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  • L’Impero colpisce ancora – The Empire Strikes Back (ITA-ENG)

[05.02.2012] di Munir Akram *    ( trad. di Levred per GilGuySparks)


“L’Australia ha recentemente accettato lo stazionamento di truppe americane sul suo territorio.

“Le Filippine, secondo quanto riferito, discutono su una rinascita di basi navali statunitensi. L’India continua ad essere corteggiata da Washington attraverso ogni sorta di incentivi, tra cui il sostegno per la sua richiesta a membro permanente nel Consiglio di Sicurezza.

“Oggi, intorno alla sua periferia, la Cina può contare solo due amici – Pakistan e Corea del Nord. Il Myanmar ha abbandonato la cerchia della Cina per il campo occidentale due mesi fa. Il Pakistan è sotto pressione affinchè si allinei alle priorità strategiche statunitensi.

“Anche la Russia è ora oggetto di una diplomazia coercitiva, nonostante il tasto ‘reset’.
Un movimento ‘democrazia’, ben finanziato dall’esterno, strumentalizzando un cambiamento contro la mano pesante di Putin-Medvedev, ha aumentato la pressione su questa squadra fino ad ora impenetrabile.

“L’America dovrà adattarsi ad un complesso mondo multilaterale. Ma la storia attesta che è più difficile trattare con le potenze in declino che con gli stati in ascesa. Entrambe le transizioni possono essere lunghe e dolorose. L’impero continuerà ancora a colpire.



Nell’attuale campagna elettorale delle presidenziali americane, il presidente Obama è stato accusato dai suoi rivali repubblicani di essere “debole” in materia di politica estera e di presiedere il declino dell’America.

L’evidenza empirica indica che Obama è più un guerriero che un fifone. L’amministrazione Obama ha perseguito una dura politica estera cercando di riaffermare gli interessi statunitensi contemporaneamente su più fronti.

Obama ha cercato di contenere la crescente potenza economica e politica della Cina in maniera energica. Ha avvertito che la modernizzazione militare della Cina rappresenta una minaccia per l’Asia, ha dichiarato che gli Stati Uniti rimarranno una potenza del Pacifico, e ha assicurato il coinvolgimento americano nelle dispute marittime della Cina con gli Stati del sud-est asiatico. L’Australia ha recentemente accettato lo stazionamento di truppe americane sul suo territorio.

Le Filippine, secondo quanto riferito, discutono su una rinascita di basi navali statunitensi. L’India continua ad essere corteggiata da Washington attraverso ogni sorta di incentivi, tra cui il sostegno per la sua richiesta a membro permanente nel Consiglio di Sicurezza.

Oggi, attorno alla sua periferia, la Cina può contare solo due amici – Pakistan e Corea del Nord. Il Myanmar ha abbandonato la cerchia della Cina per il campo occidentale due mesi fa. Il Pakistan è sotto pressione perchè si allinei alle priorità strategiche statunitensi.

La Corea del Nord, nel bel mezzo di una transizione delicata, resta sotto le sanzioni del Consiglio di Sicurezza.

Le azioni di statunitensi (e israeliane) contro l’Iran sono ancora più palesi e forti: sanzioni del Consiglio di Sicurezza, disturbo elettronico e politico del suo programma nucleare, sostegno militare e politico agli avversari arabi dall’altra parte del Golfo, esclusione progressiva dal sistema bancario internazionale, imminente embargo europeo sul petrolio.

Teheran ha accusato gli Stati Uniti e Israele di fomentare la sovversione nel Baluchistan iraniano e di assassinare molti dei suoi scienziati nucleari. Gli israeliani discutono apertamente la possibilità di attacchi militari contro la minaccia rappresentata dall’esistenza di un Iran dotato di arma nucleare. Washington si rifiuta di escludere l’uso della forza contro l’Iran.

In Afghanistan, nonostante il parlare di negoziati con i talebani, la strategia degli Stati Uniti rimane quella della forza. Le tattiche preferite sono ‘i raid notturni’ che hanno ucciso numerosi civili e gli attacchi internazionali e illegali dei droni statunitensi in Afghanistan e in Pakistan (e in maniera crescente altrove).

Considerazioni su norme legali o diplomatiche sono state ancora più assenti nei rapporti recenti dell’America con il Pakistan – come dimostrano gli attacchi persistenti dei droni, l’affare Davis, il raid clandestino per uccidere Osama bin Laden, le accuse pubbliche contro l’esercito pakistano e l’ISI e le riprese aeree delle truppe di frontiera pakistane.

Anche la Russia è ora oggetto di una diplomazia coercitiva, nonostante il tasto ‘reset’.
Un movimento ‘democrazia’, ben finanziato dall’esterno, strumentalizzando il cambiamento contro la mano pesante di Putin-Medvedev, ha aumentato la pressione su questa squadra finora impenetrabile.

Le conseguenze di questo nuovo attrito con Mosca sono già evidenti nel Consiglio di Sicurezza.


Come gli altri, gli Stati Uniti sono stati presi in contropiede dalle rivolte popolari in Tunisia e in Egitto e sono rimasti ai margini. Ma, evidentemente, l’apparente successo della strategia di ‘un controllo da dietro le quinte’ in Libia ha stuzzicato l’appetito per un intervento indiretto. In Siria, il cambiamento di regime che si sta tentando, comporta sfide strategiche che sono ancora più elevate di quelle libiche.

Ci sono, tuttavia, due casi nei quali la politica estera di Obama ha perso vigore. Nonostante la genuflessione diplomatica degli Stati Uniti, l’India non ha, come prevedeva Washington, acquistato aerei da combattimento americani o centrali nucleari, né si è, finora, apertamente schierata contro la Cina, o ha adottato riforme economiche per ospitare multinazionali americane. Al contrario, anche se canticchia canzoni d’amore americane, l’India si è unita a Cina, Russia, Brasile e Sud Africa  su una serie di questioni globali per resistere agli Stati Uniti.

L’unico capo di stato ad aver pubblicamente affrontato il presidente Obama è il primo ministro Netanyahu di Israele, rifiutando di andare incontro all’appello minimalista di Obama di congelare gli insediamenti israeliani e sfidandolo apertamente in una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti.

La ‘robusta’ la politica estera di Obama ha segnato un visibile successo: la distruzione virtuale di Al Qaeda in Afghanistan-Pakistan.

Questo ‘successo’ non sarebbe stato possibile senza la collaborazione dell’esercito del Pakistan e, in particolare, dell’ISI.

A parte questo, le maniere forti di Obama non hanno né risolto le crisi in corso, né invertito il relativo declino del potere americano e del suo dominio globale. Un conflitto con l’Iran sarà un disastro regionale e globale, non meno importante per gli Stati Uniti che per i suoi alleati. E’ chiaro che gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan come era prima del 2001. Il Pakistan, gravemente destabilizzato, lotterà per anni per controllare la militanza.

La primavera araba è destinata a diventare un estate islamica. La Cina continuerà la sua ascesa allo status di potenza globale. Anche il grafico sulla potenza dell’India mostrerà un ascesa, anche se più incerta. La Russia resterà una forza formidabile per il prevedibile futuro. L’America dovrà adattarsi ad un complesso mondo multilaterale. Ma la storia attesta che è più difficile trattare con le potenze in declino che con gli Stati in ascesa.
Entrambe le transizioni possono essere lunghe e dolorose.
L’impero continuerà ancora a colpire.

* L’autore, Munir Akram, è un ex ambasciatore del Pakistan alle Nazioni Unite.

http://www.dawn.com/2012/02/05/empire-strikes-back.html

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  • The Empire Strikes Back

Dawn
February 5, 2012

by Munir Akram*

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Australia recently accepted the stationing of US troops on its territory.

The Philippines is reportedly discussing the revival of US naval bases. India continues to be courted by Washington through all manner of incentives, including support for its quest for permanent membership of the Security Council.

Today, around its periphery, China can count only two friends — Pakistan and North Korea. Myanmar dropped out of China’s circle into the western camp two months ago. Pakistan is under intense pressure to align itself with US strategic priorities.

Russia too is now the object of coercive diplomacy, despite the ‘reset’ button. An externally well-funded ‘democracy’ movement, exploiting the heavy-handed Putin-Medvedev switch, has heightened pressure on this hitherto impervious team.

America will have to adjust to a complex multilateral world. But history attests that it is as difficult to deal with declining powers as with ascendant states. Both transitions can be long and painful. The Empire will continue to strike back.

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In the current US presidential election campaign, President Obama has been accused by his Republican rivals of being “weak” on foreign policy and presiding over America’s decline.

Empirical evidence indicates that Obama is more of a warrior than a wimp. The Obama administration has pursued a tough external policy seeking to reassert US interests simultaneously on several fronts.

Obama has sought to contain China’s growing economic and political power energetically. He warned that China’s military modernisation posed a threat to Asia; declared that the US will remain a Pacific power; and secured American involvement in China’s maritime disputes with Southeast Asian states. Australia recently accepted the stationing of US troops on its territory.

The Philippines is reportedly discussing the revival of US naval bases. India continues to be courted by Washington through all manner of incentives, including support for its quest for permanent membership of the Security Council.

Today, around its periphery, China can count only two friends — Pakistan and North Korea. Myanmar dropped out of China’s circle into the western camp two months ago. Pakistan is under intense pressure to align itself with US strategic priorities.

North Korea, in the midst of a delicate transition, remains under Security Council sanctions.

The US (and Israeli) moves against Iran are even more open and forceful: Security Council sanctions, electronic and political disruption of its nuclear programme, military and political support to Arab adversaries across the Gulf, progressive exclusion from the international banking system, an impending European oil embargo.

Tehran has accused the US and Israel of fomenting subversion in Iranian Baluchistan and assassinating several of its nuclear scientists. The Israelis openly debate the option of military strikes against the ‘existential’ threat of a nuclear Iran. Washington refuses to rule out the use of force against Iran.

In Afghanistan, despite the talk about talks with the Taliban, the US strategy remains one of force. The favoured tactics are the ‘night raids’ which have killed numerous civilians and the internationally illegal US drone attacks in Afghanistan and Pakistan (and increasingly elsewhere).

Considerations of legal or diplomatic norms have been even more absent in America’s recent dealings with Pakistan — as evidenced by the persistent drone strikes, the Davis affair, the clandestine raid to kill Osama bin Laden, the public allegations against the Pakistan Army and the ISI and the aerial shooting of Pakistani border troops.

Russia too is now the object of coercive diplomacy, despite the ‘reset’ button. An externally well-funded ‘democracy’ movement, exploiting the heavy-handed Putin-Medvedev switch, has heightened pressure on this hitherto impervious team.

The consequences of this new friction with Moscow are already evident in the Security Council.

Like others, the US was caught off guard by the popular revolts in Tunisia and Egypt and remained on the sidelines. But, evidently, the apparent success of the ‘lead from behind’ strategy in Libya has whet the appetite for indirect intervention. In Syria, the regime change that is being attempted involves strategic stakes that are even higher than Libya.

There are, however, two instances in which vigour has deserted the Obama foreign policy. Despite US diplomatic genuflection, India has not, as Washington expected, purchased American fighter jets or nuclear power plants; nor has it, so far, openly aligned against China, or adopted economic reforms to accommodate US multinationals. Quite the contrary, even while humming along with America’s love songs, India has joined China, Russia, Brazil and South Africa to resist the US on a number of global issues.

The only state leader to have publicly faced down President Obama is Prime Minister Netanyahu of Israel, refusing to meet Obama’s minimalist plea to freeze Israeli settlements and openly challenging him in a joint session of the US Congress.

Obama’s ‘robust’ external policy has scored one visible success: the virtual destruction of Al Qaeda in Afghanistan-Pakistan.

This ‘success’ would not have been possible without the cooperation of the Pakistan Army and, in particular, the ISI.

Apart from this, Obama’s forceful ways have neither resolved any ongoing crises nor reversed the relative decline of American global power and dominance. A conflict with Iran will be a regional and a global disaster, not least for the US and its allies. It is clear that the US will leave Afghanistan much as it was before 2001. Pakistan, gravely destabilised, will struggle for years to control militancy.

The Arab Spring is likely to become an Islamic summer. China will continue its rise to global power status. India’s power graph will also rise, though more uncertainly. Russia will remain a formidable force for the foreseeable future. America will have to adjust to a complex multilateral world. But history attests that it is as difficult to deal with declining powers as with ascendant states. Both transitions can be long and painful. The Empire will continue to strike back.

*The writer is a former Pakistan ambassador to the UN.

http://www.dawn.com/2012/02/05/empire-strikes-back.html

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