Tag

, ,

  • Il genio di Chavez  (ITA-ESP-ENG)

di Fidel Castro

[26.01.2012] trad. di B. Durruti per GilGuySparks

La fruta que no cayóIl presidente Chavez ha presentato la sua relazione annuale sulle attività svolte nel 2011 e il suo programma per il 2012 al Parlamento venezuelano. Dopo aver accuratamente svolto le formalità richieste da questo importante compito, si è rivolto alle autorità ufficiali dello Stato, ai membri del parlamento di tutti i partiti, ai sostenitori e ai membri dell’opposizione che erano giunti all’Assemblea per partecipare all’atto più solenne del paese.
Come al solito, il leader bolivariano era gentile e rispettoso con tutti i presenti. Quando qualcuno ha chiesto la parola per fare una puntualizzazione, lui l’ha concessa il più presto possibile. Quando una [donna] tra i membri del parlamento, che aveva salutato calorosamente Chavez come avevano fatto altri membri dell’opposizione, ha chiesto di parlare, in un gesto di grande levatura politica Chavez ha interrotto la presentazione della sua relazione e le ha ceduto la parola. Ciò che mi ha sorpreso è stata la gravità estrema del rimprovero, lanciato contro il presidente con frasi che davvero hanno messo alla prova il sangue freddo e la cavalleria di Chavez. La dichiarazione del membro del parlamento è stata senza dubbio un’offesa, sebbene questa non fosse una sua intenzione. Lui solo era in grado di rispondere con calma all’offensiva qualifica di ‘ladro’, parola che lei aveva usato per giudicare il comportamento del presidente rispetto alle leggi e le misure adottate.

Dopo aver verificato l’esatto termine che era stato utilizzato, Chavez ha risposto alla sfida personale al dibattito con una frase elegante e pacata, “Un aquila non caccia mosche“, e senza aggiungere un’altra parola proseguì tranquillamente con la sua relazione.

Fu un’insuperabile prova di agilità mentale e autocontrollo. Un’altra donna, di chiara umile origine, espresse il suo stupore con parole toccanti e profonde su ciò a cui aveva appena assistito e l’attuale maggioranza scoppiò in un applauso.
A giudicare dal volume, gli applausi sembravano provenire da tutti gli amici di Chavez e anche da molti dei suoi avversari.

La relazione di Chavez è durata più di nove ore, senza che mai la gente perdesse interesse. Forse a causa di quell’incidente, le sue parole sono state ascoltate da un numero incalcolabile di persone. Molte volte ho fatto lunghi discorsi su argomenti difficili, cercando sempre di rendere comprensibili le idee che volevo trasmettere e sono davvero a corto di parole per spiegare come, quel soldato di umili origini, fosse riuscito a mantenere la sua mente così agile e la sua abilità ineguagliabile tanto da tenere un tale discorso senza perdere la sua voce o la sua forza.

Per me la politica è un ampio e decisivo confronto di idee. La pubblicità è opera di pubblicitari, che forse conoscono le tecniche per ottenere che ascoltatori, spettatori e lettori facciano ciò che viene detto loro di fare. Se quella scienza, o arte, o in qualunque modo la chiamino, viene impiegata per il bene degli esseri umani, essi meritano del rispetto; lo stesso rispetto meritano coloro che insegnano alla gente l’abitudine a pensare.

Oggi il Venezuela è luogo di una grande battaglia. Nemici interni ed esterni della rivoluzione preferiscono il caos, come ha detto Chavez – ad uno sviluppo giusto, organizzato e pacifico del paese. Essendo abituato ad analizzare eventi che si sono verificati in più di mezzo secolo, e ad osservare, ogni volta con maggiori elementi di giudizio, la movimentata storia del nostro tempo e del comportamento umano, uno apprende quasi a prevedere il futuro sviluppo degli eventi.

Promuovere un’ampia rivoluzione in Venezuela non è stato un compito facile.
Il Venezuela è un paese pieno di storia gloriosa, ma straordinariamente ricco di risorse che sono di vitale importanza per le potenze imperialiste che hanno, e continuano a tracciare le linee guida del mondo.

Leaders politici del calibro di Romulo Betancourt e Carlos Andres Perez non possiedono le minime caratteristiche personali per svolgere tale compito. Inoltre, Betancourt era troppo borioso e ipocrita. Ha avuto molte occasioni di conoscere la situazione in Venezuela. Da giovane era un membro del Politburo del Partito Comunista del Costa Rica. Aveva una grande padronanza della storia dell’America Latina e del ruolo dell’imperialismo, dei tassi di povertà, e del saccheggio spietato delle risorse naturali nel Sud America. Non poteva ignorare che in un paese molto ricco come il Venezuela, la maggior parte della gente viveva in estrema povertà. Il materiale d’archivio è la prova inconfutabile di quella realtà di vita.

Come Chavez ha spiegato molte volte, per più di mezzo secolo, il Venezuela è stato il primo esportatore di petrolio del mondo. All’inizio del 20° secolo, navi da guerra europee e yankee intervennero per sostenere un governo illegale e tirannico che aveva consegnato il Paese ai monopoli stranieri. E’ noto che fondi incalcolabili sono fluiti fuori dal Venezuela per accrescere i patrimoni dei monopoli e dell’oligarchia venezuelana.

Mi è sufficiente ricordare che quando visitai il Venezuela per la prima volta, – dopo il trionfo della Rivoluzione, per rendere grazie per il sostegno e la simpatia mostrata alla nostra lotta -, il petrolio valeva appena due dollari al barile.

Successivamente, quando andai [in Venezuela] per partecipare al giuramento di Chavez, il giorno in cui giurò sulla “morente Costituzione” che Calderas sosteneva, il petrolio valeva sette dollari al barile, a dispetto dei 40 anni trascorsi dalla mia prima visita e di quasi 30 anni da quando il “benemerito” Richard Nixon dichiarò che la convertibilità del dollaro statunitense in oro cessava di esistere e gli Stati Uniti cominciarono a comprare il mondo con pezzi di carta. Per un secolo, il Venezuela fu un fornitore di carburante a buon mercato per l’economia dell’impero e un netto esportatore di capitali verso i paesi sviluppati e ricchi.

Perché queste situazioni ripugnanti dominarono per oltre un secolo?

Ufficiali delle Forze Armate dell’America Latina erano andati alle loro scuole privilegiate negli Stati Uniti, dove i campioni olimpici delle democrazie li istruivano in corsi speciali a preservare l’ordine imperialista e borghese. I colpi di stato sono sempre stati benvenuti, se il loro obiettivo era quello di “difendere le democrazie,” salvaguardare e garantire questo sistema ripugnante, in combutta con le oligarchie. Se gli elettori fossero capaci o meno di leggere e scrivere, se avessero o no una casa, un lavoro, dei servizi medici e un istruzione, questo era poco importante fino a quando il sacro diritto della proprietà fosse stato sostenuto. Chavez spiega brillantemente queste realtà. Nessuno sa bene quanto lui ciò che è accaduto nei nostri paesi.

Ma ciò che era peggio, la natura sofisticata delle armi, la complessità nello sfruttamento e nell’uso di armamenti moderni che richiedono anni di apprendimento, e l’addestramento di specialisti altamente qualificati, e il costo quasi proibitivo delle stesse [armi] per le economie deboli del continente hanno creato un forte meccanismo di subordinazione e dipendenza. Il governo degli Stati Uniti, utilizzando meccanismi che non richiedevano la previa consultazione con gli altri governi, impostava linee guida e politiche per i militari. Le più sofisticate tecniche di tortura erano trasmesse alle cosiddette agenzie di sicurezza per interrogare coloro che si ribellavano contro quello sporco e ripugnante sistema di fame e sfruttamento.

Nonostante tutto questo, non pochi funzionari onesti, stanchi di tanti atti spudorati, coraggiosamente tentarono di sradicare quel tradimento imbarazzante contro la storia delle nostre lotte di indipendenza.

In Argentina, un ufficiale militare Juan Domingo Peron fu in grado di progettare una politica indipendente e di marca operaia nel suo paese. Un sanguinoso colpo di stato militare lo rovesciò, lo espulse dal suo paese, e lo tenne in esilio dal 1955 fino al 1973. Anni dopo, sotto l’egida degli Yankees, essi [i militari] ancora una volta attaccarono il governo, uccidendo, torturando e facendo scomparire decine di migliaia di argentini e non furono nemmeno in grado di difendere il paese durante la guerra coloniale che l’Inghilterra svolse contro l’Argentina con l’appoggio complice degli Stati Uniti e dello scagnozzo Augusto Pinochet con la sua coorte di ufficiali fascisti, addestrati nella Scuola delle Americhe.

A Santo Domingo, il colonnello Francisco Caamaño Deno; in Perù, il generale Velazco Alvarado; a Panama, il generale Omar Torrijos, e in altri paesi capitani e ufficiali che sacrificarono la propria vita anonimamente, furono l’antitesi del comportamento traditore incarnato da Somoza, Trujillo, Stroessner e dalle crudeli tirannie in Uruguay, nel Salvador e in altri paesi del Centro e Sud America. I militari rivoluzionari non esponevano punti di vista elaborati sul piano teorico, e nessuno aveva il diritto di esigerlo, perché non erano accademici istruiti alla politica, ma piuttosto uomini con un senso dell’onore che amavano il loro paese.

Tuttavia bisogna vedere fin dove sono in grado di arrivare, questi onesti uomini che deplorano l’ingiustizia e il crimine, attraverso i sentieri della rivoluzione.

Il Venezuela costituisce uno straordinario esempio del ruolo teorico e pratico che militari rivoluzionari possono svolgere nella lotta rivoluzionaria per l’indipendenza dei nostri popoli, come lo fecero due secoli fa sotto la guida geniale di Simon Bolivar.

Chavez, un ufficiale militare venezuelano di umili origini, entrò nella vita politica del Venezuela ispirato dalle idee del Libertador d’America.
Su Bolivar, una fonte inesauribile di ispirazione, Marti ha scritto: “ha vinto battaglie sublimi con soldati a piedi scalzi e mezzo nudi […] mai si combatté tanto, né si combatté meglio, in tutto il mondo per la libertà …

… di Bolivar, disse, si può parlare con una montagna per tribuna […] o con un gruppo di popoli uniti in un pugno …

… quello che non fece, rimane ancora non realizzato oggi, perché Bolívar ha ancora da fare nelle Americhe“.

Più di mezzo secolo dopo il famoso e glorioso poeta Pablo Neruda ha scritto una poesia su Bolivar, che Chavez cita frequentemente. Nella strofa finale recita:

Ho incontrato Bolivar una lunga mattina,
a Madrid, alla testa del Quinto Reggimento,
Padre, gli ho detto: siete voi o no, o chi siete?
E guardando il Quartier generale della Montagna, disse:

‘Mi risveglio ogni cento anni, quando la gente si risveglia’ “.

Ma il leader bolivariano [Chavez] non limita a elaborazioni teoriche. Le sue misure concrete non si fanno attendere. I paesi di lingua inglese dei Caraibi, con i quali le moderne e lussuose navi da crociera Yankee contendono il diritto di ricevere i turisti nei propri alberghi, ristoranti e centri ricreativi, spesso di proprietà straniera, ma che almeno generano posti di lavoro, ringrazieranno sempre il Venezuela per il combustibile, fornito dal paese, con agevolazioni  speciali di pagamento, quando il barile ha raggiunto prezzi che a volte superano i 100 dollari.

Nel piccolo stato del Nicaragua, terra di Sandino, “Generale di Uomini Liberi”, la Central Intelligence Agency, attraverso Luis Posada Carriles, dopo che era stato salvato da un carcere, ha organizzato uno scambio di armi in cambio di droga che è costato  migliaia di morti e mutilati a quell’eroico popolo; pure il Nicaragua ricevette il sostegno solidale del Venezuela. Questi sono esempi senza precedenti nella storia di questo emisfero.

Il rovinoso accordo di libero scambio che gli Yankees intendono imporre in America Latina, come hanno fatto con il Messico, trasformerebbe i paesi latinoamericani e quelli dei Caraibi, non solo nella regione con la peggiore distribuzione mondiale della ricchezza, cosa che sono già, ma in un gigantesco mercato dove il mais e altri alimenti di base che sono le fonti tradizionali delle proteine vegetali e animali, sarebbero rimpiazzati da colture sovvenzionate dagli Stati Uniti, come già accade sul territorio messicano.

Auto usate e altri beni rimpiazzano quelli dell’industria messicana; tanto le città e che le campagne perdono la propria capacità di impiego, il commercio di droga e armi aumenta, giovani quasi adolescenti di appena 14 o 15 anni, in numero crescente, si trasformano in temibili criminali. Mai si era visto che persone su autobus o altri veicoli stracolmi che avevano anche pagato per essere trasportati oltre il confine in cerca di occupazione, fossero rapiti e assassinati in massa. Le cifre note crescono di anno in anno. Più di diecimila persone stanno perdendo la propria vita annualmente.

E’ impossibile analizzare la Rivoluzione Bolivariana senza prendere in considerazione queste realtà.

Le forze armate, in tali circostanze sociali, sono costrette a guerre senza fine e sfiancanti.

L’Honduras è un paese dove non vi è industria, finanza o commercio, né è un importante produttore di droghe, tuttavia, alcune delle sue città battono il record di morti violente a causa della droga. Ci si trova invece la bandiera di una grande base delle forze strategiche del Comando sud degli Stati Uniti. Quello che sta accadendo lì, e sta già avvenendo in più di un paese dell’America Latina, è un’immagine dantesca, dalla quale alcuni paesi hanno cominciato a scappare. Non solo perché tra loro e in primo luogo in Venezuela, si trovano notevoli risorse naturali, ma perché sono state salvate dall’avidità insaziabile delle multinazionali straniere e hanno suscitato notevoli forze politiche e sociali capaci di grandi risultati. Il Venezuela attuale è ben altro da quello conoscevo solo 12 anni fa, e che mi aveva già profondamente colpito, vedendolo come una Fenice risorgere dalle ceneri della sua storia.

Menzionando il computer misterioso di Raul Reyes, nelle mani degli Stati Uniti e della CIA, a partire dall’attacco organizzato e fornito da questi ultimi in pieno territorio ecuadoriano, che ha ucciso il vice di Marulanda così come molti giovani latinoamericani disarmati, è stata diffusa una versione, secondo la quale Chávez avrebbe sostenuto “l’organizzazione narco-terroristica delle Farc“. I veri terroristi e trafficanti di droga in Colombia sono i paramilitari che fornivano ai trafficanti americani la droga che si vende nel più grande mercato delle droghe mondiale: gli Stati Uniti.

Non ho mai parlato con Marulanda, ma con gli scrittori e gli onorati intellettuali che lo conobbero bene. Ho analizzato i suoi pensieri e la sua storia. Era indubbiamente un uomo coraggioso e rivoluzionario, non ho dubbi nel sostenerlo. Ho spiegato che non ero d’accordo con lui sulla sua tattica. A mio parere, due o tremila uomini, sarebbero stati più che sufficienti a sconfiggere un esercito convenzionale nel territorio della Colombia. Il suo errore è stato quello di ideare un esercito rivoluzionario armato con tanti soldati quasi come l’avversario. Questo era estremamente costoso e virtualmente impossibile da gestire.

Oggi la tecnologia ha cambiato molti aspetti della guerra; ma anche le forme di lotta cambiano. In realtà, lo scontro di forze convenzionali tra potenze in possesso di armi nucleari è diventato impossibile. Non c’è bisogno di conoscere Albert Einstein, Stephen Hawking e migliaia di altri scienziati per capirlo. Si tratta di un pericolo latente e il risultato è noto o dovrebbe essere noto. Gli esseri pensanti potrebbero tardare milioni di anni a ripopolare il pianeta.

Tuttavia, ritengo un dovere il combattere, che di per sé è qualcosa di innato nell’uomo, per trovare soluzioni che consentiranno un’esistenza più ragionevole e dignitosa.

Da quando ho incontrato Chavez, ora presidente del Venezuela, dalle fasi finali del governo Pastrana, lo vidi sempre interessato alla pace in Colombia. Ha facilitato gli incontri tra il governo colombiano e i rivoluzionari che si svolsero a Cuba, si noti bene, sulla base del raggiungimento un vero accordo di pace e non di una resa.

Non ricordo di aver mai sentito Chavez promuovere altro che la pace in Colombia, né menzionare Raul Reyes. Abbiamo sempre affrontato altre questioni. Lui apprezza in maniera particolare i colombiani, milioni di loro vivono in Venezuela e tutti beneficiano delle misure sociali adottate dalla Rivoluzione e il popolo della Colombia lo apprezza quasi tanto quanto quello del Venezuela.

Desidero esprimere la mia solidarietà ed apprezzamento al generale Henry Rangel Silva, responsabile del Comando Strategico Operativo delle Forze Armate, e appena nominato ministro della Difesa della Repubblica Bolivariana. Ho avuto l’onore di incontrarlo durante la sua visita a Chavez qualche mese fa a Cuba. Ho potuto vedere in lui un uomo intelligente e retto, capace, e tuttavia modesto. Ho sentito il suo discorso pacato, coraggioso e chiaro che ispirava fiducia.

Ha guidato l’organizzazione della sfilata più perfetta io abbia mai visto di una forza militare latinoamericana. Ci auguriamo che possa servire come incoraggiamento ed esempio per gli altri eserciti fratelli.

Gli Yankees non avevano nulla a che fare con quella parata, e non sarebbero stati capaci di far meglio.

E’ estremamente ingiusto criticare Chávez per le risorse investite in armi eccellenti che sono state esposte là. Sono sicuro che non saranno mai utilizzate per attaccare un paese fratello. Le armi, le risorse e le conoscenze devono marciare per i sentieri dell’unità per formare in America, come aveva sognato il Libertador, “… la più grande nazione del mondo, la più grande non tanto in virtù della sua estensione e ricchezza, ma per la sua libertà e gloria“.

Tutto dell’Europa o degli stessi Stati Uniti ci unisce di più, tranne la mancanza d’indipendenza che ci hanno imposto per 200 anni.

Fidel Castro Ruz
Enero 25 de 2012
8 y 32 p.m.

http://en.cubadebate.cu/reflections-fidel/2012/01/27/genius-chavez/

***********************************************************************

  • La genialidad de Chávez

26 Enero 2012

El presidente Chávez presentó ante el Parlamento de Venezuela su informe sobre la actividad realizada en 2011 y el programa a ejecutar en el año actual. Después de cumplir rigurosamente las formalidades que demanda esa importante actividad, habló en la Asamblea a las autoridades oficiales del Estado, a los parlamentarios de todos los partidos, y a los simpatizantes y adversarios que el país reúne en su acto más solemne.

El líder bolivariano fue amable y respetuoso con todos los presentes como es habitual en él. Si alguno le solicitaba el uso de la palabra para alguna aclaración, le concedía de inmediato esa posibilidad. Cuando una parlamentaria, que lo había saludado amablemente igual que otros adversarios, solicitó hablar, interrumpió su informe y le cedió la palabra, en un gesto de gran altura política. Llamó mi atención la dureza extrema con que el Presidente fue increpado con frases que pusieron a prueba su caballerosidad y sangre fría. Aquello constituía una incuestionable ofensa, aunque no fuese la intención de la parlamentaria. Sólo él fue capaz de responder con serenidad al insultante calificativo de “ladrón” que ella utilizó para juzgar la conducta del Presidente por las leyes y medidas adoptadas.

Después de cerciorarse sobre el término exacto empleado, respondió a la solicitud individual de un debate con una frase elegante y sosegada “Águila no caza moscas”, y sin añadir una palabra, prosiguió serenamente su exposición.

Fue una prueba insuperable de mente ágil y autocontrol. Otra mujer, de incuestionable estirpe humilde, con emotivas y profundas palabras expresó el asombro por lo que había visto e hizo estallar el aplauso de la inmensa mayoría allí presente, que por el estampido de los mismos, parecía proceder de todos los amigos y muchos de los adversarios del Presidente.

Más de nueve horas invirtió Chávez en su discurso de rendición de cuentas sin que disminuyera el interés suscitado por sus palabras y, tal vez debido al incidente, fue escuchado por incalculable número de personas. Para mí, que muchas veces abordé arduos problemas en extensos discursos haciendo siempre el máximo esfuerzo para que las ideas que deseaba trasmitir se comprendieran, no alcanzo a explicarme cómo aquel soldado de modesto origen era capaz de mantener con su mente ágil y su inigualable talento tal despliegue oratorio sin perder su voz ni disminuir su fuerza.

La política para mí es el combate amplio y resuelto de las ideas. La publicidad es tarea de los publicistas, que tal vez conocen las técnicas para hacer que los oyentes, espectadores y lectores hagan lo que se les dice. Si tal ciencia, arte o como le llamen, se empleara para el bien de los seres humanos, merecerían algún respeto; el mismo que merecen quienes enseñan a las personas el hábito de pensar.

En el escenario de Venezuela se libra hoy un gran combate. Los enemigos internos y externos de la revolución prefieren el caos, como afirma Chávez, antes que el desarrollo justo, ordenado y pacífico del país. Acostumbrado a analizar los hechos ocurridos durante más de medio siglo, y de observar cada vez con mayores elementos de juicio la azarosa historia de nuestro tiempo y el comportamiento humano, uno aprende casi a predecir el desarrollo futuro de los acontecimientos.

Promover una Revolución profunda no era tarea fácil en Venezuela, un país de gloriosa historia, pero inmensamente rico en recursos de vital necesidad para las potencias imperialistas que han trazado y aún trazan pautas en el mundo.

Líderes políticos al estilo de Rómulo Betancourt y Carlos Andrés Pérez, carecían de cualidades personales mínimas para realizar esa tarea. El primero era además, excesivamente vanidoso e hipócrita. Oportunidades tuvo de sobra para conocer la realidad venezolana. En su juventud había sido miembro del Buró Político del Partido Comunista de Costa Rica. Conocía muy bien la historia de América Latina y el papel del imperialismo, los índices de pobreza y el saqueo despiadado de los recursos naturales del continente. No podía ignorar que en un país inmensamente rico como Venezuela, la mayoría del pueblo vivía en extrema pobreza. Los materiales fílmicos están en los archivos y constituyen pruebas irrebatibles de aquellas realidades.

Como tantas veces ha explicado Chávez, Venezuela durante más de medio siglo fue el mayor exportador de petróleo en el mundo; buques de guerra europeos y yankis a principios del siglo XX intervinieron para apoyar un gobierno ilegal y tiránico que entregó el país a los monopolios extranjeros. Es bien conocido que incalculables fondos salieron para engrosar el patrimonio de los monopolios y de la propia oligarquía venezolana.

A mí me basta recordar que cuando visité por primera vez a Venezuela, después del triunfo de la Revolución, para agradecer su simpatía y apoyo a nuestra lucha, el  petróleo valía apenas dos dólares el barril.

Cuando viajé después para asistir a la toma de posesión de Chávez, el día que juró sobre la “moribunda Constitución” que sostenía Calderas, el petróleo valía 7 dólares el barril, a pesar de los 40 años transcurridos desde la primera visita y casi 30 desde que el “benemérito” Richard Nixon había declarado que el canje metálico del dólar dejaba de existir y Estados Unidos comenzó a comprar el mundo con papeles. Durante un siglo la nación fue suministradora de combustible barato a la economía del imperio y exportadora neta de capital a los países desarrollados y ricos.

¿Por qué predominaron durante más de un siglo estas repugnantes realidades?

Los oficiales de las Fuerzas Armadas de América Latina tenían sus escuelas privilegiadas en Estados Unidos, donde los campeones olímpicos de las democracias los educaban en cursos especiales destinados a preservar el orden imperialista y burgués. Los golpes de Estado serían bienvenidos siempre que estuvieran destinados a “defender las democracias”, preservar y garantizar tan repugnante orden, en alianza con las oligarquías; si los electores sabían o no leer y escribir, si tenían o no viviendas, empleo, servicios médicos y educación, eso carecía de importancia siempre que el sagrado derecho a la propiedad fuese sostenido. Chávez explica esas realidades magistralmente. Nadie conoce como él lo que ocurría en nuestros países.

Lo que era todavía peor, el carácter sofisticado de las armas, la complejidad en la explotación y el uso del armamento moderno que requiere años de aprendizaje, y la formación de especialistas altamente calificados, el precio casi inaccesible de las mismas para las economías débiles del continente, creaba un mecanismo superior de subordinación y dependencia. El Gobierno de Estados Unidos a través de mecanismos que ni siquiera consultan a los gobiernos, traza pautas y determina políticas para los militares. Las técnicas más sofisticadas de torturas se trasmitían a los llamados cuerpos de seguridad para interrogar a los que se rebelaban contra el inmundo y repugnante sistema de hambre y explotación.

A pesar de eso, no pocos oficiales honestos, hastiados por tantas desvergüenzas, intentaron valientemente erradicar aquella bochornosa traición a la historia de nuestras luchas por la independencia.

En Argentina, Juan Domingo Perón, oficial del Ejército, fue capaz de diseñar una política independiente y de raíz obrera en su país. Un sangriento golpe militar lo derrocó, lo expulsó de su país, y lo mantuvo exiliado desde 1955 hasta 1973. Años más tarde, bajo la égida de los yankis, asaltaron de nuevo el poder, asesinaron, torturaron y desaparecieron a decenas de miles de argentinos, y no fueron siquiera capaces de defender el país en la guerra colonial contra Argentina que Inglaterra llevó a cabo con el apoyo cómplice de Estados Unidos y el esbirro Augusto Pinochet, con su cohorte de oficiales fascistas formados en la Escuela de las Américas.

En Santo Domingo, el Coronel Francisco Caamaño Deñó; en Perú, el General Velazco Alvarado; en Panamá, el General Omar Torrijos; y en otros países capitanes y oficiales que sacrificaron sus vidas anónimamente, fueron las antítesis de las conductas traidoras personificadas en Somoza, Trujillo, Stroessner y las sanguinarias tiranías de Uruguay, El Salvador y otros países de Centro y Sur América. Los militares revolucionarios no expresaban puntos de vista teóricamente elaborados en detalles, y nadie tenía derecho a exigírselos, porque no eran académicos educados en política, sino hombres con sentido del honor que amaban su país.

Sin embargo, hay que ver hasta donde son capaces de llegar por los senderos de la revolución hombres de tendencia honesta, que repudian la injusticia y el crimen.

Venezuela constituye un brillante ejemplo del rol teórico y práctico que los militares revolucionarios pueden desempeñar en la lucha por la independencia de nuestros pueblos, como ya lo hicieron hace dos siglos bajo la genial dirección de Simón Bolívar.

Chávez, un militar venezolano de humilde origen, irrumpe en la vida política de Venezuela inspirado en las ideas del libertador de América. Sobre Bolívar, fuente inagotable de inspiración, Martí escribió: “ganó batallas sublimes con soldados descalzos y medio desnudos […] jamás se peleó tanto, ni se peleó mejor, en el mundo por la libertad…”

“… de Bolívar -dijo- se puede hablar con una montaña por tribuna  […] o con un manojo de pueblos libres en el puño…”

“… lo que él no dejó hecho, sin hacer está hasta hoy; porque Bolívar tiene que hacer en América todavía.”

Más de medio siglo después el insigne y laureado poeta Pablo Neruda escribió sobre Bolívar un poema que Chávez repite con frecuencia. En su estrofa final expresa:

“Yo conocí a Bolívar una mañana larga,

en Madrid, en la boca del Quinto Regimiento,

Padre, le dije, eres o no eres o quién eres?

Y mirando el Cuartel de la Montaña, dijo:

‘Despierto cada cien años cuando despierta el pueblo’.”

Pero el líder bolivariano no se limita a la elaboración teórica. Sus medidas concretas no se hacen esperar. Los países caribeños de habla inglesa, a los que modernos y lujosos buques cruceros yankis le disputaban el derecho a recibir turistas en sus hoteles, restaurantes y centros de recreación, no pocas veces de propiedad extranjera pero que al menos generaban empleo, agradecerán siempre a Venezuela el combustible suministrado por ese país con facilidades especiales de pago, cuando el barril alcanzó precios que a veces superaban los 100 dólares.

El pequeño Estado de Nicaragua, patria de Sandino, “General de Hombres Libres”, donde la Agencia Central de Inteligencia a través de Luis Posada Carriles, después de ser rescatado de una prisión venezolana, organizó el intercambio de armas por drogas que costó miles de vidas y mutilados a ese heroico pueblo, también ha recibido el apoyo solidario de Venezuela. Son ejemplos sin precedentes en la historia de este hemisferio.

El ruinoso Acuerdo de Libre Comercio que los yankis pretenden imponer a la América Latina, como hizo con México, convertiría los países latinoamericanos y caribeños no solo en la región del mundo donde peor está distribuida la riqueza, que ya lo es,  sino también en un gigantesco mercado donde hasta el maíz y otros alimentos que son fuentes históricas de proteína vegetal y animal serían desplazados por los cultivos subsidiados de Estados Unidos, como ya está ocurriendo en territorio mexicano.

Los automóviles de uso y otros bienes desplazan a los de la industria mexicana; tanto las ciudades como los campos pierden su capacidad de empleo, el comercio de drogas y armas crece, jóvenes casi adolescentes con apenas 14 ó 15 años, en número creciente, son convertidos en temibles delincuentes. Jamás se vio que ómnibus u otros vehículos repletos de personas, que incluso pagaron para ser transportados al otro lado de la frontera en busca de empleo, fuesen secuestrados y eliminados masivamente. Las cifras conocidas crecen de año en año. Más de 10 mil personas están perdiendo ya la vida cada año.

No es posible analizar la Revolución Bolivariana sin tomar en cuenta estas realidades.

Las fuerzas armadas, en tales circunstancias sociales, se ven forzadas a interminables y desgastadoras guerras.

Honduras no es un país industrializado, financiero o comercial, ni siquiera gran productor de drogas, sin embargo algunas de sus ciudades rompen el record de muertos por violencia a causa de las drogas. Allí se yergue en cambio el estandarte de una importante base de las fuerzas estratégicas del Comando Sur de Estados Unidos. Lo que allí ocurre y está ocurriendo ya en más de un país latinoamericano es el dantesco cuadro señalado, de los cuales algunos países, han comenzado a salir. Entre ellos, y en primer lugar Venezuela, pero no solo porque posee cuantiosos recursos naturales, sino porque los rescató de la avaricia insaciable de las transnacionales extranjeras y ha desatado considerables fuerzas políticas y sociales capaces de alcanzar grandes logros. La Venezuela de hoy es otra muy distinta a la que conocí hace solo 12 años, y ya entonces me impresionó profundamente, al ver que como ave Fénix resurgía de sus históricas cenizas.

Aludiendo a la misteriosa computadora de Raúl Reyes, en manos de Estados Unidos y la CIA, a partir del ataque organizado y suministrado por ellos en pleno territorio ecuatoriano, que asesinó al sustituto de Marulanda y a varios jóvenes latinoamericanos desarmados, han lanzado la versión de que Chávez apoyaba la “organización narco-terrorista de las FARC”. Los verdaderos terroristas y narcotraficantes en Colombia han sido los paramilitares que le suministraban a los traficantes norteamericanos las drogas, que se venden en el mayor mercado de estupefacientes del mundo: Estados Unidos.

Nunca hablé con Marulanda, pero sí con escritores e intelectuales honrados que llegaron a conocerlo bien. Analicé sus pensamientos e historia. Era sin dudas un hombre valiente y revolucionario, lo cual no vacilo en afirmar. Expliqué que no coincidía con él en su concepción táctica. A mi juicio, dos o tres mil hombres habrían sido más que suficientes para derrotar en el territorio de Colombia a un ejército regular convencional. Su error era concebir un ejército revolucionario armado con casi tantos soldados como el adversario. Eso era sumamente costoso y virtualmente imposible de manejar.

Hoy la tecnología ha cambiado muchos aspectos de la guerra; las formas de lucha también cambian. De hecho el enfrentamiento de las fuerzas convencionales, entre potencias que poseen el arma nuclear, se ha tornado imposible. No hay que poseer los conocimientos de Albert Einstein, Stephen Hawking y miles de otros científicos para comprenderlo. Es un peligro latente y el resultado se conoce o se debiera conocer. Los seres pensantes podrían tardar millones de años en volver a poblar el planeta.

A pesar de todo, sostengo el deber de luchar, que es algo de por sí innato en el hombre, buscar soluciones que le permitan una existencia más razonada y digna.

Desde que conocí a Chávez, ya en la presidencia de Venezuela, desde la etapa final del gobierno de Pastrana, siempre lo vi interesado por la paz en Colombia, y facilitó las reuniones entre el gobierno y los revolucionarios colombianos que tuvieron por sede a Cuba, entiéndase bien, para un acuerdo verdadero de paz y no una rendición.

No recuerdo haber escuchado nunca a Chávez promover en Colombia otra cosa que no fuera la paz, ni tampoco mencionar a Raúl Reyes. Siempre abordábamos otros temas. Él aprecia particularmente a los colombianos; millones de ellos viven en Venezuela y todos se benefician con las medidas sociales adoptadas por la Revolución, y el pueblo de Colombia lo aprecia casi tanto como el de Venezuela.

Deseo expresar mi solidaridad y estima al General Henry Rangel Silva, Jefe del Comando Estratégico Operacional de las Fuerzas Armadas, y recién designado Ministro para la Defensa de la República Bolivariana. Tuve el honor de conocerlo cuando en meses ya distantes visitó a Chávez en Cuba. Pude apreciar en él un hombre inteligente y sano, capaz y a la vez modesto. Escuché su discurso sereno, valiente y claro, que inspiraba confianza.

Dirigió la organización del desfile militar más perfecto que he visto de una fuerza militar latinoamericana, que esperamos sirva de aliento y ejemplo a otros ejércitos hermanos.

Los yankis nada tienen que ver con ese desfile y no serían capaces de hacerlo mejor.

Es sumamente injusto criticar a Chávez por los recursos invertidos en las excelentes armas que allí se exhibieron. Estoy seguro de que jamás se utilizarán para agredir a un país hermano. Las armas, los recursos y los conocimientos deberán marchar por los senderos de la unidad para formar en América, como soñó El Libertador, “…la más grande nación del mundo, menos por su extensión y riqueza que por su libertad y gloria”.

Todo nos une más que a Europa o a los propios Estados Unidos, excepto la falta de independencia que nos han impuesto durante 200 años.

http://cuba.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2012/01/26/la-genialidad-de-chavez/

Fidel Castro Ruz
Enero 25 de 2012
8 y 32 p.m.

*************************************************************************

  • The Genius of Chavez

Jan 27th, 2012

By: Fidel Castro Ruz

President Chavez presented his annual report on activities carried out in 2011 and his program for 2012 to the Venezuelan Parliament. After thoroughly carrying out the formalities required by this important activity, he addressed the official state authorities, members of parliament from all parties, and supporters and opposition members who had come to the Assembly to participate in the country’s most solemn act.

As usual, the Bolivarian leader was gracious and respectful to all those present. When anyone asked for the floor to make a clarification, he granted it as soon as possible. When one of the members of parliament, who had warmly greeted Chavez as did other opposition members, asked to speak, in a great political gesture Chavez interrupted his report presentation and gave her the floor. What surprised me was the extreme severity of the rebuke, launched against the president with words that really put to test Chavez’ chivalry and cold blood. The MPs statement was undoubtedly an insult, although this was not her intention. He alone was capable of calmly responding to the offensive word ‘thief’ that she had used to judge the president’s conduct in terms of the adopted laws and measures.

After verifying the exact term that was used, Chavez responded to the individual challenge for debate with an elegant and sedated phrase, “An eagle does not hunt flies,” and without adding another word he calmly proceeded with his report.

It represented an insurmountable test of mental agility and self control. Another woman, of unquestionable humble origins, expressed her astonishment in moving and heartfelt words over what she had just witnessed and the overwhelming majority present broke out in applause. Judging by the sheer volume, the applause seemed to be coming from all of Chavez’ friends and many of his adversaries as well.

Chavez’ report lasted more than nine hours without the people ever losing interest. Maybe because of that incident, his words were heard by an immeasurable number of people. Many times I have given extensive speeches on difficult topics, always striving to make the ideas I was transmitting understandable. And I was really at a loss to explain how that soldier of humble origins was able to keep his mind so agile and his incomparable talent to deliver such an address without losing his voice or strength.

To me politics is an extensive and decisive battle of ideas. Publicity is the work of publicists, who perhaps know the techniques to get listeners, spectators and readers to do what they are told to do. If that science, or art, or whatever they call it is employed for the good of human beings, they deserve some respect; the same respect merited by those who teach people how to think.

Venezuela today is the site of a great battle. Internal and external enemies of the revolution prefer chaos —as Chavez has said— to the just, organized and peaceful development of the country. Being accustomed to analyzing the events that have occurred over more than half a century, and to observing, with greater foundations for judgment, the eventful history of our time and human behavior, one learns to almost predict the future development of events.

To promote a far-reaching Revolution in Venezuela was no easy task. Venezuela is a country full of glorious history, but extraordinarily rich in resources that are of vital importance to the imperialist powers that have, and continue to map out guidelines in the world.

Political leaders the likes of Romulo Betancourt and Carlos Andres Perez lack the most minimal personal qualities to carry out such a task. Furthermore, Betancourt was excessively vain and hypocritical. He had many opportunities to learn about the situation in Venezuela. As a young man he was a member of the Politburo of the Communist Party of Costa Rica. He had a strong grasp of Latin American history and the role of imperialism, of poverty rates, and the ruthless plundering of natural resources in South America. He could not ignore that in a vastly rich country such as Venezuela, the majority of the people lived in extreme poverty. The archival footage is irrefutable proof of that reality of life.

As Chavez has explained many times, for more than half a century Venezuela was the world’s major oil exporter. At the beginning of the 20th century, European and Yankee warships intervened to support an illegal and tyrannical government that handed the country over to foreign monopolies. It is well known that incalculable funds flowed out of Venezuela to swell the wealth of monopolies and the Venezuelan oligarchy.

I remember when I visited Venezuela for the first time —after the triumph of the Revolution, to give thanks for the support and friendliness afforded to our struggle—, oil was worth barely two dollars a barrel.

Afterwards when I went to Venezuela to take part in the swearing-in ceremony for Chavez, the day he took an oath on the “dying constitution” held by Calderas, oil was worth seven dollars a barrel, despite 40 years having passed since my first visit and almost 30 years since the “distinguished” Richard Nixon had cancelled the direct convertibility of the United States dollar to gold and the US began to buy the world with pieces of paper. For a century, Venezuela was a supplier of cheap fuel to the empire’s economy and a net exporter of capital to developed and rich countries.

Why did these repugnant situations dominate for more than a century?

Latin American Armed Forces’ officials went to their privileged schools in the United States, where the Olympic champions of democracies gave them special courses on maintaining imperialist and bourgeois order. Coups d’état were always welcomed if their objective was to “defend democracies,” safeguarding and guaranteeing this repugnant system, in league with the oligarchies. Whether voters knew how to read and write, whether they had homes, employment, medical services and education were unimportant as long as the sacred right to property was maintained. Chavez brilliantly explains this situation. No one knows as well as him what happened in our countries.

Even worse was that the sophisticated nature of weapons, the complex workings and use of modern armaments that require years of learning, the training of highly qualified specialists, and the almost prohibitive cost of such weapons for the weak economies of the continent created a very strong mechanism of subordination and dependence. The US Government, employing mechanisms that did not require prior consultation with the other governments, set guidelines and policies for the military. The most sophisticated techniques of torture were passed on to the so-called security agencies to interrogate those who rebelled against the dirty and repugnant system of hunger and exploitation.

Despite all this, many honest officials, tired of so many indignations, bravely attempted to eradicate that embarrassing treason against the history of our independence struggles.

In Argentina, military official Juan Domingo Peron was able to design an independent and worker-based policy in his country. A bloody military coup overthrew him, expelled him from his country, and kept him in exile from 1955 to 1973. Years later, under the aegis of the Yankees, they once again attacked the government, murdering, torturing and disappearing tens of thousands of Argentines. They were not even able to defend the country during the colonial war that England carried out against Argentina with the conspiratorial support of the United States and henchman Augusto Pinochet with his cohort of fascists officers trained at the School of the Americas.

In Santo Domingo, Colonel Francisco Caamaño Deño; in Peru, General Velazco Alvarado; in Panama, General Omar Torrijos; and in other countries captains and officers who gave their lives anonymously were the antithesis of the traitorous behavior embodied by Somoza, Trujillo, Stroessner and the cruel tyrannies in Uruguay, El Salvador and other countries in Central and South America. The revolutionary military personnel did not expound elaborate theories, nor was this to be expected. They were not academicians educated in political science, but rather men with a sense of honor who loved their country.

But how far can honest men —who deplore injustice and crime— go along the path of revolution?

Venezuela is an outstanding example of the theoretical and practical role that the military can play in the revolutionary struggle for the independence of our peoples, as they did two centuries ago under the brilliant leadership of Simon Bolivar.

Chavez, a Venezuelan military officer of humble origins, stepped into the political life of Venezuela inspired by the ideas of the Liberator of America. On Bolivar, an inexhaustible source of inspiration, Marti wrote: “he won sublime battles with soldiers barefoot and half naked […] who never fought so much, nor fought better, in the world for freedom …”

“… Of Bolivar, he said, you can talk only after climbing up a mountain to use it as a platform […] or after freeing a bunch of peoples united in one fist …”

“… what he did not do, still remains undone today, because Bolivar still has things to do in the Americas.”

More than half a century later the famous, award-winning poet Pablo Neruda wrote a poem on Bolivar which Chavez frequently quotes. The final stanza reads:

“I met Bolivar one long morning, in Madrid, at the head of the Fifth Regiment, Father, I said, you are or not or who you are? And looking at the Mountain Headquarters, he said:

‘I wake up every hundred years when the people awaken.’ ”

But the Bolivarian leader is not limited to theoretical elaborations. His concrete measures are implemented without hesitation. The English-speaking Caribbean countries, which have to contend with modern and luxurious Yankee cruise ships for the right to receive tourists in their hotels, restaurants and recreation centers, quite often foreign-owned, but at least they generate employment, will always welcome fuel from Venezuela, supplied by that country with special payment facilities, when the barrel reached prices that sometimes exceeded US $100.

In the tiny state of Nicaragua, the land of Sandino, the “General of Free Men”, the Central Intelligence Agency organized the exchange of guns for drugs through Luis Posada Carriles after he was rescued from a Venezuelan prison. This operation resulted in thousands of deaths and mutilations among that heroic people. Nicaragua has also received the solidarity support of Venezuela. These are unprecedented examples in the history of this hemisphere.

The ruinous Free Trade Agreement that the Yankees intend to impose on Latin America, as they did with Mexico, would turn Latin America and the Caribbean not only into the region with the world’s worst distribution of wealth, which already is. It will turn it into a huge market where corn and other staple foods that are traditional sources of plant and animal protein would be displaced by subsidized U.S. crops, as is already happening in Mexico.

Used cars and other goods are displacing Mexican industry manufactures; job opportunities are decreasing in both cities and the countryside; the drug and arms trades are escalating, growing numbers of youngsters aged 14 or 15 years are turned into fearsome criminals. Never before, buses or other vehicles full of people who even paid to be transported across the border in search of employment, have been kidnapped and mass murdered. Known figures grow from year to year. More than ten thousand people are now losing their lives each year.

It is impossible to analyze the Bolivarian Revolution without taking these realities into account.

The armed forces, in such social circumstances, are forced into endless and wearisome wars.

Honduras is not an industrialized, financial or commercial country, or even a major producer of drugs. However, some of its cities break the record of drug-related violent deaths. There instead stands the banner of a major base of the strategic forces of the United States Southern Command. What is happening there, and is already happening in more than one Latin American country, is the Dantesque picture painted above, from which some countries have begun to escape. Among them and first, Venezuela, not just because it has considerable natural resources, but because it has been rescued from the insatiable greed of foreign corporations and has sparked considerable political and social forces capable of great achievements. Venezuela today is quite another from that I went to only 12 years ago, which had already deeply impressed me, seeing it as a Phoenix rising again from the ashes of its history.

Mentioning the mysterious computer of Raul Reyes, in the hands of the U.S. and the CIA after the attack organized and supplied by them in full Ecuadorian territory, which killed Marulanda’s replacement as well as several unarmed American youths, a version has been released that Chávez supported the “narco-terrorist organization FARC.” The true terrorists and drug traffickers in Colombia are the paramilitaries that supplied drugs to American dealers to sell them in the largest drug market in the world: the United States.

I never spoke with Marulanda, but I did speak with honored writers and intellectuals who came to know him well. I discussed his thoughts and history. He was undoubtedly a brave and revolutionary man, which I do not hesitate to affirm. I explained that I did not agree with him on his tactics. In my view, two or three thousand men would have been more than enough to defeat a conventional army in the territory of Colombia. His mistake was to devise a revolutionary army with almost as many soldiers as the enemy. That was extremely expensive.

Today, technology has changed many aspects of war; the forms of struggle also change. In fact, the clash of conventional forces between powers possessing nuclear weapons has become impossible. We do not have to have the knowledge of Albert Einstein, Stephen Hawking and thousands of other scientists to understand that. It is a latent danger and the result is known or should be known. Thinking beings could take millions of years to repopulate the planet.

Nevertheless, I hold the duty to fight, which in itself is something innate in man, to find solutions that will enable a more reasoned and dignified existence.

Since I met Chavez, now as president of Venezuela, from the final stages of the Pastrana administration, I always saw him interested in promoting peace in Colombia. He facilitated meetings between the Colombian government and the revolutionaries that took place in Cuba, note well, on the basis of reaching a true peace agreement and not a surrender.

I do not recall ever having heard Chavez promote anything but peace in Colombia, nor mention Raul Reyes. We always addressed other issues. He particularly appreciates the Colombians, millions of them live in Venezuela and everyone benefits from the social measures taken by the Revolution, and the people of Colombia appreciate that almost as much as those of Venezuela.

I wish to express my solidarity and appreciation to General Henry Rangel Silva, Head of Strategic Operational Command of the Armed Forces, and newly appointed Minister of Defense of the Bolivarian Republic. I had the honor of meeting him when he visited Chavez in Cuba a few months ago. I could see in him an intelligent, well-meant, capable, and yet modest man. I heard his calm, brave and clear speech, which inspired confidence.

He led the organization of the most perfect parade of a Latin American military force that I have ever seen. We hope it will serve as encouragement and example to other brother armies.

The Yankees had nothing to do with that parade, and would not be able to do better.

It is extremely unfair to criticize Chavez for the resources invested in the excellent weapons which were displayed there. I’m sure they will never be used to attack a neighboring country. The weapons, resources and knowledge must go along the paths of  unity to see America, as  The Liberator dreamed, ”… the greatest nation in the world, greatest not so much by virtue of her area and wealth as by her freedom and glory..”

Everything unites us more than Europe or the United States itself, except the lack of independence imposed on us for 200 years.

http://en.cubadebate.cu/reflections-fidel/2012/01/27/genius-chavez/

____________________________________________________________________________