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[15.02.2012] di Noam Chomsky

(trad. di Levred, revisione di Leslie Reggio per GilGuySparks)

In anni di cosciente, auto-inflitto declino domestico, le “perdite” sono continuate a montare altrove. Negli ultimi dieci anni, per la prima volta in 500 anni, il Sud America ha adottato misure per liberarsi con successo dalla dominazione occidentale, un’altra grave perdita. La regione si è incamminata verso l’integrazione e ha iniziato ad affrontare alcuni dei terribili problemi interni delle società governate da élite per lo più europeizzate, piccole isole di estrema ricchezza in un mare di miseria. Esse si sono anche liberate di tutte le basi militari statunitensi e dei controlli del Fondo Monetario Internazionale. Una neonata organizzazione, CELAC, comprende tutti i paesi dell’emisfero ad eccezione di Stati Uniti e Canada. Se funzionasse realmente, ciò sarebbe un altro passo verso il declino americano, in questo caso in quello che è sempre stato considerato come “il cortile“.

Ancor più grave sarebbe la perdita dei paesi del MENA – Medio Oriente/Nord Africa – che dagli anni 40 vengono considerati dai pianificatori come “una stupenda risorsa di potere strategico e uno dei più grandi bottini di materie prime nella storia del mondo“.
Il controllo delle riserve energetiche del Medio Oriente/Nord Africa porterebbe al “controllo sostanziale del mondo“, secondo le parole di A.A. Berle, influente consigliere di Roosevelt.

Indubbiamente, se le proiezioni di un secolo di indipendenza energetica statunitense, basate sulle risorse energetiche nord americane, si rivelassero realistiche, l’importanza di controllare il Medio Oriente/Nord Africa scenderebbe lievemente, anche se probabilmente non di molto: la preoccupazione principale è sempre stata più il controllo che l’accesso. Tuttavia, le probabili conseguenze per l’equilibrio del pianeta sono così preoccupanti che tale discussione potrebbe essere in gran parte un esercizio accademico.

La primavera araba, un altro sviluppo di rilevanza storica, potrebbe presagire almeno una “perdita” parziale del Medio Oriente/Nord Africa. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno fatto di tutto per scongiurare un tale evento – fino ad ora, con notevole successo. La loro politica nei confronti delle rivolte popolari ha tenuto costantemente le linee guida standard: sostenere le forze più suscettibili di influenza e di controllo degli Stati Uniti.

I dittatori privilegiati sono sostenuti finché siano in grado di mantenere il controllo (come nei più grandi stati petroliferi). Quando ciò non sia più possibile, allora si scaricano e si tenta di restaurare il vecchio regime nel modo più completo possibile (come in Tunisia ed Egitto). La prassi è nota: Somoza, Marcos, Duvalier, Mobutu, Suharto, e molti altri. In un caso, la Libia, i tre poteri imperiali tradizionali sono intervenuti con la forza per partecipare ad una ribellione tesa a rovesciare un dittatore volubile e inaffidabile, aprendo la strada, si prevede, ad un controllo più efficiente delle ricche risorse della Libia (il petrolio innanzitutto, ma anche l’acqua, di particolare interesse per le imprese francesi), ad una possibile base per l’Africa Command statunitense (finora limitato alla Germania), e all’inversione della tendenza verso una crescente penetrazione cinese.
In quanto alla tattica, ci sono state poche sorprese.

Soprattutto, è importante ridurre la minaccia di una democrazia funzionante, nella quale la volontà popolare influenzi in modo significativo la politica. Questa è ancora routine ed abbastanza comprensibile. Uno sguardo agli studi sull’opinione pubblica, effettuati dagli istituti di ricerche statistiche statunitensi, nei Paesi del Medio Oriente/Nord Africa spiega facilmente la paura occidentale dell’autentica democrazia nella quale l’opinione pubblica influenza in modo significativo la politica.

Israele e il partito repubblicano

Simili considerazioni riportano direttamente alla seconda preoccupazione principale di cui si è parlato nel numero di Foreign Affairs, citato nella prima parte di questo pezzo: il conflitto israelo-palestinese. La paura della democrazia non potrebbe essere esposta in maniera più evidente che in questo caso. Nel gennaio 2006, hanno avuto luogo in Palestina le elezioni, definite libere e regolari da osservatori internazionali. La reazione immediata degli Stati Uniti (e ovviamente di Israele), con l’Europa ossequiosamente al traino, è stata di imporre severe sanzioni ai palestinesi per aver votato nel modo sbagliato.

Questa non è una novità. E’ del tutto in sintonia con il generale e prevedibile principio della dottrina tradizionale: gli Stati Uniti sostengono la democrazia se, e solo se, i risultati si accordano ai suoi obiettivi strategici ed economici, conclusione dolente del neo-reaganiano Thomas Carothers, il più attento e rispettato analista scientifico delle iniziative di “promozione della democrazia“.

Più in generale, da 35 anni gli Stati Uniti sono alla testa del partito del rifiuto sul tema dei rapporti Israelo-Palestinesi, ostacolando l’opinione generale internazionale che chiede una soluzione politica, in termini troppo ben conosciuti per necessitare di ripetizione. Il tormentone occidentale è che Israele chiede negoziati senza precondizioni, mentre i palestinesi rifiutano. E’ più vero il contrario. Gli Stati Uniti e Israele chiedono rigorose precondizioni, che sono, inoltre, progettate per garantire che i negoziati portino o alla capitolazione palestinese su questioni cruciali oppure da nessuna parte.
La prima precondizione è che i negoziati debbano essere diretti da Washington, cosa che ha tanto senso quanto esigere che l’Iran controlli la negoziazione dei conflitti tra sunniti e sciiti in Iraq. Negoziati seri dovrebbero avvenire sotto gli auspici di un partito neutrale, preferibilmente uno che ispiri un qualche rispetto a livello internazionale, forse il Brasile. I negoziati cercherebbero di risolvere i conflitti tra i due antagonisti:  Stati Uniti e Israele da una parte e la gran parte del mondo dall’altra.

La seconda precondizione è che Israele debba essere libera di espandere i suoi insediamenti illegali in Cisgiordania. In teoria, gli Stati Uniti si oppongono a queste azioni, ma con un atteggiamento veramente debole, mentre continuano a fornire sostegno economico, diplomatico e militare. Quando gli Stati Uniti pongono alcune limitate obiezioni, bloccano le azioni molto facilmente, come nel caso del progetto E-1 che collega la Grande Gerusalemme alla città di Ma’aleh Adumim, tagliando in pratica in due la Cisgiordania, una priorità molto alta per i pianificatori d’Israele (in tutta la gamma), ma che solleva alcune obiezioni a Washington, così che Israele ha dovuto ricorrere a misure subdole per far avanzare il progetto.

La finzione dell’opposizione ha raggiunto un livello da farsa lo scorso febbraio, quando Obama ha opposto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che chiedeva l’ufficiale attuazione della politica degli Stati Uniti (aggiungendo anche l’osservazione incontrovertibile che gli insediamenti stessi sono illegali, oltre all’espansione). Da quel momento si è parlato poco di porre fine all’espansione degli insediamenti, che continuano, con studiata provocazione.

Così, quando rappresentanti israeliani e palestinesi si preparavano ad incontrarsi in Giordania nel gennaio 2011, Israele annunciava le nuove costruzioni a Pisgat Ze’ev e a Har Homa, aree della Cisgiordania che si dichiaravano essere all’interno dell’area di Gerusalemme, notevolmente ampliata, annessa, colonizzata, ed edificata come capitale di Israele, il tutto in diretta violazione delle disposizioni del Consiglio di Sicurezza.
Altre azioni portano avanti il grandioso progetto di separare qualunque enclave, che sarà rimasta all’amministrazione palestinese in Cisgiordania, dal centro culturale, commerciale, politico della vita palestinese nella passata Gerusalemme.

E’ comprensibile che i diritti dei palestinesi debbano essere marginalizzati nella politica e nel discorso statunitense. I palestinesi non hanno ricchezza o potere. Essi non offrono praticamente nulla agli interessi della politica americana; in realtà, essi hanno un valore negativo, come una seccatura che agita “la strada araba“.

Israele, al contrario, è un alleato prezioso. Si tratta di una società ricca con un’industria high-tech sofisticata, in gran parte militarizzata. Per decenni, è stato un alleato di grande valore militare e strategico, in particolare dal 1967, quando ha reso un grande servizio agli Stati Uniti e il suo alleato saudita distruggendo il “virus” nasseriano, stabilendo una “relazione speciale” con Washington in una forma che è rimasta da allora. E’ anche un centro in crescita per gli investimenti high-tech degli Stati Uniti. Di fatto, le industrie high tech e in particolare le militari, nei due paesi, sono strettamente legate.

A prescindere da tali elementari considerazioni di politiche di grande potenza come queste, ci sono fattori culturali che non dovrebbero essere ignorati. Il sionismo cristiano in Gran Bretagna e negli Stati Uniti precedette di molto il sionismo ebraico, ed è stato un rilevante fenomeno dell’elite con chiare implicazioni politiche (compresa la Dichiarazione Balfour, che vi si è ispirata). Quando il generale Allenby conquistò Gerusalemme durante la prima guerra mondiale, fu salutato dalla stampa americana come Riccardo Cuor di Leone, che aveva finalmente vinto le Crociate e sbattuto i pagani fuori della Terra Santa.

Il passo successivo è stato, per il Popolo Eletto, tornare alla terra, promessa loro dal Signore. Articolando una comune visione d’elite, il segretario agli Interni del presidente Franklin Roosevelt, Harold Ickes, descrisse la colonizzazione ebraica della Palestina come un risultato “senza confronti nella storia della razza umana.” Tali atteggiamenti trovano facilmente la loro collocazione all’interno delle dottrine della Provvidenza che sono state un forte elemento nella cultura popolare e dell’elite fin dalle origini del paese: la credenza secondo cui Dio abbia un piano per il mondo e che gli Stati Uniti lo stiano portando avanti sotto la guida divina, come enunciato da un lungo elenco di figure di spicco.

Inoltre, cristianesimo evangelico è una grande forza popolare negli Stati Uniti. Ancora più verso posizioni estremiste, il Cristianesimo evangelico della Fine dei tempi ha anche un’enorme diffusione popolare, rinvigorita dalla creazione di Israele nel 1948, rivitalizzata ancora di più dalla conquista del resto della Palestina nel 1967 – tutti segni che i tempi finali e la seconda venuta si stanno avvicinando.

Queste forze sono diventate particolarmente significative dagli anni di Reagan, come i repubblicani abbandonavano la pretesa di essere un partito politico nel senso tradizionale, mentre si dedicano, in quasi totale uniformità a ranghi serrati, a servire un piccola percentuale di super-ricchi e il settore dell’impresa. Tuttavia, il piccolo collegio elettorale che è offerto principalmente dal partito ristrutturato non può fornire voti, quindi loro devono rivolgersi altrove.

L’unica scelta è quella di mobilitare le tendenze che sono sempre state presenti, anche se raramente come forza politica organizzata: in primo luogo i nativisti frementi di paura e odio, e gli elementi religiosi, che sono estremisti secondo gli standard internazionali ma non negli Stati Uniti. Un risultato è la venerazione per le presunte profezie bibliche, quindi non solo sostegno ad Israele e alle sue conquiste e alla sua espansione, ma amore appassionato verso Israele, un’altra parte fondamentale della dottrina che deve essere intonata dai candidati repubblicani – con i democratici dietro, ancora una volta, non troppo indietro.

A parte questi fattori, non va dimenticato che la “Anglosfera” – la Gran Bretagna e le sue propaggini – è costituita da società coloniali formate da coloni, che sorsero sulle ceneri delle popolazioni indigene, represse o quasi sterminate. Le pratiche del passato devono essere state sostanzialmente corrette, nel caso degli Stati Uniti perfino stabilite anche dalla Divina Provvidenza. Di conseguenza vi è spesso una simpatia intuitiva per i figli d’Israele quandono si comportano analogamente. Ma in primo luogo, prevalgono gli interessi geostrategici ed economici, e la politica non è scolpita nella pietra.

La “minaccia” iraniana e la questione nucleare

Passiamo infine alla terza delle questioni principali affrontate nelle riviste dell’establishment citate in precedenza, la “minaccia iraniana“.
Tra l’élite e la classe politica viene generalmente considerata come la principale minaccia all’ordine mondiale – anche se non tra le popolazioni. In Europa, i sondaggi mostrano che Israele è considerata la principale minaccia alla pace. Nei paesi Medio Oriente-Nord Africa, questo status è condiviso con gli Stati Uniti, al punto che in Egitto, alla vigilia della rivolta di piazza Tahrir, l’80% riteneva che la regione sarebbe più sicura se l’Iran avesse armi nucleari. Gli stessi sondaggi rilevavano che solo il 10% ritenevano l’Iran una minaccia – a differenza dei dittatori al potere, che hanno le loro preoccupazioni.

Negli Stati Uniti, prima delle massicce campagne di propaganda degli anni scorsi, la maggioranza della popolazione era d’accordo con la maggior parte del mondo che, in quanto firmatario del Trattato di non proliferazione, l’Iran aveva il diritto di effettuare l’arricchimento dell’uranio. E anche oggi, una larga maggioranza preferisce i mezzi pacifici per trattare con l’Iran. C’è anche una forte opposizione ad un conflitto militare, se Iran e Israele fossero in guerra. Solo un quarto ritiene l’Iran, nel complesso, come una preoccupazione importante per gli Stati Uniti. Ma non è raro che ci sia un divario, spesso una voragine, a dividere l’opinione pubblica e la politica.

Ma perché mai l’Iran è considerata una tale colossale minaccia?
La questione viene raramente discussa, ma non è difficile trovare una risposta seria – anche se non, come di consueto, nei pronunciamenti febbrili. La risposta più autorevole è fornita dal Pentagono e dai servizi di intelligence nelle loro relazioni periodiche al Congresso sulla sicurezza globale. Essi riferiscono che l’Iran non costituisce una minaccia militare. La spesa militare è molto bassa anche per gli standard della regione, minuscola, naturalmente, in confronto con gli Stati Uniti.

L’Iran ha scarsa capacità di dispiegare forza. Le sue dottrine strategiche sono difensive, volte a scoraggiare un’invasione il tempo necessario perché la diplomazia possa agire. Se l’Iran sta sviluppando capacità di costruire armi nucleari, [le agenzie di intelligence americane ndr] riferiscono che sarebbero parte della sua strategia di deterrenza. Nessun analista serio ritiene che i religiosi al comando siano desiderosi di vedere il proprio paese e i beni vaporizzati,cosa che succederebbe immediatamente se giungessero anche solo vicino a dare inizio a una guerra nucleare. Ed è superfluo analizzare le ragioni per cui qualsiasi leadership iraniana sarebbe interessata alla deterrenza, vista la situazione.

Il regime è senza dubbio una grave minaccia per gran parte della propria popolazione – e in quanto a questo, purtroppo, non è l’unico. Ma il rischio principale per gli Stati Uniti e Israele è che l’Iran li disincentivi dal libero esercizio della violenza.
Un’ulteriore minaccia è che gli iraniani chiaramente cercano di estendere la loro influenza al vicino Iraq e in Afghanistan, e anche al di là. Quegli atti “illegittimi” sono definiti “destabilizzanti” (o peggio). Al contrario, l’imposizione forzata dell’influenza degli Stati Uniti su mezzo mondo, contribuisce alla “stabilità” e all’ordine, in conformità con il dogma su chi possiede il mondo.

E’ cosa oltremodo sensata cercar di impedire all’Iran di unirsi agli stati dotati di armi nucleari, compresi i tre che si sono rifiutati di firmare il Trattato di non proliferazione – Israele, India e Pakistan, i quali sono stati aiutati a sviluppare armi nucleari dagli Stati Uniti, e ancora vengono aiutati.
Non è impossibile avvicinarsi a questo obiettivo attraverso mezzi diplomatici pacifici.
Un approccio, che gode di enorme sostegno internazionale, è quello di avviare passi significativi verso la creazione di una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente, che comprenda Iran e Israele (e che si applichi anche alle forze Usa schierate lì), meglio ancora che si estende all’Asia meridionale.

Il sostegno a iniziative di quel tipo è così forte che l’amministrazione Obama è stato costretta ad accettare formalmente, ma con qualche riserva: soprattutto, che il programma nucleare di Israele non deve essere posto sotto l’ègida dell’Associazione Internazionale per l’Energia Atomica, e che nessuno Stato (vale a dire gli Stati Uniti) dovrebbe essere tenuto a rilasciare informazioni sugli “impianti nucleari israeliani e sulle attività, comprese informazioni relative ai precedenti trasferimenti nucleari a Israele.” Obama accetta anche la posizione di Israele che tale proposta deve essere subordinata ad un accordo di pace globale, che Stati Uniti e Israele possono continuare a ritardare a tempo indefinito.

Questo studio, naturalmente, è tutt’altro che esaustivo.
Tra i temi principali affrontati, non vi è lo spostamento della politica militare degli Stati Uniti verso la regione Asia-Pacifico, con i nuovi ampliamenti all’immenso sistema di basi militari in corso in questo momento, nell’isola di Jeju, al largo della Corea del Sud e nel nord-ovest dell’Australia, tutti elementi della politica di “contenimento della Cina“. Strettamente legata è la questione delle basi Usa a Okinawa, che la popolazione osteggia aspramente da molti anni, e costante emergenza nelle relazioni USA-Tokyo-Okinawa.

Rivelando quanto poco siano cambiate le tesi fondamentali, gli analisti strategici statunitensi descrivono il risultato dei programmi militari della Cina come un “classico dilemma sulla sicurezza, per cui i programmi militari e le strategie nazionali ritenute difensive dai loro progettisti, sono viste come una minaccia dall’altra parte“, scrive Paul Godwin dell’Istituto di Ricerca Politica Estera.
Il dilemma sulla sicurezza nasce sul controllo dei mari al largo delle coste della Cina. Gli Stati Uniti ritengono la propria politica di controllo di queste acque “difensiva”, mentre la Cina la considera come una minaccia; di conseguenza, la Cina ritiene le sue azioni nelle zone limitrofe “difensive”, mentre gli Stati Uniti le considerano come una minaccia. Nessuna discussione del genere è nemmeno immaginabile riguardo alle acque costiere degli Stati Uniti. Questo “classico dilemma sulla sicurezza” ha un senso, ancora una volta, se diamo per scontato che gli Stati Uniti abbiano il diritto di controllare la maggior parte del mondo e che la sicurezza degli Stati Uniti renda necessario qualcosa che si avvicina al controllo globale assoluto.

Sebbene le linee guida del dominio imperiale abbiano subito pochi cambiamenti, la capacità di attuarli è notevolmente diminuita, man mano che la distribuzione del potere è diventato maggiormente distribuito in un mondo che muta. Le conseguenze sono molteplici. E’, tuttavia, molto importante tener presente – purtroppo – che nessuna di queste conseguenze dirada le due nuvole nere che incombono su qualunque discorso sull’ordine globale: la guerra nucleare e la catastrofe ambientale, che letteralmente minacciano, entrambe,  la sopravvivenza dignitosa delle specie.

http://www.tomdispatch.com/post/175503/tomgram:_noam_chomsky,_imperial_hegemony_and_its_discontents/#more

La prima parte dello studio di Chomsky:
“Perdere” il Mondo – Il declino americano in prospettiva, parte 1

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  • The Imperial Way  American Decline in Perspective, Part 2

By Noam Chomsky

In the years of conscious, self-inflicted decline at home, “losses” continued to mount elsewhere.  In the past decade, for the first time in 500 years, South America has taken successful steps to free itself from western domination, another serious loss. The region has moved towards integration, and has begun to address some of the terrible internal problems of societies ruled by mostly Europeanized elites, tiny islands of extreme wealth in a sea of misery.  They have also rid themselves of all U.S. military bases and of IMF controls.  A newly formed organization, CELAC, includes all countries of the hemisphere apart from the U.S. and Canada.  If it actually functions, that would be another step in American decline, in this case in what has always been regarded as “the backyard.”

Even more serious would be the loss of the MENA countries — Middle East/North Africa — which have been regarded by planners since the 1940s as “a stupendous source of strategic power, and one of the greatest material prizes in world history.” Control of MENA energy reserves would yield “substantial control of the world,” in the words of the influential Roosevelt advisor A.A. Berle.

To be sure, if the projections of a century of U.S. energy independence based on North American energy resources turn out to be realistic, the significance of controlling MENA would decline somewhat, though probably not by much: the main concern has always been control more than access.  However, the likely consequences to the planet’s equilibrium are so ominous that discussion may be largely an academic exercise.

The Arab Spring, another development of historic importance, might portend at least a partial “loss” of MENA.  The US and its allies have tried hard to prevent that outcome — so far, with considerable success.  Their policy towards the popular uprisings has kept closely to the standard guidelines: support the forces most amenable to U.S. influence and control.

Favored dictators are supported as long as they can maintain control (as in the major oil states).  When that is no longer possible, then discard them and try to restore the old regime as fully as possible (as in Tunisia and Egypt).  The general pattern is familiar: Somoza, Marcos, Duvalier, Mobutu, Suharto, and many others.  In one case, Libya, the three traditional imperial powers intervened by force to participate in a rebellion to overthrow a mercurial and unreliable dictator, opening the way, it is expected, to more efficient control over Libya’s rich resources (oil primarily, but also water, of particular interest to French corporations), to a possible base for the U.S. Africa Command (so far restricted to Germany), and to the reversal of growing Chinese penetration.  As far as policy goes, there have been few surprises.

Crucially, it is important to reduce the threat of functioning democracy, in which popular opinion will significantly influence policy.  That again is routine, and quite understandable.  A look at the studies of public opinion undertaken by U.S. polling agencies in the MENA countries easily explains the western fear of authentic democracy, in which public opinion will significantly influence policy.

Israel and the Republican Party

Similar considerations carry over directly to the second major concern addressed in the issue of Foreign Affairs cited in part one of this piece: the Israel-Palestine conflict.   Fear of democracy could hardly be more clearly exhibited than in this case.  In January 2006, an election took place in Palestine, pronounced free and fair by international monitors.  The instant reaction of the U.S. (and of course Israel), with Europe following along politely, was to impose harsh penalties on Palestinians for voting the wrong way.

That is no innovation.  It is quite in accord with the general and unsurprising principle recognized by mainstream scholarship: the U.S. supports democracy if, and only if, the outcomes accord with its strategic and economic objectives, the rueful conclusion of neo-Reaganite Thomas Carothers, the most careful and respected scholarly analyst of “democracy promotion” initiatives.

More broadly, for 35 years the U.S. has led the rejectionist camp on Israel-Palestine, blocking an international consensus calling for a political settlement in terms too well known to require repetition.  The western mantra is that Israel seeks negotiations without preconditions, while the Palestinians refuse.  The opposite is more accurate.  The U.S. and Israel demand strict preconditions, which are, furthermore, designed to ensure that negotiations will lead either to Palestinian capitulation on crucial issues, or nowhere.

The first precondition is that the negotiations must be supervised by Washington, which makes about as much sense as demanding that Iran supervise the negotiation of Sunni-Shia conflicts in Iraq.  Serious negotiations would have to be under the auspices of some neutral party, preferably one that commands some international respect, perhaps Brazil.  The negotiations would seek to resolve the conflicts between the two antagonists: the U.S.-Israel on one side, most of the world on the other.

The second precondition is that Israel must be free to expand its illegal settlements in the West Bank.  Theoretically, the U.S. opposes these actions, but with a very light tap on the wrist, while continuing to provide economic, diplomatic, and military support.  When the U.S. does have some limited objections, it very easily bars the actions, as in the case of the E-1 project linking Greater Jerusalem to the town of Ma’aleh Adumim, virtually bisecting the West Bank, a very high priority for Israeli planners (across the spectrum), but raising some objections in Washington, so that Israel has had to resort to devious measures to chip away at the project.

The pretense of opposition reached the level of farce last February when Obama vetoed a Security Council resolution calling for implementation of official U.S. policy (also adding the uncontroversial observation that the settlements themselves are illegal, quite apart from expansion).  Since that time there has been little talk about ending settlement expansion, which continues, with studied provocation.

Thus, as Israeli and Palestinian representatives prepared to meet in Jordan in January 2011, Israel announced new construction in Pisgat Ze’ev and Har Homa, West Bank areas that it has declared to be within the greatly expanded area of Jerusalem, annexed, settled, and constructed as Israel’s capital, all in violation of direct Security Council orders.  Other moves carry forward the grander design of separating whatever West Bank enclaves will be left to Palestinian administration from the cultural, commercial, political center of Palestinian life in the former Jerusalem.

It is understandable that Palestinian rights should be marginalized in U.S. policy and discourse.  Palestinians have no wealth or power.  They offer virtually nothing to U.S. policy concerns; in fact, they have negative value, as a nuisance that stirs up “the Arab street.”

Israel, in contrast, is a valuable ally.  It is a rich society with a sophisticated, largely militarized high-tech industry.  For decades, it has been a highly valued military and strategic ally, particularly since 1967, when it performed a great service to the U.S. and its Saudi ally by destroying the Nasserite “virus,” establishing the “special relationship” with Washington in the form that has persisted since.  It is also a growing center for U.S. high-tech investment.  In fact, high tech and particularly military industries in the two countries are closely linked.

Apart from such elementary considerations of great power politics as these, there are cultural factors that should not be ignored.  Christian Zionism in Britain and the U.S. long preceded Jewish Zionism, and has been a significant elite phenomenon with clear policy implications (including the Balfour Declaration, which drew from it).  When General Allenby conquered Jerusalem during World War I, he was hailed in the American press as Richard the Lion-Hearted, who had at last won the Crusades and driven the pagans out of the Holy Land.

The next step was for the Chosen People to return to the land promised to them by the Lord.  Articulating a common elite view, President Franklin Roosevelt’s Secretary of the Interior Harold Ickes described Jewish colonization of Palestine as an achievement “without comparison in the history of the human race.” Such attitudes find their place easily within the Providentialist doctrines that have been a strong element in popular and elite culture since the country’s origins: the belief that God has a plan for the world and the U.S. is carrying it forward under divine guidance, as articulated by a long list of leading figures.

Moreover, evangelical Christianity is a major popular force in the U.S.  Further toward the extremes, End Times evangelical Christianity also has enormous popular outreach, invigorated by the establishment of Israel in 1948, revitalized even more by the conquest of the rest of Palestine in 1967 — all signs that End Times and the Second Coming are approaching.

These forces have become particularly significant since the Reagan years, as the Republicans have abandoned the pretense of being a political party in the traditional sense, while devoting themselves in virtual lockstep uniformity to servicing a tiny percentage of the super-rich and the corporate sector.  However, the small constituency that is primarily served by the reconstructed party cannot provide votes, so they have to turn elsewhere.

The only choice is to mobilize tendencies that have always been present, though rarely as an organized political force: primarily nativists trembling in fear and hatred, and religious elements that are extremists by international standards but not in the U.S.  One outcome is reverence for alleged Biblical prophecies, hence not only support for Israel and its conquests and expansion, but passionate love for Israel, another core part of the catechism that must be intoned by Republican candidates — with Democrats, again, not too far behind.

These factors aside, it should not be forgotten that the “Anglosphere” — Britain and its offshoots — consists of settler-colonial societies, which rose on the ashes of indigenous populations, suppressed or virtually exterminated.  Past practices must have been basically correct, in the U.S. case even ordained by Divine Providence.  Accordingly there is often an intuitive sympathy for the children of Israel when they follow a similar course.  But primarily, geostrategic and economic interests prevail, and policy is not graven in stone.

The Iranian “Threat” and the Nuclear Issue

Let us turn finally to the third of the leading issues addressed in the establishment journals cited earlier, the “threat of Iran.” Among elites and the political class this is generally taken to be the primary threat to world order — though not among populations.  In Europe, polls show that Israel is regarded as the leading threat to peace.  In the MENA countries, that status is shared with the U.S., to the extent that in Egypt, on the eve of the Tahrir Square uprising, 80% felt that the region would be more secure if Iran had nuclear weapons.  The same polls found that only 10% regard Iran as a threat — unlike the ruling dictators, who have their own concerns.

In the United States, before the massive propaganda campaigns of the past few years, a majority of the population agreed with most of the world that, as a signatory of the Non-Proliferation Treaty, Iran has a right to carry out uranium enrichment.  And even today, a large majority favors peaceful means for dealing with Iran.  There is even strong opposition to military engagement if Iran and Israel are at war.  Only a quarter regard Iran as an important concern for the U.S. altogether.  But it is not unusual for there to be a gap, often a chasm, dividing public opinion and policy.

Why exactly is Iran regarded as such a colossal threat? The question is rarely discussed, but it is not hard to find a serious answer — though not, as usual, in the fevered pronouncements.  The most authoritative answer is provided by the Pentagon and the intelligence services in their regular reports to Congress on global security.  They report that Iran does not pose a military threat.  Its military spending is very low even by the standards of the region, minuscule of course in comparison with the U.S.

Iran has little capacity to deploy force.  Its strategic doctrines are defensive, designed to deter invasion long enough for diplomacy to set it.  If Iran is developing nuclear weapons capability, they report, that would be part of its deterrence strategy.  No serious analyst believes that the ruling clerics are eager to see their country and possessions vaporized, the immediate consequence of their coming even close to initiating a nuclear war.  And it is hardly necessary to spell out the reasons why any Iranian leadership would be concerned with deterrence, under existing circumstances.

The regime is doubtless a serious threat to much of its own population — and regrettably, is hardly unique on that score.  But the primary threat to the U.S. and Israel is that Iran might deter their free exercise of violence.  A further threat is that the Iranians clearly seek to extend their influence to neighboring Iraq and Afghanistan, and beyond as well.  Those “illegitimate” acts are called “destabilizing” (or worse).  In contrast, forceful imposition of U.S. influence halfway around the world contributes to “stability” and order, in accord with traditional doctrine about who owns the world.

It makes very good sense to try to prevent Iran from joining the nuclear weapons states, including the three that have refused to sign the Non-Proliferation Treaty — Israel, India, and Pakistan, all of which have been assisted in developing nuclear weapons by the U.S., and are still being assisted by them.  It is not impossible to approach that goal by peaceful diplomatic means.  One approach, which enjoys overwhelming international support, is to undertake meaningful steps towards establishing a nuclear weapons-free zone in the Middle East, including Iran and Israel (and applying as well to U.S. forces deployed there), better still extending to South Asia.

Support for such efforts is so strong that the Obama administration has been compelled to formally agree, but with reservations: crucially, that Israel’s nuclear program must not be placed under the auspices of the International Atomic Energy Association, and that no state (meaning the U.S.) should be required to release information about “Israeli nuclear facilities and activities, including information pertaining to previous nuclear transfers to Israel.” Obama also accepts Israel’s position that any such proposal must be conditional on a comprehensive peace settlement, which the U.S. and Israel can continue to delay indefinitely.

This survey comes nowhere near being exhaustive, needless to say. Among major topics not addressed is the shift of U.S. military policy towards the Asia-Pacific region, with new additions to the huge military base system underway right now, in Jeju Island off South Korea and Northwest Australia, all elements of the policy of “containment of China.” Closely related is the issue of U.S. bases in Okinawa, bitterly opposed by the population for many years, and a continual crisis in U.S.-Tokyo-Okinawa relations.

Revealing how little fundamental assumptions have changed, U.S. strategic analysts describe the result of China’s military programs as a “classic ‘security dilemma,’ whereby military programs and national strategies deemed defensive by their planners are viewed as threatening by the other side,” writes Paul Godwin of the Foreign Policy Research Institute.  The security dilemma arises over control of the seas off China’s coasts.  The U.S. regards its policies of controlling these waters as “defensive,” while China regards them as threatening; correspondingly, China regards its actions in nearby areas as “defensive” while the U.S. regards them as threatening.   No such debate is even imaginable concerning U.S. coastal waters.  This “classic security dilemma” makes sense, again, on the assumption that the U.S. has a right to control most of the world, and that U.S. security requires something approaching absolute global control.

While the principles of imperial domination have undergone little change, the capacity to implement them has markedly declined as power has become more broadly distributed in a diversifying world.  Consequences are many.  It is, however, very important to bear in mind that — unfortunately — none lifts the two dark clouds that hover over all consideration of global order: nuclear war and environmental catastrophe, both literally threatening the decent survival of the species.

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