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The Hindu
[01.03.2011]  di Prem Shankar Jha       (trad. di Levred per GilGuySparks)

L’India dovrebbe resistere agli sforzi ipocriti occidentali di usare la difesa della democrazia come copertura per un cambiamento di regime.

Nel giugno 1914, ultra-nazionalisti serbi che si chiamavano Mano Nera erano riusciti ad uccidere a Sarajevo l’arciduca Ferdinando, erede al trono dell’impero austro-ungarico e diedero il via alla Prima Guerra Mondiale. Nessuna delle grandi potenze voleva quella guerra. Nessuno prevedeva che durasse più di quattro settimane. Durò quattro anni e costò 19,5 milioni di vite. Oggi, tre attacchi, apparentemente coordinati a diplomatici israeliani in Georgia, India e Thailandia, per i quali Tel Aviv incolpa strenuamente l’Iran, potrebbero diventare la scintilla di un incendio simile in Medio Oriente.


Il confronto non è così fantasioso come sembra, per la disposizione delle forze del sistema internazionale che sta cominciando ad assomigliare a ciò che esisteva nel decennio precedente la Prima Guerra Mondiale. Le somiglianze più evidenti sono la diminuzione del potere economico della nazione egemone – la Gran Bretagna allora, gli Stati Uniti oggi, le sfide da parte dei nuovi aspiranti all’egemonia, la Germania allora (con gli Stati Uniti in agguato dietro le quinte), la Cina e l’Islam salafita oggi; i tentativi per puntellare l’egemonia attraverso alleanze con nazioni affini – Gran Bretagna, Francia e Russia allora – Stati Uniti, Unione europea e Israele oggi; l’emergere di una mentalità da bunker che indurisce le posizioni e chiude progressivamente le strade di una pace attraverso un accordo, e la tentazione crescente di usare il potere militare per prevenire potenziali sfide, ancor prima che sorgano.

Il giocatore meno importante

Nel 1914 fu l’Austria, il giocatore meno importante nel grande gioco del potere, ad accendere la miccia che fece esplodere l’Europa. Avrebbe potuto scegliere di accettare gli affannosi sforzi della Serbia di fare ammenda dopo l’assassinio. Ma scelse di invadere la Serbia, per dare una lezione ai suoi nazionalisti litigiosi.
La Serbia era alleata della Russia, la Russia della Francia e la Francia della Gran Bretagna. L’Austria, d’altro canto, era alleata dello sfidante principale per l’egemonia in Europa, la Germania. Nessuna delle grandi potenze voleva la guerra, ma nessuna si sentiva sufficientemente sicura o aveva il coraggio di tirarsi indietro dagli impegni. Il risultato fu una guerra che spazzò via il fiore di una generazione in Europa.

Oggi è ancora una volta il membro meno importante e meno sicuro dell’alleanza occidentale, Israele, che minaccia di accendere la miccia in Medio Oriente.
Incapace, o forse senza la volontà, di fare la pace con i palestinesi a condizioni che si possano accettare, percepisce ora la sola esistenza di stati nelle sue vicinanze, che non si sono rassegnati alla suo esistere, come una minaccia alla sua esistenza. Iran in testa alla lista.

Israele ha dato un ultimatum di fatto ai suoi partners secondo cui, se essi non sono in grado di fermare l’Iran dal creare impianti di arricchimento dell’uranio, intraprenderà un’azione militare unilaterale per impedirgli di farlo.
Invece di dissuadere Tel Aviv in termini inequivocabili, Barack Obama ha esitato frenandola privatamente, e sostenendola pubblicamente con l’invio di due gruppi di portaerei nel Mare Arabico e minacciando di usare “altri mezzi” se l’Iran non interrompe il suo programma di arricchimento nucleare.

Momento pericoloso

La politica del rischio calcolato di Israele è giunta ad un momento pericoloso, perché, per ragioni sia nazionali che internazionali, Europa, Stati Uniti, Russia, Cina (il nuovo ragazzo del muretto), e Iran, soffrono di una crisi di fiducia che li rende diffidenti nell’apparire deboli agli occhi della comunità internazionale e del loro stesso popolo.

Stanchi di interminabili problemi economici interni e di combattere una battaglia persa contro i talebani in Afghanistan, gli Stati Uniti e l’UE hanno colto la cosiddetta Primavera araba in un disperato tentativo di strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta. Per fare ciò, essi si presentano come paladini della democrazia e dei diritti umani, che sono venuti in aiuto delle popolazioni arabe a lungo oppresse nella loro lotta per la democrazia contro corrotti, brutali e autocrati governanti.
Nel loro desiderio di indossare il manto dei salvatori non hanno semplicemente abbandonato i laici, anche se autocratici, regimi che avevano mantenuto la pace in Medio Oriente per quattro decenni, ma hanno calpestato gli ultimi resti della dottrina della sovranità nazionale su cui l’ordine internazionale, anzi lo stesso diritto internazionale, si è basato negli ultimi 350 anni.

Così, nel gennaio dello scorso anno, Obama ha praticamente costretto il presidente egiziano Hosni Mubarak a dimettersi, nel mese di febbraio, gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno unito le forze per distruggere il regime di Gheddafi in Libia; meno di due mesi più tardi, hanno intrapreso una campagna per estromettere il regime Baath di Basher al-Assad in Siria.

Purtroppo, la primavera araba non è andata a finire proprio nel modo in cui l’Occidente aveva sperato, perché in ogni paese, gli elementi laici democratici sono stati sommersi da un’ondata islamista. Di fronte ad una possibilità che questi governi potrebbero rivelarsi molto più anti-occidentali e anti-Israele rispetto ai loro predecessori, l’Occidente si è rivolto all’istituzione ortodossa wahabita dell’Arabia Saudita e agli sceicchi sunniti degli Emirati Arabi Uniti per mantenere sotto controllo la Fratellanza Musulmana e le più estreme fazioni salafite. Ma anche questi regimi hanno percepito i venti freddi della primavera araba e si sono affrettati a trovare il modo di deviarli altrove. Loro hanno fatto in modo da far rivivere un conflitto molto più vecchio – tra Islam sunnita e sciita, tra arabi e persiani.

Siria, il punto di convergenza

La Siria è diventata il punto di convergenza di entrambi questi conflitti e della lotta degli Stati Uniti e dell’Unione Europea per proteggere Israele ad ogni costo. Questo è perché [la Siria] è un’anomalia. Si tratta di un paese autoritario, governato da una minoranza in cui la maggioranza religiosa non ha mostrato alcun segno di insofferenza per più di 40 anni. E’ un paese profondamente religioso, ma laico, in cui uomini e donne si mescolano liberamente nei luoghi di lavoro, nei mercati e nei ristoranti, dove i film non sono vietati e bere alcolici non è haram [proibito].
E’ abbastanza occidentale da avere un Orchestra Nazionale Sinfonica e un Conservatorio musicale occidentale, patrocinati dal presidente del paese, ma è anche un difensore imperturbabile del nazionalismo arabo e dei diritti dei palestinesi, disposto a cooperare con l’Iran e gli Hezbollah per promuovere la loro causa.

Agli occhi di israeliani e americani, è proprio la capacità di azione autonoma di Siria (e Libia), e la remota possibilità che possa divenire un canale dei fidayeen iraniani per penetrare e attaccare Israele, che la trasforma in una minaccia. Questo è il motivo per cui il regime di Assad deve ora essere distrutto, così come lo doveva essere Gheddafi quattro mesi fa.

All’India è stato chiesto di partecipare all’importante tavolo, al quale gli Stati Uniti, l’Unione Europea e Israele già siedono, e finora è stata un ospite non troppo riluttante. Si è astenuta, o ha votato, ogni risoluzione presentata alle Nazioni Unite da parte delle potenze egemoniche in favore di un cambiamento di regime imposto militarmente in Medio Oriente. E’ di nuovo di fronte a una risoluzione non vincolante al Consiglio di Sicurezza, che viene presentata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, dominati dalla Lega Araba, che chiede che il signor Assad “si faccia da parte.
E Israele sta già spingendo l’India a sostenere nel Consiglio di Sicurezza una risoluzione di condanna dell’Iran per l’attentato alla sua rappresentanza diplomatica a Delhi, prima che i suoi agenti abbiano completato le loro indagini.

Si può perdonare a Nuova Delhi di essere tentata di restare all’importante tavolo.
Ma ha il dovere, non solo per il proprio popolo, ma per il resto del mondo, di alzarsi e diventare una voce indipendente di equilibrio e moderazione. Essa deve risolutamente opporsi allo sfacciato tentativo dell’Occidente di trasformare la difesa della democrazia e dei diritti umani in una copertura per un cambiamento di regime.

Questa è la più completa violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite che è possibile immaginare. Gli Stati Uniti, e ora l’Unione Europea hanno deciso di ignorare i loro impegni come firmatari della Carta delle Nazioni Unite e hanno distorto l’ONU in una irriconoscibile parodia di se stessa. Ma per decine di piccoli paesi, la sua Carta rimane l’unico rifugio dall’anarchia internazionale e per non precipitare nella Stato ‘di Natura‘ di Hobbes. L’India deve parlare per loro.
Come il paese di grandi dimensioni più aperto e democratico e meno minaccioso di tutto il mondo, ha credenziali di gran lunga migliori per farlo di Russia e Cina.
Non deve lasciare questo compito solo a loro.

Equilibrio rotto

Per decenni, la pace in Medio Oriente è dipesa da un equilibrio tra nazioni secolari che hanno sottoscritto ideali di libertà sociale e parità tra i sessi, ed emirati e monarchie tradizionaliste, create o sostenute dalle potenze occidentali per salvaguardare i loro interessi sul petrolio arabo.
Oggi, l’Occidente ha distrutto quasi interamente questo equilibrio. Solo gli sciocchi possono convincersi che consegnando il controllo del mondo arabo ai salafiti che hanno pianificato, partecipato, e certamente approvato la distruzione del World Trade Center, si allontanerà il terrorismo. Ma solo coloro che sono due volte sciocchi riescono a credere che permettere ad Israele di scatenare una rovinosa guerra contro l’Iran renderà il mondo “più sicuro per l’umanità.”
Ciò che provocherà sarà di scatenare la furia del terrorismo sciita e dell’Occidente. Si rabbrividisce a pensare a dove potrebbe condurre quella strada.

http://www.thehindu.com/opinion/lead/article2947058.ece

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  • When insanity rules the world

by Prem Shankar Jha

The Hindu
March 1, 2012

India should resist the West’s brazen efforts to use championship of democracy as a cover for regime change

In June 1914, Serbian ultra-nationalists calling themselves the Black Hand managed to kill Archduke Ferdinand, the heir apparent to the throne of the Austro-Hungarian empire, in Sarajevo and ignited the First World War. None of the Great Powers wanted that war. None expected it to last more than four weeks. It lasted four years and took 19.5 million lives. Today, three apparently coordinated attacks on Israeli diplomats in Georgia, India and Thailand, for which Tel Aviv is strenuously blaming Iran, could become the spark for a similar conflagration in the Middle East.

The comparison is not as fanciful as it sounds, for the configuration of forces in the international state system is beginning to resemble what existed in the decade before the First World War. The most striking similarities are the decline in the economic power of the hegemonic nation — Britain then, the United States today; challenges from new aspirants to hegemony, Germany then (with the U.S. lurking in the wings), China and Salafi Islam today; attempts to shore up hegemony through alliances with like-minded nations — Britain, France and Russia then — the U.S., the European Union and Israel today; the emergence of a bunker mentality that hardens stances and progressively closes the avenues for peace through accommodation; and a growing temptation to use military power to pre-empt potential challenges even before they arise.

Minor player

In 1914 it was Austria, a minor player in the great power game, that lit the fuse that blew up Europe. It could have chosen to accept Serbia’s frantic efforts to make amends after the assassination. But it chose to invade Serbia in order to teach its own fractious nationalities a lesson. Serbia was allied to Russia, Russia to France and France to Britain. Austria, on the other hand, was allied to the principal challenger for hegemony in Europe, Germany. None of the great powers wanted war, but none felt sufficiently secure or had the confidence to back off from its commitments. The result was a war that wiped out the flower of a generation in Europe.

Today, it is once more the smallest and least secure member of the Western alliance, Israel, that is threatening to light the fuse in the Middle East. Unable, or perhaps unwilling, to make peace with the Palestinians on terms that they can accept, it now perceives the mere existence of states in its neighbourhood that are not reconciled to its existence as a threat to its existence. Iran heads the list.

Israel has given a virtual ultimatum to its partners that if they cannot stop Iran from setting up uranium enrichment plants, it will take unilateral military action to stop it from doing so. Instead of dissuading Tel Aviv in unequivocal terms, Barack Obama has dithered between privately reining it in, and publicly supporting it by sending two aircraft carrier groups into the Arabian Sea and threatening to use “other means” if Iran does not stop its nuclear enrichment programme.

Dangerous moment

Israel’s brinkmanship has come at a dangerous moment because, for reasons both domestic and international, Europe, the U.S., Russia, China (the new kid on the block), and Iran, are suffering from a crisis of confidence that makes them wary of appearing weak in the eyes of the international community and their own people.

Tired of unending economic woes at home and fighting a losing battle against the Taliban in Afghanistan, the U.S. and the EU have seized upon the so-called Arab Spring in a desperate bid to snatch victory from the jaws of defeat. To do so, they are posing as champions of democracy and human rights, who have come to the aid of the long suppressed Arab “people” in their fight for democracy against corrupt, brutal and autocratic rulers. In their eagerness to don the mantle of saviours they have not merely abandoned the secular, albeit autocratic, regimes that had kept the peace in the Middle East for four decades, but trampled upon the last remnants of the doctrine of national sovereignty upon which the international order, indeed international law itself, has been based for the last 350 years.

Thus in January last year, Mr. Obama virtually forced Egyptian President Hosni Mubarak to resign; in February, the U.S. and the EU joined hands to destroy the Qadhafi regime in Libya; less than two months later, they embarked upon a campaign to oust the Baath regime of Basher-al-Assad in Syria.

Unfortunately, the Arab Spring hasn’t turned out quite the way the West had hoped, for in every country, the secular democratic elements have been swamped by an Islamist upsurge. Faced with a possibility that these governments could turn out to be far more anti-West and anti-Israel than their predecessors, the West has turned to the orthodox Wahabi establishment of Saudi Arabia and the Sunni sheikhs of the UAE to keep the Muslim Brotherhood and more extreme Salafi factions in check. But these regimes too have been feeling the cold winds of the Arab Spring and have hastened to find ways of diverting them elsewhere. They have done so by reviving a far older conflict — between Sunni and Shia Islam, between Arabs and Persians.

Syria, the convergence point

Syria has become the convergence point of both this conflict and the U.S.’ and the EU’s struggle to protect Israel at any cost. This is because it is an anomaly. It is an authoritarian country ruled by a minority in which the religious majority has not shown any signs of restiveness for more than 40 years. It is a deeply religious but secular country in which men and women mingle freely in the workplace, in markets, and in restaurants; where movies are not banned and drinking liquor is not haraam. It is Western enough to have a national symphony orchestra and a Western music conservatoire patronised by the president of the country, but is also an unabashed champion of Arab nationalism and the rights of the Palestinians, willing to cooperate with Iran and the Hezbollah to further their cause.

In Israeli and American eyes, it is precisely Syria’s (and Libya’s) capacity for independent action, and the remote possibility that it might become a conduit for Iranian fidayeen to penetrate and attack Israel, which turns it into a threat. That is why the Assad regime must now be destroyed, much as Qadhafi was four months ago.

India has been asked to join the high table at which the U.S., the EU and Israel already sit and has so far been a none-too-unwilling guest. It has either abstained, or voted for, every resolution tabled in the U.N. by the hegemonic powers in favour of militarily enforced regime change in the Middle East. It is again faced with a non-binding resolution in the Security Council, being brought by Saudi-and UAE-dominated Arab League, demanding that Mr. Assad “move aside.” And Israel is already urging India to support a resolution in the Security Council condemning Iran for the bomb attack on its diplomat in Delhi, before its agencies have completed their investigations.

New Delhi can be forgiven if it is tempted to stay on at the high table. But it has a duty, to not only its own people but the rest of the world, to get off it and become an independent voice of sanity and moderation. It must stoutly oppose the West’s brazen effort to turn the championship of democracy and human rights into a cover for regime change.

This is the most complete violation of Article 2 of the U.N. Charter that is possible to imagine. The U.S., and now the EU have decided to ignore their commitments as signatories of the U.N. Charter and have twisted the U.N. into an unrecognisable parody of itself. But for scores of small countries, its Charter remains the only refuge from international anarchy and a headlong plunge into Hobbes’ State of Nature. India must speak up for them. As the most open and democratic and the least threatening large country in the world, it has far better credentials to do so than Russia and China. It must not leave this task to them alone.

Balance smashed

For decades, peace in the Middle East had depended on a balance between secular nations that subscribed to the ideals of social freedom and gender equality, and traditionalist emirates and monarchies, created or sustained by the Western powers to safeguard their interests in Arab oil. Today, the West has all but smashed that balance. Only fools can persuade themselves that handing over control of the Arab world to the Salafis who planned, participated in, and certainly approved of the destruction of the World Trade Centre, will make terrorism go away. But only those who are fools twice over can believe that allowing Israel to trigger a ruinous war with Iran will make the world “safer for humanity.” What it will do is to unleash the fury of Shia terrorism as well on the West. One shudders to think of where that road could lead.

http://www.thehindu.com/opinion/lead/article2947058.ece

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