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di Noam Chomsky
[14.02.2012]  trad. di Levred per GilGuySparks

Alcuni anniversari carichi di significato vengono solennemente commemorati – l’attacco giapponese alla base navale statunitense di Pearl Harbor, per esempio. Altri vengono ignorati, e spesso possiamo imparare lezioni importanti da questi, su ciò che è probabile ci attenda. Proprio ora, in effetti.


Al momento, abbiamo mancato di commemorare il 50° anniversario della decisione del Presidente John F. Kennedy di lanciare il più distruttivo e omicida atto di aggressione del  periodo successivo alla II Guerra Mondiale: l’invasione del Vietnam del Sud, poi di tutta l’Indocina, che si lasciò dietro milioni di morti e quattro paesi devastati, con perdite che aumentano ancora per gli effetti a lungo termine dell’innondazione del Vietnam del Sud con alcuni dei più letali agenti cancerogeni noti, intrapresa per distruggere la copertura sul terreno e le colture alimentari.

L’obiettivo principale era il Vietnam del sud. L’aggressione in seguito si diffuse al Nord, poi alle remote società contadina del nord del Laos, e, infine, alle zone rurali della Cambogia, che furono bombardate ad un scioccante livello, superiore a tutte le operazioni aeree alleate nella regione del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale, comprese le due bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki.
In questo modo, venivano messi in atto gli ordini di Henry Kissinger – “…qualsiasi cosa voli addosso a qualsiasi cosa si muova” – un invito al genocidio che è raro nella memoria storica. Poco di questo si ricorda. La maggior parte di questi fatti erano poco conosciuti al di là di ristretti circoli di attivisti.

Quando l’invasione fu lanciata 50 anni fa, l’interesse era così scarso che ci furono pochi sforzi per giustificarla, poco più che un accorato appello del presidente che “abbiamo di fronte, a livello mondiale, una coalizione monolitica e spietata che ricorre principalmente a pratiche segrete per espandere la sua sfera di influenza” e se la congiura raggiungesse i propri obiettivi nel Laos e in Vietnam, “le porte si spalancherebbero”.

In un’altra occasione, avvertì inoltre che “le compiacenti, auto-indulgenti, morbide società stanno per essere spazzate via con i detriti della storia [e] solo i forti …possono riuscire a sopravvivere” in questo caso, riflettendo sul fallimento dell’ atto di aggressione e terrore degli Stati Uniti per schiacciare l’indipendenza cubana.

Mentre la protesta cominciava a montare, una mezza dozzina di anni più tardi, lo stimato esperto del Vietnam e storico militare, Bernard Fall, non una colomba, previde che “il Vietnam come entità culturale e storica … rischia l’estinzione … [mentre] … le campagne muoiono letteralmente sotto i colpi della più grande macchina militare mai scatenata su un’area di quelle dimensioni.” Stava di nuovo facendo riferimento al Vietnam del sud.


Quando la guerra si concluse, dopo otto anni terribili, l’opinione dominante si divideva tra chi descriveva la guerra come una “nobile causa“, che avrebbe potuto essere vinta con più impegno, e all’estremo opposto, i critici, per i quali era stata “un errore” che si era rivelato troppo costoso. Nel 1977, il presidente Carter suscitò poco interesse quando spiegò che non abbiamo con il Vietnam “nessun debito“, perché “la distruzione è stata reciproca.”

Ci sono lezioni importanti in tutto questo per oggi, anche prescindendo da un altro ammonimento che solo i deboli e gli sconfitti sono chiamati a rispondere dei loro crimini. Una lezione è che, per capire cosa sta succedendo, dovremmo occuparci non solo di eventi cruciali del mondo reale, spesso esclusi dalla storia, ma anche di ciò che i leaders e l’opinione dell’elite crede, comunque sia tinta di fantasia.
Un’altra lezione è che, accanto ai voli fantasiosi, inventati per terrorizzare e mobilitare l’opinione pubblica (e forse creduti da alcuni che sono intrappolati nella loro stessa retorica), vi è anche una pianificazione geostrategica basata su principi che sono razionali e stabili su lunghi periodi, perché sono radicati in stabili istituzioni e nei loro interessi. Questo è vero anche nel caso del Vietnam. Tornerò su questo argomento, solo per sottolineare in questa sede che i fattori persistenti nell’azione di uno stato sono in genere ben nascosti.

La guerra in Iraq è un caso istruttivo. E’ stata venduta ad un pubblico terrorizzato con il consueto pretesto della legittima difesa contro una terribile minaccia alla sopravvivenza: l’unica domanda fu, lo hanno dichiarato George W. Bush e Tony Blair, se Saddam Hussein avrebbe posto fine ai suoi programmi di sviluppo di armi di distruzione di massa. Quando l’unica domanda ricevette la risposta sbagliata, la retorica del governo si è spostata senza sforzo al nostro “anelito alla democrazia“, e l’opinione colta, puntualmente, gli è andata dietro; tutta routine.

Più tardi, mentre la portata della sconfitta degli Stati Uniti in Iraq stava diventando difficile da nascondere, il governo ha ammesso tranquillamente quello che era stato chiaro fin dall’inizio. Nel 2007-2008, l’amministrazione annunciò ufficialmente che un accordo finale doveva concedere basi militari agli Stati Uniti e il diritto a operazioni di combattimento, e doveva privilegiare gli investitori statunitensi nel ricco sistema energetico – richieste poi abbandonate a malincuore di fronte alla resistenza irachena. E tutto ben celato alla popolazione comune.

Valutare il declino americano

Con queste lezioni in mente, è utile guardare a ciò che viene evidenziato sulle principali riviste di politica e di opinione di oggi. Prendiamo la più prestigiosa rivista dell’establishment, Foreign Affairs. Il titolo che strombazza sulla copertina del numero di dicembre 2011 recita in grassetto: “L’America è finita?”

Il titolo dell’articolo invoca un “ridimensionamento” delle “missioni umanitarie” all’estero che consumano la ricchezza del paese, in modo da arrestare il declino americano che è uno dei temi principali del discorso degli affari internazionali, di solito accompagnato dal corollario che il potere si sta spostando ad Oriente, alla Cina e (forse) all’India.

Gli articoli principali vertono sulla questione israelo-palestinese. Il primo, di due alti funzionari israeliani, si intitola “Il problema è il rifiuto palestinese“: il conflitto non può essere risolto perché i palestinesi si rifiutano di riconoscere Israele come stato ebraico – in tal modo conformandosi alla prassi diplomatica abituale: esige di venir riconosciuto, ma non privilegia dei settori al suo interno. La richiesta è poco più di un nuovo trucco per scoraggiare la minaccia di una soluzione politica che minerebbe le mire espansionistiche di Israele.

La posizione opposta, difesa da un professore americano, è intitolata: “Il problema è l’occupazione.” Il sottotitolo recita “Come l’occupazione sta distruggendo la nazione.” Quale nazione? Israele, naturalmente. La coppia di articoli appaiono sotto il titolo “Israele sotto assedio“.

A gennaio 2012 la questione evidenzia ancora un’altro invito a bombardare l’Iran ora, prima che sia troppo tardi. Avvisando dei “pericoli della deterrenza“, l’autore suggerisce che “gli scettici dell’azione militare non riescono a valutare il vero pericolo che, un Iran dotato di nucleare, potrebbe rappresentare per gli interessi statunitensi in Medio Oriente e oltre. E le loro previsioni sinistre suppongono che la cura sarebbe peggiore del male – cioè, che le conseguenze di un attacco statunitense all’Iran sarebbero così cattive o peggio, come quelle di un Iran che realizzi le sue ambizioni nucleari. Ma questo è un presupposto errato. La verità è che un attacco militare destinato a distruggere il programma nucleare iraniano, se gestito con attenzione, potrebbe risparmiare alla regione e al mondo una minaccia molto reale e migliorare notevolmente la sicurezza nazionale a lungo termine degli Stati Uniti“.

Altri sostengono che i costi sarebbero troppo elevati, e agli estremi alcuni sottolineano anche che un attacco violerebbe il diritto internazionale – così fa la posizione dei moderati, che regolarmente inviano le minacce di violenza, in violazione della Carta delle Nazioni Unite.

Rivediamo, a loro volta, queste preoccupazioni dominanti.

Il declino americano è reale, anche se la visione apocalittica riflette la percezione comune della classe dirigente che qualcosa meno del completo controllo equivalga ad un completo disastro. Nonostante i pietosi lamenti, gli Stati Uniti restano la potenza dominante del mondo con un ampio margine, e nessun concorrente è in vista, non solo nella dimensione militare, nella quale ovviamente gli Stati Uniti regnano sovrani.

Cina e India hanno registrato una rapida crescita (anche se fortemente diseguale), ma restano paesi molto poveri, con enormi problemi interni non affrontati dall’Occidente. La Cina è il principale centro di produzione mondiale, ma in buona parte, nella sua periferia, come impianto di assemblaggio per le potenze industriali avanzate e per le multinazionali occidentali. Questo è probabile cambi nel tempo. La produzione fornisce regolarmente la base per l’innovazione, spesso le scoperte, come ora spesso accade in Cina. Un esempio che ha colpito gli specialisti occidentali è l’acquisizione da parte della Cina del crescente mercato globale del pannello solare, non sulla base di manodopera a basso costo ma attraverso una programmazione coordinata e, in maniera crescente, attraverso l’innovazione.

Ma i problemi che la Cina affronta sono gravi. Alcuni sono demografici, recensiti sulla rivista Science, il settimanale scientifico statunitense leader. Lo studio dimostra che la mortalità è diminuita drasticamente in Cina durante gli anni maoisti, “principalmente a causa dello sviluppo economico e del miglioramento dei servizi di istruzione e sanità, in particolare attraverso il movimento di igiene pubblica che provocò un netto calo della mortalità da malattie infettive.” Questo progresso si è concluso con l’avvio delle riforme capitaliste 30 anni fa, e il tasso di mortalità da allora è aumentato.

Inoltre, la recente crescita economica della Cina è basata sostanzialmente su un “bonus demografico“, una grande popolazione in età lavorativa. “Ma la finestra per beneficiare di questo bonus potrebbe chiudersi presto,” con un “profondo impatto sullo sviluppo“: “L’eccesso di offerta di manodopera a basso costo, che è uno dei fattori principali che guidano miracolo economico della Cina, non sarà più disponibile“.

La demografia è solo uno dei molti e gravi problemi a venire. Per l’India, i problemi sono molto più gravi.

Non tutte le voci importanti prevedono un declino americano. Tra i media internazionali, non ce n’è uno più serio e responsabile del Financial Times di Londra. Di recente ha dedicato una pagina intera alla previsione ottimistica che le nuove tecnologie per l’estrazione di combustibili fossili del Nord America potrebbero consentire agli Stati Uniti di diventare indipendenti dal punto di vista energetico, e quindi di mantenere la propria egemonia globale per un secolo. Non vi è alcuna menzione del tipo di mondo che gli Stati Uniti guiderebbero in questo lieto evento, ma non per mancanza di prove.


All’incirca nello stesso tempo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia riferiva che, con il rapido aumento delle emissioni di carbonio derivanti dall’uso di combustibili fossili, il limite di sicurezza sarà raggiunto entro il 2017 se il mondo continua il suo corso attuale. “La porta si sta chiudendo,”  ha detto il capo economista IEA, e molto presto “verrà chiusa per sempre.”

Poco prima il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti riportava le cifre delle più recenti emissioni di anidride carbonica, che “sono saltate dalla più grande quantità registrata” al livello più alto del peggior scenario previsto dal Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC). Questo non è stato una sorpresa per molti scienziati (compreso per il programma del MIT sui cambiamenti climatici), i quali per anni hanno avvertito che le previsioni dell’IPCC sono troppo caute.

Tali critici delle previsioni dell’IPCC non ricevono praticamente alcuna attenzione dal pubblico, a differenza della frangia di negazionisti che sono sostenuti dal settore delle imprese, insieme alle enormi campagne di propaganda che hanno guidato gli americani fuori dallo spettro internazionale nell’eliminazione delle minacce.
Il sostegno degli affari si traduce direttamente anche al potere politico.
Il negazionismo fa parte del catechismo che deve essere intonato dai candidati repubblicani nella farsesca campagna elettorale attualmente in corso, e al Congresso sono abbastanza potenti da interrompere anche gli sforzi per indagare gli effetti del riscaldamento globale, per non parlare di fare qualcosa sul serio.

In breve, il declino americano può forse essere arginato se abbandoniamo la speranza di una sopravvivenza decente, prospettive che sono fin troppo reali, dato l’equilibrio delle forze nel mondo.

“Perdendo” Cina e Vietnam

Mettendo questi pensieri spiacevoli da parte, uno sguardo da vicino al declino americano mostra che la Cina svolge, infatti, un ruolo importante, come ha fatto per 60 anni. Il declino che oggi suscita tanta preoccupazione non è un fenomeno recente. Esso risale alla fine della seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti possedevano metà della ricchezza mondiale e un’incomparabile sicurezza e una portata globale. I pianificatori erano naturalmente ben consapevoli dell’enorme disparità del potere e intendevano tenerlo in questo modo.

Il punto di vista di base è stato delineato con ammirevole franchezza in un documento dello stato maggiore del 1948 (PPS 23). L’autore è stato uno degli architetti del Nuovo Ordine Mondiale dell’epoca, il presidente dello Staff sulla Pianificazione Politica del Dipartimento di Stato, il rispettato statista e studioso George Kennan, una colomba moderata all’interno dello spettro della pianificazione. Egli osservò che l’obiettivo politico centrale era quello di mantenere la “posizione di disparità” che separava la nostra enorme ricchezza dalla povertà degli altri.
Per raggiungere tale obiettivo, raccomandava: “Dobbiamo smettere di parlare di obiettivi vaghi e … irreali come diritti umani, miglioramento del tenore di vita, nonché della democratizzazione” e si devono “affrontare i concetti di giusta potenza“, non “ostacolati da slogan idealistici” di “altruismo e beneficienza mondiale.”

Kennan si riferiva in particolare all’Asia, ma le osservazioni sono generali, con eccezioni, per i partecipanti alla corsa statunitense per un sistema globale.
Era stato ben compreso che gli “slogan idealistici” dovevano essere esposti in maniera ben visibile al momento di affrontare gli altri, compresi i ceti intellettuali, che ci si aspettava li promuovessero.

I piani che Kennan ha contribuito a formulare ed ad attuare davano per scontato che gli Stati Uniti avrebbero controllato l’emisfero occidentale, l’Estremo Oriente, l’ex impero britannico (comprese le incomparabili risorse energetiche del Medio Oriente), e quanto più dell’Eurasia, in modo cruciale i centri commerciali e industriali. Non si trattava di obiettivi non realistici, data la distribuzione del potere.
Ma il declino prende piede immediatamente.

Nel 1949, la Cina ha dichiarato l’indipendenza, un evento noto nel’analisi occidentale come “perdita della Cina” – negli Stati Uniti, con aspre recriminazioni e conflitti su chi fosse responsabile di quella perdita. La terminologia è rivelatrice.
E’ possibile per perdere, solo qualcosa che si possiede. Il tacito presupposto era che gli Stati Uniti possedessero la Cina, di diritto, insieme con la maggior parte del resto del mondo, così come i pianificatori del dopoguerra avevano ipotizzato.

La “perdita della Cina” è stato il primo grande passo nel “declino dell’America“.
Ha avuto conseguenze politiche importanti. Uno fu l’immediata decisione di sostenere lo sforzo della Francia per riconquistare la sua ex colonia dell’Indocina, in modo che non si “perdesse” anch’essa.

La stessa Indocina non fu una grande preoccupazione, nonostante le dichiarazioni del Presidente Eisenhower e di altri sulle sue ricche risorse. Piuttosto, una cosa preoccupante fu la “teoria del domino“, che viene spesso ridicolizzata quando i pezzi del domino non cadono, ma rimane un principio guida in politica, perché è abbastanza razionale. Dicendolo nella versione di Henry Kissinger, una regione che cade fuori dal controllo può diventare un “virus” che “diffonde il contagio,” inducendo altre a seguire lo stesso percorso.

Nel caso del Vietnam, la preoccupazione fu che il virus di uno sviluppo indipendente, potesse infettare l’Indonesia, che ha realmente ricche risorse. E che potesse portare il Giappone – il “superdomino”, come veniva chiamato dal massimo storico dell’Asia, John Dower, – ad “adattarsi” ad un Asia indipendente, come il suo centro tecnologico e industriale in un sistema che poteva sfuggire alla portata del potere americano. Ciò significherebbe, in effetti, che gli Stati Uniti avevano perso la fase del Pacifico della Seconda Guerra mondiale, combattuta per evitare il tentativo del Giappone di stabilire un nuovo ordine in Asia.

Il modo di affrontare un tale problema è chiaro: distruggere il virus e “vaccinare” coloro che potrebbero essere infettati. Nel caso del Vietnam, la scelta razionale, era quella di distruggere ogni speranza di successo di uno sviluppo indipendente e di imporre dittature brutali nelle regioni circostanti. Tali compiti sono stati effettuati con successo – anche se la storia ha la sua astuzia, e qualcosa di simile a ciò che si temeva, da allora è andato sviluppando in Asia orientale, con grande disappunto di Washington.


La vittoria più importante delle guerre di Indocina fu nel 1965, quando un colpo di stato militare in Indonesia, appoggiato dagli Usa, fu guidato dal generale Suharto che effettuò crimini di massa che sono stati confrontati dalla CIA a quelli di Hitler, Stalin e Mao. Un “massacro di massa sconcertante“, come il New York Times lo descrisse, fu riportato con precisione in tutto il mainstream, e con sfrenata euforia.

Fu “uno spiraglio di luce in Asia“, come scrisse sul Times il noto commentatore liberal, James Reston. Il colpo di stato sventò la minaccia della democrazia, demolendo il partito politico di massa dei poveri, istituì una dittatura che andò ad segnare uno dei peggiori primati contro i diritti umani nel mondo, e gettò le ricchezze del paese nelle mani degli investitori occidentali. Non c’è da meravigliarsi che, dopo molti altri orrori, tra cui l’invasione, quasi genocida di Timor Est, Suharto sia stato salutato dall’amministrazione Clinton nel 1995 come “il nostro tipo ideale“.

Anni dopo i grandi eventi del 1965, il consigliere della sicurezza nazionale di Kennedy-Johnson, McGeorge Bundy, pensò che sarebbe stato opportuno porre fine alla guerra del Vietnam in quel momento, con il “virus” praticamente distrutto e il domino fondamentale saldamente in piedi, appoggiato da altre dittature sostenute dagli Stati Uniti in tutta la regione.

Procedure simili sono state regolarmente seguite altrove. Kissinger si riferiva specificamente alla minaccia della democrazia socialista in Cile. Quella minaccia fu eliminata in un’altra data dimenticata, quella che i latino-americani chiamano “il primo 11 settembre,” che per violenza e amari effetti superò di gran lunga l’11 settembre commemorato in Occidente. Una dittatura feroce fu imposta in Cile, parte di una piaga di brutale repressione che si diffuse in America Latina, raggiungendo l’America Centrale sotto Reagan. I virus hanno suscitato profonda preoccupazione anche altrove, compreso il Medio Oriente, dove la minaccia del nazionalismo laico ha spesso interessato inglesi e strateghi americani, inducendoli a sostenere il fondamentalismo islamico radicale per contrastarlo.

Concentrazione della ricchezza e declino americano

Nonostante queste vittorie, il declino americano è proseguito. Nel 1970, la quota di ricchezza mondiale degli Stati Uniti è scesa a circa il 25%, più o meno dove rimane, ancora colossale, ma molto al di sotto rispetto alla fine della seconda guerra mondiale. Da allora, il mondo industriale fu “tripolare”: con base statunitense in Nord America, con base tedesca in Europa e all’epoca con base in Giappone in Asia orientale, già la regione industriale più dinamica, ma che ormai include le ex colonie giapponesi di Taiwan e della Corea del Sud, e più recentemente la Cina.

A quel tempo, il declino americano era entrato in una nuova fase: un cosciente auto-inflitto declino. Dal 1970, c’è stato un cambiamento significativo nell’economia statunitense, come progettisti, privati e statali, si spostarono verso una finanziarizzazione e una delocalizzazione della produzione, in parte a causa del tasso di declino dei profitti nella produzione nazionale. Queste decisioni avviarono un circolo vizioso in cui la ricchezza si concentrò enormemente (in modo sensazionale nella parte elevata dello 0,1% della popolazione), producendo concentrazione del potere politico, di consequenza una legislazione che portò un ulteriore circolo [vizioso]: tassazione e altre politiche fiscali, deregolamentazione, variazioni delle regole della governance delle aziende che consentirono enormi vantaggi per i dirigenti e così via.

Nel frattempo, per la maggioranza, salari reali in gran parte stagnanti, e la gente poteva ottenerli solamente con un forte aumento dei carichi di lavoro (ben superiori a quelli in Europa), un debito insostenibile e bolle ripetute fin dagli anni di Reagan, creazione di ricchezza di carta che, inevitabilmente, è scomparsa quando [le bolle] sono scoppiate (e i responsabili sono stati tirati fuori dai guai dai contribuenti). Parallelamente, il sistema politico è stato sempre più sbrindellato mentre entrambi i partiti venivano spinti più in profondità nelle tasche aziendali con il costo crescente delle elezioni, i repubblicani al livello di farsa, i Democratici (ora in gran parte ex repubblicani “moderati”) non molto indietro.

Un recente studio dell’Economic Policy Institute, che è stato la principale fonte di dati affidabili su questi sviluppi per anni, è intitolato “Fiasco su Progetto“. L’espressione “su progetto” è precisa. Altre scelte erano certamente possibili. E come sottolinea lo studio, il “fallimento” ha base di classe. Non vi è alcun fallimento per i progettisti. Lungi da ciò. Piuttosto, tali politiche sono un fallimento per la grande maggioranza (quel 99% nell’immaginario dei movimenti Occupy) e per il paese, che ha opposto un rifiuto e continuerà a farlo sotto queste politiche.


Un fattore è la delocalizzazione della produzione. Come l’esempio del pannello solare, accennato in precedenza ha illustrato, la capacità di produzione costituisce base e stimolo per l’innovazione che porta a più alti livelli di sofisticazione della produzione, progettazione e invenzione. Anche questa è esternalizzata, non è un problema per i “mandarini del denaro” che sempre più progettano la politica, ma è un problema serio per i lavoratori e le classi medie, e un vero disastro per gli americani più oppressi, gli afroamericani, che non sono mai sfuggiti all’eredità della schiavitù e alle sue brutte conseguenze e la cui misera ricchezza è praticamente scomparsa dopo il crollo della bolla immobiliare nel 2008, che ha scatenato la recente crisi finanziaria, la peggiore finora.

Noam Chomsky è un emerito professore Incaricato presso il Dipartimento di Linguistica e Filosofia del MIT. E’ autore di numerose opere politiche best-seller. I suoi ultimi libri sono Costruire il futuro: Occupazioni, intervento, Impero, e resistenza, The Essential Chomsky (a cura di Anthony Arnove), una raccolta dei suoi scritti sulla politica e sul linguaggio dal 1950 ad oggi, Gaza in Crisi, con Ilan Pappè, e Speranze e Prospettive, disponibile anche come audiolibro. Per ascoltare l’ultimo Timothy MacBain Intervista audio Tomcast in cui Chomsky offre una anatomia di American sconfitte nel Grande Medio Oriente, cliccate qui, oppure scaricarlo sul tuo iPod qui.

http://www.tomdispatch.com/blog/175502/

[La seconda parte di “Perdendo” il Mondo – Il declino americano in prospettiva di Noam Chomsky, verrà tradotta una volta pubblicata.]

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  • “Losing” the World – American Decline in Perspective, Part 1

By Noam Chomsky

Significant anniversaries are solemnly commemorated — Japan’s attack on the U.S. naval base at Pearl Harbor, for example.  Others are ignored, and we can often learn valuable lessons from them about what is likely to lie ahead.  Right now, in fact.

At the moment, we are failing to commemorate the 50th anniversary of President John F. Kennedy’s decision to launch the most destructive and murderous act of aggression of the post-World War II period: the invasion of South Vietnam, later all of Indochina, leaving millions dead and four countries devastated, with casualties still mounting from the long-term effects of drenching South Vietnam with some of the most lethal carcinogens known, undertaken to destroy ground cover and food crops.

The prime target was South Vietnam.  The aggression later spread to the North, then to the remote peasant society of northern Laos, and finally to rural Cambodia, which was bombed at the stunning level of all allied air operations in the Pacific region during World War II, including the two atom bombs dropped on Hiroshima and Nagasaki.  In this, Henry Kissinger’s orders were being carried out — “anything that flies on anything that moves” — a call for genocide that is rare in the historical record.  Little of this is remembered.  Most was scarcely known beyond narrow circles of activists.

When the invasion was launched 50 years ago, concern was so slight that there were few efforts at justification, hardly more than the president’s impassioned plea that “we are opposed around the world by a monolithic and ruthless conspiracy that relies primarily on covert means for expanding its sphere of influence” and if the conspiracy achieves its ends in Laos and Vietnam, “the gates will be opened wide.”

Elsewhere, he warned further that “the complacent, the self-indulgent, the soft societies are about to be swept away with the debris of history [and] only the strong… can possibly survive,” in this case reflecting on the failure of U.S. aggression and terror to crush Cuban independence.

By the time protest began to mount half a dozen years later, the respected Vietnam specialist and military historian Bernard Fall, no dove, forecast that “Vietnam as a cultural and historic entity… is threatened with extinction…[as]…the countryside literally dies under the blows of the largest military machine ever unleashed on an area of this size.” He was again referring to South Vietnam.

When the war ended eight horrendous years later, mainstream opinion was divided between those who described the war as a “noble cause” that could have been won with more dedication, and at the opposite extreme, the critics, to whom it was “a mistake” that proved too costly.  By 1977, President Carter aroused little notice when he explained that we owe Vietnam “no debt” because “the destruction was mutual.”

There are important lessons in all this for today, even apart from another reminder that only the weak and defeated are called to account for their crimes.  One lesson is that to understand what is happening we should attend not only to critical events of the real world, often dismissed from history, but also to what leaders and elite opinion believe, however tinged with fantasy.  Another lesson is that alongside the flights of fancy concocted to terrify and mobilize the public (and perhaps believed by some who are trapped in their own rhetoric), there is also geostrategic planning based on principles that are rational and stable over long periods because they are rooted in stable institutions and their concerns.  That is true in the case of Vietnam as well.  I will return to that, only stressing here that the persistent factors in state action are generally well concealed.

The Iraq war is an instructive case.  It was marketed to a terrified public on the usual grounds of self-defense against an awesome threat to survival: the “single question,” George W. Bush and Tony Blair declared, was whether Saddam Hussein would end his programs of developing weapons of mass destruction.   When the single question received the wrong answer, government rhetoric shifted effortlessly to our “yearning for democracy,” and educated opinion duly followed course; all routine.

Later, as the scale of the U.S. defeat in Iraq was becoming difficult to suppress, the government quietly conceded what had been clear all along.  In 2007-2008, the administration officially announced that a final settlement must grant the U.S. military bases and the right of combat operations, and must privilege U.S. investors in the rich energy system — demands later reluctantly abandoned in the face of Iraqi resistance.  And all well kept from the general population.

Gauging American Decline

With such lessons in mind, it is useful to look at what is highlighted in the major journals of policy and opinion today.  Let us keep to the most prestigious of the establishment journals, Foreign Affairs.  The headline blaring on the cover of the December 2011 issue reads in bold face: “Is America Over?”

The title article calls for “retrenchment” in the “humanitarian missions” abroad that are consuming the country’s wealth, so as to arrest the American decline that is a major theme of international affairs discourse, usually accompanied by the corollary that power is shifting to the East, to China and (maybe) India.

The lead articles are on Israel-Palestine.  The first, by two high Israeli officials, is entitled “The Problem is Palestinian Rejection”: the conflict cannot be resolved because Palestinians refuse to recognize Israel as a Jewish state — thereby conforming to standard diplomatic practice: states are recognized, but not privileged sectors within them.  The demand is hardly more than a new device to deter the threat of political settlement that would undermine Israel’s expansionist goals.

The opposing position, defended by an American professor, is entitled “The Problem Is the Occupation.” The subtitle reads “How the Occupation is Destroying the Nation.” Which nation?  Israel, of course.  The paired articles appear under the heading “Israel under Siege.”

The January 2012 issue features yet another call to bomb Iran now, before it is too late.  Warning of “the dangers of deterrence,” the author suggests that “skeptics of military action fail to appreciate the true danger that a nuclear-armed Iran would pose to U.S. interests in the Middle East and beyond. And their grim forecasts assume that the cure would be worse than the disease — that is, that the consequences of a U.S. assault on Iran would be as bad as or worse than those of Iran achieving its nuclear ambitions. But that is a faulty assumption. The truth is that a military strike intended to destroy Iran’s nuclear program, if managed carefully, could spare the region and the world a very real threat and dramatically improve the long-term national security of the United States.”

Others argue that the costs would be too high, and at the extremes some even point out that an attack would violate international law — as does the stand of the moderates, who regularly deliver threats of violence, in violation of the U.N. Charter.

Let us review these dominant concerns in turn.

American decline is real, though the apocalyptic vision reflects the familiar ruling class perception that anything short of total control amounts to total disaster.  Despite the piteous laments, the U.S. remains the world dominant power by a large margin, and no competitor is in sight, not only in the military dimension, in which of course the U.S. reigns supreme.

China and India have recorded rapid (though highly inegalitarian) growth, but remain very poor countries, with enormous internal problems not faced by the West.  China is the world’s major manufacturing center, but largely as an assembly plant for the advanced industrial powers on its periphery and for western multinationals.  That is likely to change over time.  Manufacturing regularly provides the basis for innovation, often breakthroughs, as is now sometimes happening in China.  One example that has impressed western specialists is China’s takeover of the growing global solar panel market, not on the basis of cheap labor but by coordinated planning and, increasingly, innovation.

But the problems China faces are serious. Some are demographic, reviewed in Science, the leading U.S. science weekly. The study shows that mortality sharply decreased in China during the Maoist years, “mainly a result of economic development and improvements in education and health services, especially the public hygiene movement that resulted in a sharp drop in mortality from infectious diseases.” This progress ended with the initiation of the capitalist reforms 30 years ago, and the death rate has since increased.

Furthermore, China’s recent economic growth has relied substantially on a “demographic bonus,” a very large working-age population. “But the window for harvesting this bonus may close soon,” with a “profound impact on development”:  “Excess cheap labor supply, which is one of the major factors driving China’s economic miracle, will no longer be available.”

Demography is only one of many serious problems ahead.  For India, the problems are far more severe.

Not all prominent voices foresee American decline.  Among international media, there is none more serious and responsible than the London Financial Times.  It recently devoted a full page to the optimistic expectation that new technology for extracting North American fossil fuels might allow the U.S. to become energy independent, hence to retain its global hegemony for a century.  There is no mention of the kind of world the U.S. would rule in this happy event, but not for lack of evidence.

At about the same time, the International Energy Agency reported that, with rapidly increasing carbon emissions from fossil fuel use, the limit of safety will be reached by 2017 if the world continues on its present course. “The door is closing,” the IEA chief economist said, and very soon it “will be closed forever.”

Shortly before the U.S. Department of Energy reported the most recent carbon dioxide emissions figures, which “jumped by the biggest amount on record” to a level higher than the worst-case scenario anticipated by the International Panel on Climate Change (IPCC).  That came as no surprise to many scientists, including the MIT program on climate change, which for years has warned that the IPCC predictions are too conservative.

Such critics of the IPCC predictions receive virtually no public attention, unlike the fringe of denialists who are supported by the corporate sector, along with huge propaganda campaigns that have driven Americans off the international spectrum in dismissal of the threats.  Business support also translates directly to political power.  Denialism is part of the catechism that must be intoned by Republican candidates in the farcical election campaign now in progress, and in Congress they are powerful enough to abort even efforts to inquire into the effects of global warming, let alone do anything serious about it.

In brief, American decline can perhaps be stemmed if we abandon hope for decent survival, prospects that are all too real given the balance of forces in the world.

“Losing” China and Vietnam

Putting such unpleasant thoughts aside, a close look at American decline shows that China indeed plays a large role, as it has for 60 years.  The decline that now elicits such concern is not a recent phenomenon.  It traces back to the end of World War II, when the U.S. had half the world’s wealth and incomparable security and global reach.  Planners were naturally well aware of the enormous disparity of power, and intended to keep it that way.

The basic viewpoint was outlined with admirable frankness in a major state paper of 1948 (PPS 23).  The author was one of the architects of the New World Order of the day, the chair of the State Department Policy Planning Staff, the respected statesman and scholar George Kennan, a moderate dove within the planning spectrum.  He observed that the central policy goal was to maintain the “position of disparity” that separated our enormous wealth from the poverty of others.  To achieve that goal, he advised, “We should cease to talk about vague and… unreal objectives such as human rights, the raising of the living standards, and democratization,” and must “deal in straight power concepts,” not “hampered by idealistic slogans” about “altruism and world-benefaction.”

Kennan was referring specifically to Asia, but the observations generalize, with exceptions, for participants in the U.S.-run global system.  It was well understood that the “idealistic slogans” were to be displayed prominently when addressing others, including the intellectual classes, who were expected to promulgate them.

The plans that Kennan helped formulate and implement took for granted that the U.S. would control the Western Hemisphere, the Far East, the former British empire (including the incomparable energy resources of the Middle East), and as much of Eurasia as possible, crucially its commercial and industrial centers.  These were not unrealistic objectives, given the distribution of power.  But decline set in at once.

In 1949, China declared independence, an event known in Western discourse as “the loss of China” — in the U.S., with bitter recriminations and conflict over who was responsible for that loss.  The terminology is revealing.  It is only possible to lose something that one owns.  The tacit assumption was that the U.S. owned China, by right, along with most of the rest of the world, much as postwar planners assumed.

The “loss of China” was the first major step in “America’s decline.” It had major policy consequences.  One was the immediate decision to support France’s effort to reconquer its former colony of Indochina, so that it, too, would not be “lost.”

Indochina itself was not a major concern, despite claims about its rich resources by President Eisenhower and others.  Rather, the concern was the “domino theory,” which is often ridiculed when dominoes don’t fall, but remains a leading principle of policy because it is quite rational.  To adopt Henry Kissinger’s version, a region that falls out of control can become a “virus” that will “spread contagion,” inducing others to follow the same path.

In the case of Vietnam, the concern was that the virus of independent development might infect Indonesia, which really does have rich resources.  And that might lead Japan — the “superdomino” as it was called by the prominent Asia historian John Dower — to “accommodate” to an independent Asia as its technological and industrial center in a system that would escape the reach of U.S. power.  That would mean, in effect, that the U.S. had lost the Pacific phase of World War II, fought to prevent Japan’s attempt to establish such a New Order in Asia.

The way to deal with such a problem is clear: destroy the virus and “inoculate” those who might be infected.  In the Vietnam case, the rational choice was to destroy any hope of successful independent development and to impose brutal dictatorships in the surrounding regions.  Those tasks were successfully carried out — though history has its own cunning, and something similar to what was feared has since been developing in East Asia, much to Washington’s dismay.

The most important victory of the Indochina wars was in 1965, when a U.S.-backed military coup in Indonesia led by General Suharto carried out massive crimes that were compared by the CIA to those of Hitler, Stalin, and Mao.  The “staggering mass slaughter,” as the New York Times described it, was reported accurately across the mainstream, and with unrestrained euphoria.

It was “a gleam of light in Asia,” as the noted liberal commentator James Reston wrote in the Times.  The coup ended the threat of democracy by demolishing the mass-based political party of the poor, established a dictatorship that went on to compile one of the worst human rights records in the world, and threw the riches of the country open to western investors.  Small wonder that, after many other horrors, including the near-genocidal invasion of East Timor, Suharto was welcomed by the Clinton administration in 1995 as “our kind of guy.”

Years after the great events of 1965, Kennedy-Johnson National Security Adviser McGeorge Bundy reflected that it would have been wise to end the Vietnam war at that time, with the “virus” virtually destroyed and the primary domino solidly in place, buttressed by other U.S.-backed dictatorships throughout the region.

Similar procedures have been routinely followed elsewhere.  Kissinger was referring specifically to the threat of socialist democracy in Chile.  That threat was ended on another forgotten date, what Latin Americans call “the first 9/11,” which in violence and bitter effects far exceeded the 9/11 commemorated in the West.  A vicious dictatorship was imposed in Chile, one part of a plague of brutal repression that spread through Latin America, reaching Central America under Reagan.  Viruses have aroused deep concern elsewhere as well, including the Middle East, where the threat of secular nationalism has often concerned British and U.S. planners, inducing them to support radical Islamic fundamentalism to counter it.

The Concentration of Wealth and American Decline

Despite such victories, American decline continued.  By 1970, U.S. share of world wealth had dropped to about 25%, roughly where it remains, still colossal but far below the end of World War II.  By then, the industrial world was “tripolar”: US-based North America, German-based Europe, and East Asia, already the most dynamic industrial region, at the time Japan-based, but by now including the former Japanese colonies Taiwan and South Korea, and more recently China.

At about that time, American decline entered a new phase: conscious self-inflicted decline.  From the 1970s, there has been a significant change in the U.S. economy, as planners, private and state, shifted it toward financialization and the offshoring of production, driven in part by the declining rate of profit in domestic manufacturing.  These decisions initiated a vicious cycle in which wealth became highly concentrated (dramatically so in the top 0.1% of the population), yielding concentration of political power, hence legislation to carry the cycle further: taxation and other fiscal policies, deregulation, changes in the rules of corporate governance allowing huge gains for executives, and so on.

Meanwhile, for the majority, real wages largely stagnated, and people were able to get by only by sharply increased workloads (far beyond Europe), unsustainable debt, and repeated bubbles since the Reagan years, creating paper wealth that inevitably disappeared when they burst (and the perpetrators were bailed out by the taxpayer).  In parallel, the political system has been increasingly shredded as both parties are driven deeper into corporate pockets with the escalating cost of elections, the Republicans to the level of farce, the Democrats (now largely the former “moderate Republicans”) not far behind.

A recent study by the Economic Policy Institute, which has been the major source of reputable data on these developments for years, is entitled Failure by Design.  The phrase “by design” is accurate.  Other choices were certainly possible.  And as the study points out, the “failure” is class-based.  There is no failure for the designers.  Far from it.  Rather, the policies are a failure for the large majority, the 99% in the imagery of the Occupy movements — and for the country, which has declined and will continue to do so under these policies.

One factor is the offshoring of manufacturing.  As the solar panel example mentioned earlier illustrates, manufacturing capacity provides the basis and stimulus for innovation leading to higher stages of sophistication in production, design, and invention.  That, too, is being outsourced, not a problem for the “money mandarins” who increasingly design policy, but a serious problem for working people and the middle classes, and a real disaster for the most oppressed, African Americans, who have never escaped the legacy of slavery and its ugly aftermath, and whose meager wealth virtually disappeared after the collapse of the housing bubble in 2008, setting off the most recent financial crisis, the worst so far.

Noam Chomsky is Institute Professor emeritus in the MIT Department of Linguistics and Philosophy. He is the author of numerous best-selling political works. His latest books are Making the Future: Occupations, Intervention, Empire, and Resistance, The Essential Chomsky (edited by Anthony Arnove), a collection of his writings on politics and on language from the 1950s to the present, Gaza in Crisis, with Ilan Pappé, and Hopes and Prospects, also available as an audiobook. To listen to Timothy MacBain’s latest Tomcast audio interview in which Chomsky offers an anatomy of American defeats in the Greater Middle East, click here, or download it to your iPod here.

http://www.tomdispatch.com/blog/175502/

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