de Juristas a la que pertenecía el autor, lo que le valió que el nuevo gobierno del presidente A. Ouattara «congelara sus haberes» en Costa de Marfil.

(6) Las autoridades francesas y los grandes medios han equiparado los acontecimientos de Túnez, Egipto y Libia, forjando una «moral» a conveniencia de los intereses franceses para legitimar una operación militar contra el gobierno de Gaddafi. Lo único que tenían en común los tres regímenes era que habían merecido los halagos del estado francés poco antes de ser condenados por ese mismo estado.

(7) Al Jazeera, que a lo largo de 15 años se había abierto camino en el mundo árabe como una fuente original de información, ha experimentado un brusco viraje y ha desatado una feroz campaña contra los regímenes libio y sirio. Este sesgo pro occidental de la línea editorial en 2011 a raíz del llamamiento a una intervención armada del Consejo de Cooperación del Golfo y de Catar, que provocó la dimisión de varios periodistas, es algo turbio. No obstante, la periodista Marie Bénilde (Le Monde Diplomatique, n.º 117, junio-julio de 2011), sin hacerse más preguntas, considera que Al Jazeera e internet «han sembrado la voz democrática al viento de la historia» (Quand la liberté a le parfum du jasmin, op. cit., pp. 49 ss.).

(8) La misma precipitación de Francia, que reconoció al CNT mucho antes de que tuviera una responsabilidad cualquiera ni un control efectivo de una parte considerable del territorio libio.

(9) El caso extremo es el conflicto palestino-israelí: desde hace más de medio siglo el Consejo de Seguridad ha sido incapaz de encontrarle una salida, pese a las numerosas resoluciones de la Asamblea General.

(10) En las ciudades de Trípoli, Sirte y Sebha no hubo ninguna oposición abierta que acarreara una fuerte represión contra los civiles. No obstante estas ciudades fueron intensamente bombardeadas.

(11) En Bahrein intervino el ejército saudí para reprimir la revolución popular y salvar al régimen, con plena aprobación occidental.

(12) Lo único que se ha publicado en los medios franceses acerca de la condición de las mujeres en Arabia Saudí ha sido la información ?casi elogiosa? del perdón a una saudí que había infringido la prohibición de conducir un automóvil, y el anuncio de que en 2015 las mujeres podrán votar en las elecciones municipales.

(13) El doble juego de Francia es proverbial: votó a favor de la incorporación de Palestina en la UNESCO y luego, en el Consejo de Seguridad, contra su admisión en la ONU.

(14) Cf. Quand la liberté a le parfum du jasmin, op. cit., p. 32.

(15) El profesor Géraud de la Pradelle denuncia el comportamiento de ciertos juristas occidentales que se dedican a explicar a los estados mayores de los ejércitos y, a veces, a los oficiales en el campo de operaciones, cómo sortear los «obstáculos» del derecho humanitario que restan eficacia a las operaciones militares. Cf. «Des faiblesses du droit international humanitaire qui tiennent à sa nature», en Droit humanitaire. États puissants et mouvements de résistance, D. Lagot. (dir.), L’Harmattan, 2010, pp. 33 ss.

(16) Los medios franceses, sobre todo los canales de televisión, han hecho gala de falta de profesionalidad y una enorme mala fe, propalando toda clase de mentiras sobre los acontecimientos relacionados con el conflicto a la vez que callaban sobre de la personalidad de los miembros del CNT (Mohamed Yibril, por ejemplo, ex ministro de Gaddafi, se había asociado con B.-H. Lévy en varios negocios, como el comercio de madera de Malasia y Australia). La prensa occidental (con la excepción de l’Humanité en Francia) y las ONG humanitarias (salvo el MRAP) ha pasado de puntillas sobre las matanzas racistas y xenófobas de negros, tanto libios como inmigrantes del África negra. Cientos de miles de libios (se cree que una cantidad aproximada a los 400.000) huyeron a los países vecinos, sobre todo a Túnez. Los bombardeos de la OTAN destruyeron varios hospitales, como, recientemente, el Hospital Avicenas de Sirte, sin que se elevara el habitual coro de condenas de las organizaciones humanitarias.

(17) La ejecución de Muammar Gaddafi era una exigencia política, pues las autoridades francesas y estadounidenses consideraban «peligroso» un juicio ante la CPI. El Centre de planification et de conduite des opérations (CPCO), que dirige el Renseignement Militaire y el Service Action de la DGSE, se encargó de asesorar a las unidades del CNT de Sirte para «tratar al Guía libio y a su familia», es decir, eliminarlos.

(18) Por ejemplo, en Trípoli el Tribunal de Cuentas, en Centro Anticorrupción, el Tribunal Superior, varios hospitales, un mercado, sedes de varias asociaciones (como la asociación de ayuda a los discapacitados, del movimiento de mujeres, etc.).

(19) El 29-30 de junio de 2011 la Unión Africana declaró que las órdenes de detención emitidas por la CPI contra Gaddafi y sus allegados no debían aplicarse en el territorio africano. Jean Ping, Secretario General de la UA, criticó con dureza a Luis Moreno Ocampo, fiscal de la CPI, diciendo que es un «chiste» (a joke) e invitándole a ejercer el derecho en vez de someterse a la política occidental.

(20) Citado por R. Charvin, «Le droit international tel qu’il a été enseigné», en Mélanges Chaumont, Pédone, 1984, p. 138.

(21) El profesor Guilhaudis, por ejemplo, en su manual de Relations internationales contemporaines, Litec, 2002, ¡osa titular un apartado: «El interminable estallido violento de Yugoslavia, a pesar de la ONU y la OTAN»! (p. 730).

(22) Mario Bettati y Bernard Kouchner son los teóricos e impulsores de la doctrina del «deber de injerencia humanitaria» (N. T.).

(23) En Francia se ha interpuesto una denuncia contra el ejército por «intento de asesinato de L. Gbagbo». La detención del presidente de Costa de Marfil se produjo con la colaboración de fuerzas francesas y marfileñas tras un intenso bombardeo de la residencia de Gbagbo por la Fuerza Licorne francesa.

(24) Cf. R. Charvin, «De le prudence doctrinale face aux nouveaux rapports internationaux», en Mélanges Touscoz, France Europe Éditions, 2007.

(25) El imperio otomano, la monarquía absoluta de Francisco I de Francia y el imperio español tenían la misma ambición.

(26) En 1950, cuando Estados Unidos y el Consejo de Seguridad, a pesar de las disposiciones de la Carta y en ausencia de uno de los miembros permanentes, decidieron intervenir militarmente en Corea, el profesor Sibert, siguiendo la tradición académica, emitió un juicio positivo de la «interpretación liberal» y no «rígida» de la Carta.

(27) Extrañamente, los juristas académicos, en sus enseñanzas, asocian estas dos categorías de «actores» a las empresas transnacionales, como si su peso respectivo en la sociedad internacional fuese equivalente. En cambio nada dicen de las empresas militares privadas que trabajan supuestamente para la seguridad colectiva, como por ejemplo en Irak.

(28) Doyen Moye, Le droit des gens moderne, Sirey, 1920, pp. 219-220.

(29) Cf. «Le droit international tel qu’il a été enseigné. Notes critiques de lecture des traités et manuels (1850-1950)», en Mélanges Chaumont, Pédone, 1994.

(30) R. Charvin, Côte d’Ivoire 2011. La bataille de la seconde indépendance, L’Harmattan, 2011.

(31) P. M. Martin, «Défaire le droit international: une politique américaine», Droit écrit, UTI Sciences Sociales de Toulouse, n.° 3, 2002, pp. 83 ss.

(32) También cabe señalar que la «revolución» se ha admitido como un concepto perfectamente válido en algunas antiguas repúblicas soviéticas (como Ucrania y Georgia).

(33) Esta reorientación puede compararse con la del presidente Gbagbo, que en vísperas de que los occidentales le derrocaran se disponía a salirse del franco-CFA y firmar acuerdos económicos importantes con China.

(34) Entre los intentos de eliminación de Muammar Gaddafi se puede citar la operación organizada por el presidente francés Giscard d’Estaing en 1975 (SDEC más varios militares disidentes), los comandos franco-egipcios (durante el mandato de Sadat, en 1977), un atentado en 1979 del Service Action francés que dejó herido a Gaddafi, en 1980 el SDC francés y los egipcios vuelven a fallar (lo que provocó la destitución del jefe de los servicios secretos franceses, De Marenches), y también en 1980 un intento (revelado por el presidente italiano Cossiga) de derribar el avión oficial de Gaddafi que volaba a Varsovia con la ayuda de la OTAN, en 1984 un intento de golpe de estado apoyado por Estados Unidos, con participación de exiliados y militares, y el bombardeo de la residencia de Gaddafi en 1986.

(35) Desde los primeros pasos de la revolución libia, el mundo occidental no perdonó nunca a Trípoli que usara los mismos métodos que Occidente para impulsar su política exterior.

(36) Muchos politólogos destacan el papel político desempeñado por los nuevos modos de comunicación en las «revoluciones» del Sur. Este análisis no tiene en cuenta que gran parte de la población, por lo general muy pobre, los desconoce. Cabe suponer que, una vez más en la historia, se da mucha importancia a las «herramientas» para no tener que examinar unas realidades sociales más profundas. Muchos politólogos, además, se felicitan implícitamente por el papel de las «clases medias» ?un papel siempre indefinido y sobrevalorado en lo político? por su aversión, a menudo explícita, hacia las clases populares.

(37) El gobierno de Gaddafi tenía 42 años. La juventud, mayoritaria en la población libia, no sabe nada de la monarquía del rey Idris, que reinaba en uno de los países más pobres del mundo, y anhelaba una normalidad más llevadera que la Revolución de la Yamahiriya, incluso después de los compromisos adquiridos por esta a partir de 2002 y a pesar de que Libia tenía el nivel de vida más alto de África.

(38) En los países occidentales se observa el mismo fenómeno, pero no hay estímulos exteriores que lo lleven al paroxismo.

(39) Trípoli, con la colaboración de varias personalidades internacionales, creó el Premio Gaddafi de los Derechos Humanos y de los Pueblos. Este premio, el primero otorgado por un país del Sur para no dejar el monopolio del tema de los derechos humanos a las potencias occidentales, se llamaba Gaddafi no por decisión de los libios, sino a iniciativa de un francés, que se encontraba en Trípoli y era secretario general de la Federación de Ciudades Hermanadas, al término de una conferencia internacional. El primero en recibir el premio fue Nelson Mandela cuando aún estaba en la cárcel. El último premio lo recibió en 2010 el presidente turco Erdogan por su política solidaria con los palestinos, pero Berlusconi también estuvo a punto de ganarlo por haber reconocido la culpabilidad colonial de Italia.

(40) Los juristas deben plantearse la noción de «civiles armados» y su condición en un conflicto con los poderes públicos, así como el problema de la circulación ilícita de armas a través de las fronteras.

(41) Grotius y Vattel, a quienes se considera fundadores del derecho internacional, condenaron el asesinato de los dirigentes durante los conflictos entre estados.

http://www.lahaine.org/index.php?p=58566

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L’Europe est aujourd’hui la seule force capable de porter un projet de civilisation (…) L’Amérique et la Chine ont déjà commencé la conquête de l’Afrique. Jusqu’à quand l’Europe attendra-t-elle pour construire l’Afrique de demain ?
Nicolas Sarkozy. 2007.

Les insurgés libyens méritent l’aide de tous les démocrates.
Bernard-Henry Lévy. 2011.

Quand un peuple perd son indépendance face à l’extérieur, il ne garde pas longtemps sa démocratie à l’intérieur.
Régis Debray. 1987.

Une vague « morale » internationale, proche de celle régnant au XIX° siècle, est invoquée par les puissances occidentales alors qu’il est fait silence sur le droit international qu’elles considèrent – au mieux- comme un simple faisceau de procédures.

Cette « morale », produit occidentaliste de substitution, se concilie parfaitement avec la violation flagrante des principes fondamentaux constituant le cœur de la Charte des Nations Unies et avec un mépris ouvert vis-à-vis de l’ONU lorsque le Conseil de Sécurité, organe oligarchique est neutralisé par les divisions entre les grandes puissances et qu’il ne peut être en l’occurrence, instrumentalisé par certaines d’entre elles.

Les États-Unis, la France, la Grande Bretagne se considèrent toujours comme la « seule force capable de porter un projet de civilisation », tout en s’opposant lorsque leurs intérêts économiques et financiers ne coïncident pas.

Les opérations militaires ainsi que les ingérences indirectes se multiplient. Anders Fogh Rasmussen, Secrétaire Général de l’OTAN, les annonce lui-même : « Comme l’a prouvé la Libye, on ne peut pas savoir où arrivera la prochaine crise, mais elle arrivera » (5 septembre 2011).

L’inquiétude manifestée par les États du Sud authentiquement indépendants n’est pas prise en compte. Les paroles de Thébo Mbeki, ancien Président d’Afrique du Sud sont significatives : « Ce qui est arrivé en Libye peut très bien être un signe précurseur de ce qui peut arriver dans un autre pays. Je pense que nous devons tous examiner ce problème, parce que c’est un grand désastre » (20 septembre 2011).

Par contre, en France, une quasi unanimité s’est manifestée pour applaudir aux opérations de guerre menées contre la Libye, ainsi qu’à l’exécution sommaire de M. Kadhafi. De B.H. Lévy au Président Sarkozy, via Ignacio Ramonet, de l’UMP au PCF (bien qu’avec quelques réserves) via le PS, ainsi que tous les grands médias (de Al Jazeera au Figaro), on a « au nom d’un massacre seulement possible, perpétré un massacre bien réel, alimenté une guerre civile meurtrière » [1]et admis la violation d’un principe essentiel toujours en vigueur, la souveraineté d’un État membre des Nations Unies.

Il en a été de même dans la plupart des États occidentaux qui n’ont pas porté le moindre intérêt aux propositions de médiation de l’Union Africaine ou du Venezuela ni voulu confier à l’ONU la responsabilité d’une négociation ou d’une conciliation.

L’esprit de guerre s’est imposé dans l’urgence sans réaction d’une opinion non concernée en raison de la disparition de l’armée de conscription et de la professionnalisation (voire de la privatisation au moins partielle comme en Irak) des conflits armés.

Si la gauche française n’a pas manifesté son opposition alors qu’elle l’a fait dans le passé contre diverses agressions occidentales, c’est, qu’au-delà du « démocratisme » de rigueur, il s’agissait d’Africains et d’Arabes et de problèmes du « Sud », non électoralement rentables, en considération de l’état idéologique moyen des Français à la fin du mandat de N. Sarkozy [2].

Si la droite, particulièrement les conservateurs français, opte pour des ingérences de plus en plus ouvertes dans les pays du Sud, c’est, qu’au-delà des intérêts économiques (notamment énergétiques) des grands groupes installés dans le Sud, les aventures extérieures sont toujours bienvenues en période de crise intérieure grave.

Le résultat global c’est, sinon la mise à mort du droit international, du moins sa mise en état de coma dépassé [3].

1. L’inéligibilité de la Libye kadhafiste au bénéfice du droit international

Véritable cas d’école sur un continent où les élections sont en général des mascarades, les élections présidentielles en Côte d’Ivoire de 2010, faussées par une rébellion armée de plus de huit ans assistée par la France et occupant la partie Nord du territoire, ont donné lieu à une intervention des Nations Unies et de l’armée française visant à éliminer par la force le Président Gbagbo. L’occupation totale de la Côte d’Ivoire par la rébellion en 2011, avec l’appui de l’ONUCI et des troupes françaises de la Licorne, ponctuée de massacres (comme celui de Duékoué) n’a suscité que peu de réactions des juristes français [4]. Les prétextes avancés par les autorités françaises (répression contre les manifestants civils, non respect du résultat des « élections ») semblent avoir convaincu la doctrine dont la domination sur la pensée juridique évite de procéder aux vérifications nécessaires des allégations politiques officielles [5]. Ainsi, au nom d’une « légitimité démocratique » indéfinie, approuvée par la majorité conjoncturelle du Conseil de Sécurité, « stimulée » par un Etat juge et partie, il est désormais admis qu’un régime puisse être renversé par la force et qu’il en soit établi un autre, avec l’appui d’une partie belligérante.

Survenant à quelques mois d’intervalles, l’intervention en Libye s’inscrit dans la stratégie menée en Côte d’Ivoire et n’a que peu à voir avec la politique d’appui tardif aux mouvements populaires de Tunisie et d’Égypte [6].

Brutalement, au nom d’une menace visant les opposants au régime jamahiriyen dont Rony Brauman a montré le caractère improbable, la Libye s’est vue retirée sa qualité de sujet de droit international à part entière, de « membre régulier » de la communauté internationale. Il a suffi d’une manifestation le 15 février 2011 dans une ville du pays suivie d’une émeute le 17 dans cette même ville de Benghazi pour qu’un État membre de longue date des Nations Unies, ayant occupé la présidence de l’Union Africaine et conclu de nombreux accords avec différents États, en particulier la France et l’Italie, soit mis au ban de la société internationale. Le Conseil de Sécurité s’est satisfait de sources très partielles sur les événements de Benghazi : celles de l’une des parties en cause (les insurgés) et d’un média, Al-Jazeera [7], sans procéder à une investigation contradictoire et sans rechercher une « solution par voie de négociation, d’enquête, de médiation, de conciliation (…) ou par d’autres moyens pacifiques » (article 33 de la Charte).

C’est dans une extrême précipitation [8] que le Conseil de Sécurité a adopté la Résolution 1970 du 26 février, soit quelques jours seulement après le début des événements de Benghazi, alors que de nombreux conflits dans ne monde ne suscitent que des réactions très tardives [9]. Les observations de l’Inde regrettant le fait « qu’il n’existait pratiquement aucune information crédible sur la situation sur place » n’ont pas été prises en compte. L’Etat libyen a été immédiatement considéré comme coupable et M. Kadhafi devait relever sans examen contradictoire des faits de la Cour Pénale Internationale !

Se répétait, à l’instigation de la France, des Etats-Unis et de la Grande Bretagne, malgré l’abstention de la Chine, de la Russie, de l’Inde, du Brésil et de l’Allemagne, la pratique suivie à propos de l’Irak, contre laquelle « toutes les preuves étaient réunies », comme celles prétendument fournies par Colin Powell en 2003, pour que Tripoli soit détruite, comme l’avait été Bagdad.

La Résolution 1973 du 17 mars complète la 1970 du 26 février.

Leur fondement est le « devoir de protéger les populations civiles », sans que le Conseil de Sécurité ne néglige de rappeler « son ferme attachement à la souveraineté, à l’indépendance » de la Libye.

Son but est de « faire cesser les hostilités » et « toutes les violences ».

Les méthodes recommandées pour y parvenir sont de « faciliter le dialogue » tout en instaurant un contrôle de l’espace aérien pour éviter l’intervention de l’aviation libyenne.

C’est l’OTAN, puis essentiellement, sous son égide, la France et la Grande Bretagne, qui se chargent de mettre en œuvre les résolutions du Conseil de Sécurité.

Tous les éléments d’un arbitraire étranger à la légalité internationale étaient réunis.

En premier lieu, le flou extrême des résolutions. Le « devoir de protéger préventivement des populations civiles » s’apparente à la notion de « légitime défense préventive » qui n’est que le contournement de l’interdiction de l’agression. De plus, la notion de « civils » est imprécise. Quid du statut des « civils » armés ?

La violence du verbe de M. Kadhafi n’est pas assimilable à une répression illégale. La notion de « légitimité démocratique » explicitement utilisée par le Conseil de Sécurité pour condamner le régime Gbagbo en Côte d’Ivoire est la référence implicite permettant de juger le régime libyen comme étant non démocratique et source d’une menace pour la paix internationale. Le Conseil de Sécurité et les puissances occidentales se font ainsi les juges de la « validité » des régimes politiques dans le monde.

On peut souligner tout d’abord que ces résolutions 1970 et 1973 sont d’une nature contradictoire. Elles font référence à la souveraineté et à la non ingérence tant en « autorisant » les Etats membres des Nations Unies à prendre « toutes mesures nécessaires » pour la protection des civils, « tout en excluant le déploiement d’une force d’occupation étrangère sous quelque forme que ce soit et sur n’importe quelle partie du territoire libyen », étant entendu que les seuls vols autorisés au-dessus du territoire sont « d’ordre humanitaire » !

En second lieu, ces résolutions disant tout et leur contraire (les Nations Unies n’ont jamais mis en place le Comité d’état major et la police internationale prévus par la Charte), créent les conditions d’une intervention de l’OTAN dont les déclarations officielles et les objectifs évoluent très vite de la dimension « protectrice » à la dimension destructrice du régime de Tripoli.

De facto, le Conseil de Sécurité, d’un outil de conciliation et de maintien de la paix, devient un instrument de guerre. La Déclaration commune Sarkozy, Obama, Cameron du 15 avril 2011 est significative : « il ne s’agit pas d’évincer Kadhafi par la force », mais « tant que Kadhafi sera au pouvoir, l’OTAN … doit maintenir ses opérations » !

Le recours à la force armée aérienne et aux bombardements intensifs (poursuivis pendant plus de huit mois) sur les villes et les voies de communication n’ont qu’une seule finalité : assister le CNT de Benghazi et liquider le régime de Kadhafi, avec la promesse d’une contrepartie pétrolière à l’issue du conflit [10].

L’intervention terrestre, formellement interdite par le Conseil de Sécurité, s’est produite avant même le début des frappes aériennes. Le Rapport du CIRET-AVT et du Ct 2R précité atteste de la présence de membres de certains services spéciaux occidentaux (notamment la DGSE), puis par l’action militaire de certains groupes de « bi-nationaux » venus de différents pays occidentaux, dans l’Ouest du pays, profitant notamment d’une frontière tuniso-libyenne ouverte. Les livraisons d’armes (notamment françaises, via la Tunisie) sont devenues progressivement massives. Il s’avère aussi que des troupes venant du Qatar sont intervenues.

De manière significative, le gouvernement français n’a pratiquement jamais fait référence au droit international. La légalité selon lui s’est réduite à une mesure procédurale : la caution du Conseil de Sécurité, dont on sait que les résolutions échappent à tout contrôle de légalité !

Le paradoxe est que l’invocation permanente des droits de l’homme, de la démocratie et de l’humanitaire en général ne fonctionne pour les États occidentaux que de manière sélective. Si cette pratique n’est pas neuve, elle est devenue flagrante.

Concernant le monde arabe, tout particulièrement, les postures des États-Unis, de la France, de la Grande Bretagne relèvent de la caricature qu’il s’agisse de leurs politiques unilatérales ou de leurs comportements au sein du Conseil de Sécurité et plus généralement des Nations Unies.

C’est ainsi que la question kurde, celle du statut de la minorité chiite dans les pays du Golfe, celle des régimes de l’Arabie Saoudite, de Bahreïn [11] et des Émirats dont le Qatar, allié militant de l’OTAN contre la Libye, ne suscitent aucune réaction : à leur propos, les droits de l’homme et la démocratie ne font l’objet d’aucune interrogation occidentale [12] !

Le plus flagrant est le cas de la Palestine. Deux ou trois États au Conseil de Sécurité paralysent le soutien de la majorité absolue des États membres de l’Assemblée Générale des Nations Unies à l’admission de la Palestine comme membre ordinaire de l’ONU. Au nom d’une certaine « conception » de l’humanitaire, les États-Unis et la France (à sa façon) [13]s’opposent à la pleine reconnaissance de l’État palestinien, car elle « pourrait conduire à une relance de la violence, obstacle majeur à la négociation avec Israël » ! Après un demi-siècle d’hostilité et d’indifférence, les États occidentaux considèrent que le Peuple palestinien doit encore attendre. Leur soutien spectaculaire aux « révolutions arabes » n’a donc rien à voir avec une position de principe. « On ne peut pas à la fois saluer l’avènement de la démocratie dans le monde arabe, et s’en désintéresser quand cela concerne la question nationale palestinienne », écrit à juste titre B. Stora [14].

La « sensibilité » au monde arabe et à l’Islam est donc à géométrie variable pour les autorités occidentales. Ce sont les intérêts en jeu qui conditionnent tout. Le droit humanitaire et les droits de l’homme n’ont rien à y voir.

La guerre de Libye a lourdement malmené le droit humanitaire. La « protection des populations civiles » est demeurée une notion abstraite au détriment des Libyens transformés en victimes des bombardements, du racisme et de la xénophobie, en miliciens armés par l’étranger ou par l’État, en personnes déplacées fuyant les lieux de combat. Un phénomène de fuite hors du territoire libyen de centaines de milliers de travailleurs étrangers, dans les pires conditions de précarité, s’est ajouté dans une quasi indifférence des États occidentaux et dans l’impuissance des États voisins.

Les opérations de l’OTAN dont la force de frappe a été constituée par l’armée française, son aviation et ses services spéciaux, n’ont en rien respecté le droit humanitaire, quelles que soient les réactions de vertu outragée d’un Juppé lorsqu’on « ose » lui signaler les victimes civiles libyennes des bombardements de l’OTAN [15] !

Le rapport Libye : un avenir incertain. Compte rendu de mission d’évaluation auprès des belligérants libyens (Paris, mai 2011) établi par une délégation d’experts (dont Y. Bonnet, ex-directeur de la DST), sur lequel les médias ont fait un silence quasi absolu [16], a constaté que la révolution libyenne n’est pas une révolte pacifique, que les « civils », dès le 17 février, étaient armés et qu’ils ont attaqué les bâtiments civils et militaires de Benghazi : il n’y a pas eu en Libye de grandes manifestations populaires pacifiques réprimées par la force !

C’est de manière préventive que l’intervention extérieure a eu lieu, soit moins de 10 jours après les premiers incidents et c’est dès le 2 mars, soit 2 mois après le début de la crise dans l’est libyen, que la CPI a entamé une procédure contre Kadhafi et son fils Saïf Al-Islam : les bombardements qui n’ont pas cessé depuis 8 mois et qui ont fait plusieurs milliers de victimes civiles (il y en avait déjà 1.000 à la fin mai) ont très vite perdu leur caractère militaire, pour devenir essentiellement politique : abattre le régime de la Jamahiriya et si possible procéder à l’élimination physique de Kadhafi et de ses proches par des tirs ciblés, ce qui a été réalisé à Syrte le 20 octobre à la suite d’une opération de l’aviation française [17].

C’est ainsi que de nombreux bâtiments publics, sans le moindre intérêt stratégique (notamment à Tripoli et les villes pétrolières Ras Lanouf, Brega, Ajdabiya) ont été bombardés [18]. Ont été aussi bombardés des réseaux de communication, des éléments de l’infrastructure industrielle, des monuments historiques, etc.

L’ensemble de ces actes constitue des crimes de guerre, voire des crimes contre l’humanité, relevant de la compétence de la justice pénale internationale.

Quant aux opérations « ciblées » (que l’armée israélienne pratique souvent à l’encontre de cadres palestiniens) visant à assassiner des proches de M. Kadhafi (plusieurs de ses enfants ont été tués) et M. Kadhafi lui-même (par exemple, le bombardement du domicile privé de l’un des fils de Kadhafi, provoquant le mort de deux de ses petits enfants), elles ne peuvent s’inscrire dans une opération de paix et de « protection » sous le drapeau de l’ONU ! Si M. Kadhafi avait pu être déféré devant la CPI [19], les responsables des bombardements et des tentatives de meurtres par l’armée française visant des dirigeants d’un État membre des Nations Unies, quelles que soient les infractions qu’ils aient pu commettre, sont passibles eux aussi des sanctions prévues par le droit pénal international ! C’est particulièrement flagrant avec l’assassinat de M. Kadhafi lui-même, avec la collaboration active de l’OTAN et de l’aviation française.

La Résolution 1674 du Conseil de Sécurité du 28 avril 2006 rappelle que « le fait de prendre délibérément pour cible des civils (…) en période de conflit armé constitue une violation flagrante du droit international humanitaire ». Les tirs ciblés sont d’une nature particulièrement criminelle : l’ONU n’a pas pour fonction de faire exécuter des peines de mort !

On peut aussi noter, parmi les illégalités flagrantes, les procédures suivies en matière de gel des avoirs libyens publics et privés. En effet, les mesures prises durant la guerre de Libye ne tiennent pas compte des résolutions 1452 (2002) et 1735 (2006) du Conseil de Sécurité. Les transferts réalisés par la France et ses alliés européens au bénéfice du CNT n’ont pas non plus respecté la réglementation européenne.

En fait, l’approche juridique occidentale sur la Libye rejoint les positions de G. Scelle dans son manuel de 1943 sur la « Russie bolchévique ». Selon cet auteur classique, ce régime « aurait dû être considéré comme internationalement illégal » [20]. La « Russie bolchévique » n’aurait pas dû être admise comme sujet de droit. Elle ne l’a d’ailleurs été que partiellement jusqu’en 1945.

Plus d’un demi-siècle plus tard, les atteintes à la légalité par les États occidentaux en Libye n’en sont pas, car il s’agit de détruire un régime détestable, « illégal » par nature !

Ainsi, ce ne sont pas seulement certains peuples, comme le Peuple palestinien, qui se voient refuser la qualité de sujet à part entière du droit international, certains États pourtant membres des Nations Unies n’ont pas non plus « droit au droit ».

Le principe qui semble découler de cette pratique occidentale, c’est que ce ne sont plus les États qui ont droit au droit international, ce sont les régimes bénéficiant de l’aval des puissances occidentales.

2. Continuité et imperturbabilité des juristes

En tant que juriste, la première observation qui s’impose est le silence assourdissant des internationalistes, de la même nature que celui qui a pour le moins hypothéqué la scientificité de leurs jugements pour l’Irak, le Kosovo [21], l’Afghanistan ou la Côte d’Ivoire, par exemples. La doctrine dominante chez les internationalistes demeure « impassible » : les manuels les plus récents ne témoignent d’aucune inquiétude, bien qu’ils évitent d’illustrer leurs propos académiques d’exemples non exemplaires !

Pour nombre d’entre eux, les doctes professeurs de droit international, se sont fait ultra-cicéroniens : « Summum jus, summa injuria » ! Pour Cicéron, en effet, un « excès » de droit amène les pires injustices. Alignés derrière le personnel politique majoritaire en Occident, les juristes considèrent que le droit international lorsqu’il limite par trop le « messianisme », y compris guerrier, des États-Unis, de la France, de la Grande Bretagne, devient destructeur des valeurs civilisatrices dont il est porteur. L’idéologie, qu’ils récusent formellement pour eux-mêmes, est omniprésente dans leurs analyses : la « légitimité » prend le pas sur la « légalité », ce qui, pour les juristes, peut paraître surprenant !

En réalité, ils admettent implicitement que les États occidentaux s’auto-régulent dans l’intérêt du Bien Commun. Il ne s’agit pas d’un mépris de la légalité chez ceux qui se réclament hautement de « l’État de droit » : pour ces juristes, les puissances occidentales se situent « au-dessus » d’un « juridisme inadapté » au nom de la « mission » supérieure qu’ils se doivent d’accomplir sans entraves. Étant donné l’inconvenance qu’il y a à mettre en cause la politique étrangère des États-Unis et leur conception anti-multilatéraliste, on ne saurait faire non plus le procès des autorités françaises lorsqu’elles justifient (depuis le « Bettato-Kouchnérisme » qui a fait florès) leurs ingérences au détriment de la souveraineté des petits et moyens États au nom des droits de l’homme.

Le Président Sarkozy a poussé très loin le « Bettatisme », en 2010-2011, lorsqu’il a étendu le champ de l’ingérence au contentieux électoral (c’était une première !) : la France s’est même faite, aux côtés des États-Unis et de l’ONU, juge constitutionnel en lieu et place de l’instance ivoirienne compétente pour user en définitive de la force armée afin de changer le régime d’Abidjan, y compris au prix d’une tentative d’assassinat du Président L. Gbagbo [22].

La crise libyenne est allée encore au-delà : elle a permis de consacrer la notion de « révolution démocratique » parmi les causes légitimant la mise à l’écart de la légalité internationale. Les juristes rétablissent ainsi la vieille conception qui distinguait jusqu’au milieu du XX° siècle (voir les démonstrations du professeur Le Fur, par exemple, dans les années 1930-1940) les sujets relevant du droit international et ceux inéligibles à ce même droit, créant ainsi les conditions d’une nouvelle hégémonie impériale occidentale. Néanmoins, la distance pouvant séparer la pensée juridique dominante et les positions politico-médiatiques officielles tendant à disparaître, le droit international des manuels et des revues académiques demeure un long fleuve tranquille, à l’image des pages de Wikipédia qui lui sont consacrées [23]. Les éminents auteurs se consacrent aux problèmes techniques de l’Union Européenne, « planète » plus politiquement sérieuse, tandis que d’autres, tout aussi éminents, notent « la résistance des souverainetés devant les progrès du droit international » (!), progrès jugés « incontestables et importants » lors de ces dernières décennies !!

La nouvelle multipolarité, en gestation, n’est guère appréciée : la Chine (souvent qualifiée d’ « arrogante ») comme la Russie se voient reprocher l’exercice du droit de veto au Conseil de Sécurité, car le « risque est celui du désordre, de l’incapacité, de l’insuffisance d’organisation ». La brève configuration unipolaire qui a succédé à la fin de l’URSS était beaucoup plus appréciée : devait enfin se réaliser grâce à l’unipolarité occidentaliste – que l’on ne savait pas très temporaire – le règne effectif du droit international, la puissance assurant la « bonne gouvernance », par dédoublement fonctionnel, étant évidemment les États-Unis et accessoirement leurs alliés, dotés d’une « vision » universaliste [24].

En tout état de cause, le juriste occidental représentatif est celui qui n’apprécie pas le principe de souveraineté qui reste pourtant au cœur de la Charte des Nations Unies, d’autant plus que la puissance dont il relève est souveraine de facto.

Le terme de « violation » de la légalité ne vient qu’exceptionnellement sous sa plume, encore moins celui de régression. Il n’y a qu’ « interprétations », « ajustements » ayant pour fin de satisfaire toujours mieux les intérêts de l’Humanité toute entière [25].

Le juriste académique préfère s’attarder sur les « nouveaux acteurs » de la « communauté » internationale, tels les ONG et l’ « individu » [26], en voie de donner naissance à la « société civile » internationale… L’intervention militaire en Libye ne s’est-elle pas fondée (résolution 1970 et 1973 du Conseil de Sécurité) sur la protection de cet individu « civil » menacé par un pouvoir détestable, tout comme les États européens agissaient déjà au XIX° siècle contre l’Empire Ottoman par des « interventions d’humanité », les thèses du Saint-Siège précédant celles des Bush, Kouchner et autres Sarkozy !

Le juriste britannique H. Wheaton justifiait dans le même esprit l’intervention anglaise au Portugal en 1825, jugée conforme « aux principes de la foi politique et de l’honneur national ». De même, ajoutait-il, est fondée « l’intervention des puissances chrétiennes de l’Europe en faveur des Grecs ». Un siècle plus tard, en 1920, le Doyen Moye de l’université de Montpellier, affirmait sans réserve qu’ « on ne saurait nier les bienfaits indiscutables que l’immixtion a plusieurs fois amenés (…) Il est très beau de proclamer le respect de la souveraineté même barbare et de déclarer qu’un peuple a le droit d’être aussi sauvage que bon lui semble. Il n’est pas moins vrai que le christianisme et l’ordre sont des sources de progrès pour l’humanité et que bien des nations ont bénéficié à voir leurs chefs, inaptes ou tyranniques, obligés de changer leurs méthodes sous la pression des puissances européennes. La persuasion ne réussit pas toujours à elle seule et il faut parfois faire le bien des gens malgré eux…. » [27].

Qui ne reconnaît, à peu de choses près, l’analyse faite un siècle plus tard par les instances américaines, françaises, britanniques et onusiennes contre Kadhafi et autres Gbagbo ?

Seuls ceux qui, aujourd’hui encore, condamnent les expéditions coloniales au nom d’une culpabilité « infondée », alors qu’il s’agissait selon la doctrine de combattre la « barbarie des peuples sauvages, occupant sans titre des territoires sans maître », ne perçoivent pas la signification civilisationnelle et humaniste des interventions occidentales et l’éventuelle nécessité de mettre en place des néo-protectorats, y compris sur les petits Etats occidentaux « mal gouvernés » !

Le Fur, éminent titulaire de la chaire de droit international de la Faculté de Droit de Paris, auteur du précis Dalloz 1931 et de divers manuels entre 1930 et 1945, accompagné d’autres professeurs comme Bonfils, Fauchille, etc. insistait sur le thème de la Civilisation combattant la Barbarie : « il y a incompatibilité d’humeur entre nous et l’arabe » car « le mot d’ordre de l’arabe est : immobilité ; la nôtre est en avant ! » (sic) [28]. Le Fur ajoute, à propos de la colonisation, que « la France n’a pas travaillé seulement dans son intérêt, mais pour le bien commun de l’humanité ».

Pour les juristes de cour contemporains, les États occidentaux, soucieux par nature du Bien et de l’intérêt général, entendent aujourd’hui comme hier protéger par tous les moyens l’individu et les populations civiles contre les menées de leur propre État. Or, le libyen kadhafiste est pire que l’arabe d’hier : à son encontre, la guerre est « juste ». Rien ne change depuis un auteur du XIX° siècle comme H. Wheaton, qui affirmait, comme on le fait aujourd’hui que « lorsqu’il y a atteinte portée aux bases sur lesquelles reposent l’ordre et le droit de l’humanité » le recours à la force est fondé. D’ailleurs, l’Institut de droit international au début du siècle ne partage pas « l’utopie de ceux qui veulent la paix à tout prix ». G. Scelle, dans son manuel édité en 1943 à Paris, y met du sien lorsqu’il affirme que lorsqu’un État possède « un titre authentique et probatoire » à faire valoir, « la prohibition du recours aux armes semble difficile à admettre ». Aujourd’hui, peu importe l’élément nouveau que constituent les principes de la Charte des Nations Unies ! La France n’a-t-elle pas souligné pour justifier son rôle déterminant dans l’opération anti-Tripoli qu’elle possédait tous les titres pour intervenir, c’est-à-dire ceux fournis par les Nations Unies, fondés sur les droits de l’homme et ceux de l’OTAN pour sauver les Libyens d’eux-mêmes !

D’ailleurs, de manière consensuelle, dans la doctrine juridique classique (Gidel, La Pradelle, Le Fur, Sibert, Verdross, etc.), le respect de la propriété est considéré comme le principe fondamental des relations internationales pour le monde civilisé. Pour M. Sibert, c’est même « une vérité hors de discussion ». Or, chacun sait en 2011 l’emprise du régime kadhafiste sur le pétrole libyen qui n’était jusque-là, pour le reste du monde, qu’une ressource aléatoire : aujourd’hui, comme hier, la liberté des échanges « interdit » le manque à gagner que représente l’accaparement tripolitain.

C’est par exception que des professeurs comme Carlo Santulli ou P.M. Martin, par exemples, prennent une position forte contre la violation de la légalité dans l’affaire libyenne ou la question n’est pas de « défendre le régime » dans l’opinion publique, « mais simplement de ne pas transformer l’analyse critique en une propagande monstrueuse ». En Libye, comme en Côte d’Ivoire, le monde occidental et l’Etat français en premier lieu ont fait chorus pour déshumaniser « l’ennemi » (qu’il s’agisse de L. Gbagbo ou de M. Kadhafi), en dépit des contrats conclus sous leur patronage avec les milieux d’affaires : « le sang des Libyens (comme celui des Africains ne vaut rien pour nous », constate le professeur C. Santulli.

Le juriste et le politicien de droite ou d’une certaine « gauche » se retrouvent sur les mêmes positions. La « morale » doit l’emporter sur le « juridisme étroit », comme a pu le déclarer dans la presse ivoirienne l’Ambassadeur des États-Unis à l’encontre du Président Gbagbo [29]. Pour le juriste, le positivisme doit lui-même céder la place au descriptivisme et au réalisme. Le débat n’est plus de mise. Comme l’affirme R. de Lacharrière « Il faut s’habituer à l’idée que les controverses doctrinales appartiennent au passé » !

Or, la description non critique et complaisante des politiques étrangères par les juristes s’identifie à leur légitimation sans réserve. La doctrine dite « savante », très occidentalo-centriste, est très proche des grands médias. Le « droitdel’hommisme » et le « sécuritarisme » dont les puissances occidentales se font les championnes et qui défont l’ensemble du droit international édifié depuis 1945 [30] conduisent en fait les juristes à se rallier au dédoublement fonctionnel autoproclamé de l’OTAN et de ses membres porteurs de valeurs euraméricaines et « civilisatrices » ! On n’est pas très au clair sur le « droit » ou le « devoir » d’ingérence, mais le principe onusien de la non-ingérence est balayé. Il y a bien quelques flottements sur le principe de la souveraineté (rappelé par précaution dans toutes les résolutions du Conseil de Sécurité, y compris celles qui le violent), mais la « légitimité démocratique », dont la définition est incertaine, doit l’emporter. Pas question de s’interroger sur la mise en œuvre de néo-protectorats, puisqu’il n’y a officiellement qu’une assistance à la « transition démocratique ».

Avec les mouvements populaires de 2011, dans le monde arabe, les internationalistes vont jusqu’à faire leur la « révolution » (honnie et jugée archaïque par ailleurs) [31] elle-même en tant que productrice de démocratie.

Si l’on peut admettre que la tâche des juristes n’est pas de désigner le souhaitable, peut-être est-elle tout de même de mettre en procès les processus de régression et de se manifester en tant que « veilleurs critiques ».

3. L’expédition franco-britannique : l’affirmation d’une politique impériale en état d’urgence

L’expédition franco-britannique et autres en Libye s’inscrit dans la tradition impériale des grandes puissances occidentales. Le sarkozisme s’efforce de créer l’illusion d’un retour à la « grandeur » de la France et de l’Europe. Mais, comme à l’époque coloniales, le pétrole, d’une qualité exceptionnelle et d’extraction facile ainsi que le gaz libyens, représentent l’enjeu essentiel du changement de régime à Tripoli. Les accords franco-libyens, italo-libyens et américano-libyens des dernières années étaient considérés comme peu fiables. Paris et Londres de plus estimaient nécessaire un nouveau partage, n’ayant pas obtenu les meilleures concessions. De plus, de nombreux projets libyens en gestation projetaient de porter la participation de l’État dans le secteur pétrolier de 30 à 51% ; il était aussi envisagé de remplacer les firmes occidentales par des sociétés chinoises, russes et indiennes. Après une phase de compromis, Tripoli se préparait à mettre en œuvre une nouvelle politique [32].

L’intervention française n’est pas étrangère non plus à certains problèmes franco-français. Les élections présidentielles approchant et, à l’image de Bush aux États-Unis, le président sortant, en difficulté dans l’opinion française, a estimé qu’une rapide et brillante politique extérieure en Libye (ce qui semble être attesté par les exigences d’un calendrier très bref exprimées à plusieurs reprises) compenserait les échecs de politique intérieure. La crise provoquée par les liens étroits longtemps maintenus avec le régime de Ben Ali et celui de Moubarak devait aussi être effacée.

La révélation lancée depuis Tripoli que la campagne électorale de 2007 de N. Sarkozy avait été financée par des « mallettes » libyennes a sans doute accéléré le processus de l’engagement militaire de la France.

De plus, depuis longtemps, les États-Unis ont souhaité que les États européens prennent le relais des dépenses militaires occidentales, en particulier pour « protéger » l’Afrique des alternatives offertes par la Chine et les puissances émergentes à chaque État africain. Le rôle primordial joué par la France en Libye entre donc parfaitement dans les vues des États-Unis. D’autre part, les États-Unis ont l’ambition d’installer en Libye, dans le Golfe de Syrte, le commandement unifié (« Africom ») actuellement basé à Stuttgart et que tous les pays africains ont jusqu’à ce jour refusé. La mise sous tutelle de la Libye permettra l’installation de ce commandement, 42 ans après l’expulsion des bases américaines de Libye par la révolution kadhafiste.

L’un des objectifs de l’opération de liquidation du régime de Tripoli, passé sous silence, est aussi la volonté de sécuriser Israël. Israël a besoin d’États arabes acceptant de refuser leur solidarité avec les Palestiniens, comme l’a fait avec efficacité l’Égypte de Moubarak. Les mouvements populaires en Tunisie et en Égypte démontrent une instabilité dangereuse. Cette incertitude doit être compensée par la disparition d’un régime libyen radicalement anti-sioniste.

La France est aussi particulièrement préoccupée des tentatives kadhafistes d’union des Africains. Les flottements de l’Union Africaine lors de la crise ivoirienne ont montré que l’organisation africaine est traversée de contradictions et que l’influence française s’est réduite. L’influence de Kadhafi et les moyens financiers dont il disposait rivalisaient fortement avec ceux de la France. L’élimination du leader libyen (de nombreuses opérations françaises ont été montées depuis 1975 contre lui [33]) est donc considérée comme le moyen de protéger les intérêts français en Afrique en cassant la Libye en train de devenir le financier alternatif du continent [34].

Cette guerre en Libye survenant après l’intervention en Côte d’Ivoire, et après les multiples opérations menées au Moyen Orient, a une signification générale.

Les pays occidentaux sont en état d’urgence. Incapables de résoudre les contradictions majeures internes de nature économique et financière, ils sont conduits à développer une politique étrangère agressive en dépit de son coût élevé, à la fois pour récupérer, si possible, les ressources qui viennent à leur manquer et pour faire diversion devant leur opinion publique.

L’urgence résulte aussi de l’arrivée des puissances émergentes qui bousculent les intérêts occidentaux, sans imposer de clauses de conditionnalité politique dans les contrats et accords qu’elles concluent. L’Occident semble considérer que « demain, il sera trop tard ».

Cette politique d’urgence obéit à un « modèle » standard dont les étapes sont de plus en plus brèves.

L’intervention militaire n’est que la dernière étape de l’ingérence : la première est une opération de discrédit systématique du régime à éliminer.

La seconde étape est la sensibilisation et la mobilisation de la diaspora, en particulier par le relai des « nouveaux médias » [35] : les bi-nationaux de Libye mais vivant en Europe ou aux États-Unis ont, semble-t-il, joué un rôle déterminant contre Tripoli, aidant à une mobilisation de certaines factions de la population, notamment une jeunesse sans mémoire politique [36] en rupture avec un pouvoir politique jugé « usé » [37].

La troisième étape est la recherche d’appuis internationaux. La France, en pointe dans l’affaire libyenne, s’est efforcée de constituer une coalition non seulement avec des alliés occidentaux traditionnels (y compris l’Italie [38], qui avait pourtant établi des liens très étroits avec Tripoli dans la période précédant immédiatement l’intervention armée) mais avec des États du Sud pour bénéficier de leur « caution ». La participation du Qatar, des Émirats Arabes, l’appui de l’Arabie Saoudite (principal fournisseur de pétrole de la Chine !) a été essentielle pour légitimer l’intervention militaire et lui retirer (formellement) son aspect néo colonial.

La quatrième étape est l’obtention de la couverture onusienne. Les États-Unis savent se passer aisément de la caution du Conseil de Sécurité ; les Européens, la France en particulier, s’efforcent au contraire de rester dans le cadre des procédures des Nations Unies, tout en violant sans scrupule l’esprit et souvent les dispositions fondamentales des résolutions du Conseil de Sécurité et de la Charte elle-même.

Enfin, et c’est la cinquième étape, l’opération militaire se développe jusqu’à son terme, avec le consentement d’une opinion préfabriquée. Cette dernière étape démontre que le Conseil de Sécurité n’est plus qu’un instrument d’ingérence et de guerre (sauf s’il est bloqué par l’exercice aléatoire du droit de veto de la Chine et de la Russie, dont les priorités ne sont pas encore politiques mais essentiellement économiques). Elle atteste d’un déclin global des Nations Unies, comme structure de conciliation et de maintien de la paix, pouvant préluder à une mort comme l’a connue la SdN. Le Chapitre VII de la Charte permet à l’occasion de tout conflit interne d’un pays que les puissances veulent sanctionner de liquider son régime. Les droits de l’homme et la « légitimité démocratique » ne sont qu’un argument légitimant la violence armée. Les « populations civiles », dont nul ne vérifie par une procédure contradictoire, ce qu’elles sont réellement, en particulier si elles sont armées ou pas (et par qui), deviennent un véritable sujet de droit, source de l’ingérence [39].

Enfin, la pseudo-morale qui est produite pour justifier cette politique relève du primitivisme le plus basique et de la plus grande vulgarité idéologique (distinction du Bien et du Mal, de la Démocratie et de la Dictature, etc.). Logiquement, elle intègre la violence « juste » contre « l’ennemi » et va jusqu’à admettre le meurtre, moyen parmi d’autres, d’éliminer un dirigeant que l’on conteste [40].

Durant la guerre de Libye, les bombardements français, en usant de la formule « destruction des centres de commandement », ont visé à de nombreuses reprises les proches de M. Kadhafi (tuant plusieurs de ses enfants et petits enfants) et Kadhafi lui-même. Ces assassinats politiques témoignent de la volonté française de n’admettre aucune négociation ni aucune conciliation, sans susciter de réaction des Nations Unies.

Quelles que soient les spécificités de l’affaire libyenne, il ne s’agit pas d’un cas sui generis.

La signification est générale : la crise globale qui affecte l’économie mondiale sous hégémonie occidentale provoque une fuite en avant et peut donner lieu à d’autres opérations de même nature contre divers « ennemis » déjà désignés, si les tentatives de déstabilisation interne mais « assistées » de l’extérieur échouent.

Les contradictions du système imposent dans l’urgence une logique qui n’est pas celle de la coexistence de régimes différents et du respect de la souveraineté de chacun.

Pour les peuples concernés, c’est à nouveau la disparition de la souveraineté nationale et de l’indépendance au nom d’une « modernité » de type impérial et le maintien d’une souveraineté « populaire » formelle ; c’est l’accumulation d’un retard de développement dû aux destructions et à la désorganisation ; c’est la corruption affairiste qui succèdera aux accaparements claniques.

En dépit de l’inertie idéologique de la plupart des juristes et de nombreux politistes dont le ronronnement théorique ne se dément pas, on peut constater sans tomber dans l’excessif, l’état comateux du droit international, la faillite de l’ONU et la résurgence d’une « morale » internationale douteuse en lieu et place de la régulation juridique, proche de celle du XIX° siècle, temps béni de la canonnière ? Le modèle implicite des diplomaties occidentales ne serait-il pas une nouvelle Conférence de Berlin, 128 ans après la première !

La guerre de Libye n’est-elle pas un symptôme parmi d’autres d’une processus de dé-civilisation ?

Cette intervention de Robert Charvin a été prononcée lors de la journée d’études “Les régimes arabes dans la tourmente : la révolution entre communication et réactions internationales” organisée par l’Université de Toulouse 1 Capitole le 4 novembre 2011. Robert Charvin est juriste international, doyen honoraire de la faculté de droit de Nice.

( Par Robert Charvin, juriste, doyen honoraire de la faculté de droit de Nice )

Notes

[1] Y. Quiniou. Retour sur la guerre néo-coloniale à laquelle nous avons assisté . L’Humanité. 24 octobre 2011.

[2] Cf. R. Dumas – J. Vergès. Sarkozy sous BHL. Éditions P.G. De Roux. 2011.

[3] Voir P.M. Martin, qui, dès 2002, publie Défaire le droit international : une politique américaine. UTI Sciences Sociales de Toulouse, n° 3, 2002, p. 83 et s. En 2011, les autorités françaises sont « en pointe » dans cette volonté de « défaire » le droit international.

[4] Cf. R. Charvin. Côte d’Ivoire 2011. La bataille de la seconde indépendance. L’Harmattan. 2011.

[5] Voir le Rapport établi par la Commission de Juristes dont l’auteur a fait partie, ce qui l’a conduit à être soumis par les nouvelles autorités présidées par A. Ouattara à un « gel de ses avoirs » en Côte d’Ivoire !

[6] Les autorités françaises, comme les grands médias, ont assimilé les événements de la Tunisie, de l’Égypte et de la Libye en fabriquant une « morale » à la convenance des intérêts français pour fonder une opération militaire contre le régime de Kadhafi. Le seul point commun entre ces événements est que les trois régimes ont été intensément courtisés par l’État français peu de temps avant qu’ils aient été « condamnés ».

[7] L’évolution d’Al-Jazeera qui s’est imposée en 15 ans dans le monde arabe comme une source originale d’information, s’est soudainement engagée dans une vaste campagne hostile aux régimes libyen et syrien. Cette modification pro-occidentale de la ligne éditoriale de 2011 – qui a entraîné la démission de certains journalistes -, consécutive à l’appel à une intervention armée du Conseil de Coopération du Golfe et du Qatar, n’est pas encore parfaitement claire. La journaliste Marie Bénilde (Le Monde Diplomatique, n° 117, juin-juillet 2011), sans chercher plus loin, considère qu’Al-Jazeera et le web « ont semé la parole démocratique au vent de l’histoire » ! (Cf. Quand la liberté a le parfum du jasmin. op. cit. p. 49 et s.).

[8] C’est la même précipitation que la France a manifesté en reconnaissant le CNT bien avant que celui-ci ait une responsabilité quelconque et un contrôle effectif d’une partie conséquente du territoire libyen.

[9] Le cas limite est celui de la question israélo-palestinienne que le Conseil de Sécurité, malgré les multiples résolutions de l’Assemblée Générale, s’avère incapable de faire progresser depuis plus d’un demi-siècle.

[10] C’est ainsi que dans les villes de Tripoli, Syrte et Shebba aucune opposition ouverte ne s’est manifestée entraînant une forte répression des civils : ces villes ont néanmoins été intensément bombardées.

[11] On a pu noter qu’à Bahreïn, l’armée saoudienne est intervenue pour réprimer la révolution populaire et sauver le régime avec la pleine approbation occidentale.

[12] On peut noter, simplement, l’information – quasi admirative – fournie par les médias français concernant le statut de la femme en Arabie Saoudite avec l’amnistie d’une Saoudienne qui avait enfreint l’interdiction de conduire une automobile et l’annonce qu’en 2015, pour les élections municipales les femmes auraient le droit de vote !

[13] Le double jeu de la France est partout : elle a voté pour l’adhésion de la Palestine à l’UNESCO pour ensuite refuser son admission à l’ONU dans le cadre du Conseil de Sécurité.

[14] Cf. Quand la liberté a le parfum du jasmin. op. cit. p. 32.

[15] Le professeur Géraud de la Pradelle dénonce le comportement de certains juristes occidentaux qui expliquent aux états majors des armées et parfois aux officiers engagés sur le terrain comment contourner les « obstacles » dressés par le droit humanitaire qui contrarie les pratiques militaires « efficaces ». Cf. « Des faiblesses du droit international humanitaire qui tiennent à sa nature ». In Droit humanitaire. États puissants et mouvements de résistance, sous la dir. D. Lagot. L’Harmattan. 2010, p. 33 et s.

[16] Les médias français (notamment télévisuels) ont été d’une particulière nullité et d’une profonde mauvaise foi, conjuguant mensonges multiples sur les événements liés au conflit et silence sur la personnalité des membres du CNT (Mohamed Jibril, par exemple, ex-ministre de Kadhafi avait antérieurement tissé des liens avec B-H Lévy, en créant des sociétés de négoce dont l’une chargée du commerce des bois de Malaisie et d’Australie avec son ami français). La presse occidentale (à l’exception de l’Humanité pour la France) et les ONG humanitaires (sauf le MRAP) ont été notamment d’une totale « discrétion » sur les massacres racistes et xénophobes subis par les noirs qu’ils soient libyens ou émigrés d’Afrique noire. Par ailleurs, plusieurs centaines de milliers de Libyens (le chiffre semble être proche des 400.000) ont quitté le territoire national pour les pays voisins, en particulier la Tunisie. Divers hôpitaux ont été détruits par les bombardements de l’OTAN, par exemple, récemment, l’hôpital Avicène de Syrte, sans soulever les condamnations pourtant habituelles des organisations humanitaires.

[17] L’exécution de M. Kadhafi était une exigence politique, un procès devant la CPI était jugé par les autorités françaises et américaines comme « dangereux ». Pour le Centre de planification et de conduite des opérations (CFPO) à la direction du Renseignement Militaire et au Service Action de la DGSE, il s’est agi de porter assistance aux unités du CNT à Syrte afin de « traiter le Guide libyen et les membres de sa famille », autrement dit les éliminer.

[18] Par exemple, à Tripoli, la Cour des Comptes, le Centre anti-corruption, le Tribunal Supérieur, des hôpitaux, un marché, le siège de différentes associations (dont l’association d’aide aux handicapés, du mouvement des femmes, etc.).

[19] L’Union Africaine a dès les 29-30 juin 2011 déclaré que les mandats d’arrêt lancés par la CPI contre Kadhafi et ses proches ne devaient pas être appliqués sur le territoire africain. Jean Ping, Secrétaire Général de l’U.A a vivement critiqué Luis Moreno Ocampo, Procureur près la CPI, le qualifiant de « plaisantin » et l’invitant à dire le droit au lieu de suivre la politique occidentale.

[20] Cité par R. Charvin. Le droit international tel qu’il a été enseigné , in Mélanges Chaumont. Pédone. 1984, p. 138.

[21] Le professeur Guilhaudis, par exemple, dans son manuel de Relations internationales contemporaines, Litec. 2002, ose intituler un paragraphe « L’interminable éclatement violent de la Yougoslavie, malgré l’ONU et l’OTAN » ! (p. 730).

[22] Une procédure a d’ailleurs été ouverte en France contre l’armée française pour « tentative de meurtre de L. Gbagbo ». L’arrestation du Président ivoirien s’est en effet produite par la collaboration des forces françaises et ivoiriennes, après un intense bombardement par la force de La Licorne de la résidence de L. Gbagbo.

[23] Cf. R. Charvin. De le prudence doctrinale face aux nouveaux rapports internationaux . In Mélanges Touscoz. France Europe Éditions. 2007.

[24] L’Empire Ottoman, la monarchie absolue de François Ier ou de l’Espagne avaient déjà la même ambition !

[25] Lorsque les États-Unis et le Conseil de Sécurité, au mépris des dispositions de la Charte, décident en 1950, en l’absence de l’un des membres permanents, d’intervenir militairement en Corée, le professeur Sibert, dans la tradition académique, porte un jugement positif sur « l’interprétation libérale » et non « rigide » de la Charte.

[26] Étrangement, les juristes académiques associent dans leurs enseignements ces deux catégories « d’acteurs » précités aux firmes transnationales, comme si leur poids respectif dans la société internationale était équivalent ! Par contre, le silence règne encore sur les sociétés militaires privées qui prétendent favoriser la sécurité collective, en Irak, par exemple.

[27] Doyen Moye. Le droit des gens moderne. Sirey. 1920, p. 219-220.

[28] Cf. Le droit international tel qu’il a été enseigné. Notes critiques de lecture des traités et manuels (1850-1950) , in Mélanges Chaumont. Pédone. 1994.

[29] R. Charvin. Côte d’Ivoire 2011. La bataille de la seconde indépendance. L’Harmattan. 2011.

[30] P.M. Martin. Défaire le droit international : une politique américaine. Droit écrit. UTI Sciences Sociales de Toulouse, n° 3. 2002, p. 83 et s.

[31] Il faut constater aussi que la « révolution » a été admise comme un concept parfaitement valide pour certaines ex-républiques soviétiques (Ukraine, Géorgie, etc.).

[32] On peut comparer cette réorientation à celle du Président Gbagbo qui, à la veille de son renversement par les Occidentaux s’apprêtait à quitter le franc-CFA et à conclure des contrats économiques d’importance avec la Chine.

[33] Dans le catalogue des tentatives d’élimination de M. Kadhafi, on peut relever l’opération initiée par le Président Giscard d’Estaing en 1975 (SDEC + quelques militaires dissidents), les commandos franco-égyptiens (au temps de Saadate en 1977), un attentat en 1979 du Service Action où Kadhafi est blessé, en 1980, le SDC et des Égyptiens échouent à nouveau (entraînant le limogeage de de Marenches), en 1980 encore, une tentative (révélée par le Président Cossiga) d’abattre l’avion officiel de Kadhafi se rendant à Varsovie avec l’aide de l’OTAN, en 1984 une tentative appuyée par les États-Unis de coup d’état, avec l’aide d’exilés et de militaires, en 1986 le bombardement de la résidence de Kadhafi.

[34] Depuis les premiers pas de la Révolution libyenne, le monde occidental n’a jamais pardonné à Tripoli d’user des mêmes moyens que ceux de l’Occident pour faire avancer sa politique étrangère.

[35] De nombreux politistes insistent sur le rôle politique des nouveaux modes de communication dans les « révolutions » du Sud. Cette analyse néglige le fait qu’une large partie de la population, souvent majoritaire et particulièrement démunie, les ignore. On peut faire l’hypothèse qu’une fois de plus dans l’histoire, la mise en exergue des « outils » évite de prendre en compte les réalités sociales profondes. Nombre de politistes, de plus, se félicitent implicitement du rôle des « classes moyennes » – pourtant toujours indéfini et politiquement surestimé – par rejet souvent explicite des classes populaires.

[36] Le régime de M. Kadhafi avait 42 ans. La jeunesse majoritaire dans la population libyenne ignore tout de la Monarchie du Roi Idriss, régnant sur l’un des pays les plus pauvres du monde, et avait soif d’une normalité plus facile à vivre que la Révolution Jamahiriyenne, même après ses compromis des années 2002, en dépit du fait que la Libye ait le plus haut niveau de vie d’Afrique.

[37] Dans les pays occidentaux, on constate le même phénomène, mais il n’est pas poussé jusqu’à son paroxysme par des stimulants externes.

[38] Tripoli, avec la collaboration de diverses personnalités internationales, attribuait régulièrement un « Prix Kadhafi des droits de l’homme et des Peuples ». Ce prix, le premier émanant d’un pays du Sud, dont l’esprit était de ne pas laisser le monopole de la question des droits de l’homme aux puissances occidentales, a été qualifié du nom de Kadhafi, non par les Libyens eux-mêmes, mais à l’initiative d’un Français, présent à Tripoli, à l’issue d’une conférence internationale, qui était à l’origine Secrétaire Général de la Fédération des Villes Jumelées. Le premier prix décerné l’a été à N. Mandela, à l’époque encore emprisonné. Le dernier prix en 2010 a été accordé à Erdogan (Turquie) pour son action de solidarité avec les Palestiniens, mais Berlusconi a failli en être le bénéficiaire pour, notamment, avoir reconnu la culpabilité coloniale de l’Italie.

[39] Les juristes doivent s’interroger sur la notion de « civils armés » et de leur statut dans un conflit avec les pouvoirs publics, ainsi que sur le problème de circulation illicite des armes par-delà les frontières.

[40] Grotius et Vattel, considérés comme les fondateurs du droit international, ont condamné l’assassinat des dirigeants à l’occasion des conflits entre États.

 http://www.afrique-asie.fr/maghreb/19-actualite/1014.html

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