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Global Times
[12.03.2012] di Nima Khorrami ASSL *     (trad. di Levred per GilGuySparks)

Le osservazioni del segretario di stato americano, Hillary Clinton, la settimana scorsa al 40° anniversario del viaggio a Pechino dell’allora presidente Richard Nixon nel 1972, sono state di nuovo un’ennesima manifestazione e giustificazione della strategia “cardine” dell’amministrazione Obama, un lucido tentativo di limitare la crescita della Cina, mentre la “minaccia islamista” scivola poco a poco in secondo piano nei discorsi della politica estera provenienti da Washington.
Ciò che dovrebbe essere il punto focale dell’analisi sono le parole di Clinton sulla necessità per Pechino “di andare oltre per abbracciare pienamente il suo nuovo ruolo nel mondo” con “la sottoscrizione di un sistema internazionale basato su regole“.
Tale formulazione dà l’impressione che la Cina ignori norme e procedure internazionali nella sua conduzione della politica estera. Ma l’ascesa della Cina è stata in gran parte il risultato dei suoi sforzi per adattarsi alla normativa della diplomazia e del commercio internazionale perlopiù definita e articolata dagli Stati Uniti.

Irremovibile per non replicare gli errori delle grandi potenze precedenti, l’idea di un sistema di regole internazionali è stato coniato negli ambienti strategici degli Stati Uniti all’indomani della prima guerra mondiale, come il modo più efficace per garantire un ruolo perpetuo globale agli Stati Uniti, se Washington avesse definito e quindi istituzionalizzato le regole del gioco.

A tal fine, furono fondate varie organizzazioni internazionali, quali ONU, FMI, Banca mondiale e NATO, ognuna delle quali si occupa di tenere conferenze e assistere i paesi sui vantaggi e sui modi in cui essi devono applicare la democrazia e la liberalizzazione del mercato.

Durante la Guerra Fredda, Washington cercava un accordo istituzionale con le nazioni interessate. Gli Stati Uniti hanno offerto garanzie di sicurezza e lucrosi accordi commerciali in cambio della loro accettazione e del rispetto delle norme delle istituzioni a sponsorizzazione statunitense. Fiduciosa della sua potenza militare ed economica senza rivali, in seguito al crollo sovietico nel 1991, tuttavia, Washington ha perso il suo appetito per il multilateralismo e ha cominciato a manipolare, e a volte resistere, alle norme stesse e alle istituzioni che aveva creato.

Eppure, l’approccio basato su regole è ancora una volta giunto alla ribalta a livello finanziario dall’elezione di Obama, con Washington decisa ad impiegarlo come risposta al proprio declino geopolitico e all’ascesa della Cina, anche se così facendo gli costerebbe una riduzione della sua autonomia politica e della capacità di esercitare il potere. L’attrattiva di un ordine basato su regole per gli Stati Uniti sta nel fatto che un tale ordine potrebbe bloccare la Cina in orientamenti politici stabili e prevedibili, costringendola ad operare all’interno di un insieme di regole e istituzioni che servono interessi a lungo termine degli Stati Uniti.


In teoria, la Cina non ha obiezioni ad un sistema internazionale basato su regole. In effetti, la Cina è del tutto favorevole alla creazione di un tale sistema, perché non persegue la leadership mondiale, ma la cooperazione multilaterale e l’armonia mondiale nel rifiuto dell’unilateralismo.

Tuttavia, la Cina chiede una nuova serie di regole che non solo riflettano le nuove realtà del mondo d’oggi, ma, anche, che non consentano alle nazioni di scavalcare le leggi a piacimento. Ciò richiede a sua volta che gli Stati Uniti lavorino con e non contro la Cina e altre nazioni in via di sviluppo allo scopo di articolare nuove regole.

Dopo aver subito l’umiliazione da parte di aggressori stranieri, c’è solo un tipo di sovranità nazionale che interessa alla Cina, la sovranità assoluta.

Ma gli Stati Uniti e i loro alleati sostengono varie nozioni di sovranità nazionale che vanno da quella limitata a quella assoluta con quest’ultima che giustifica sanzioni, isolamento, e certamente l’azione militare umanitaria.

Sebbene sia Cina che Stati Uniti condividano un’opinione generale che “comportamenti responsabili” e “interessi legittimi” dovrebbero essere definiti, in primo luogo, in conformità degli interessi nazionali, Washington e i media statunitensi demonizzano gli altri paesi ogni qual volta gli interessi nazionali degli stessi hanno scelto di prendere posizioni contrarie agli interessi statunitensi.

L’esempio più recente di questo è l’attuale drammatizzazione dei media occidentali in merito al veto della Cina e della Russia sulla risoluzione riguardante la Siria al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre rimangono in silenzio sul ripetuto veto statunitense sulle risoluzioni delle Nazioni Unite di critica a Israele.

Queste forti differenze concettuali hanno radici nei distinti trascorsi di Stati Uniti e Cina, nelle diverse tradizioni filosofiche e in una differente comprensione della giustizia e dell’equità.

Nessuna delle due parti è in grado di determinare se il gioco finale dell’altro sia un compromesso o un confronto.

* L’autore,Nima Khorrami, è un analista sulla sicurezza al Transnational Crisis Project di Londra.

http://www.globaltimes.cn/NEWS/tabid/99/ID/699761/US-breaks-self-made-rules-of-global-order.aspx

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  • U.S. Breaks Self-Made Rules Of Global Order
March 12, 2012

Global Times
March 12, 2012

By Nima Khorrami Assl*

US Secretary of State Hillary Clinton’s remarks last week at the 40th anniversary of then President Richard Nixon’s 1972 trip to Beijing were yet another manifestation of and justification for the Obama administration’s “pivot” strategy; a sober attempt at restricting China’s rise as the “Islamist threat” gradually takes a back seat in foreign policy discourses emanating from Washington.

What should be the focal point of analysis is Clinton’s words about the need for Beijing “to go further to fully embrace its new role in the world” by “signing on to a rules-based” international system.

Such wording gives the impression that China disregards international rules and procedures in its conduct of foreign policy. But China’s rise has been largely a result of its efforts to accommodate itself to the largely US-defined and articulated rules of diplomacy and international commerce.

Adamant not to replicate the mistakes of previous great powers, the idea of a rules-based international system was first coined in US strategic circles in the aftermath of World War I as the most effective way to ensure a perpetual global role for the US, if Washington defined and then institutionalized the rules of the game.

To this end, various international organizations, such as the UN, IMF, the World Bank and NATO, were established, all of which tend to lecture and assist countries on the virtues and ways in which they should implement democracy and market liberalization.

During the Cold War, Washington sought an institutional bargain with interested nations. The US offered security guarantee and lucrative trade deals in return for their acceptance of and compliance with the norms of US-sponsored institutions. Confident of its unrivaled military and economic might in the aftermath of the Soviet collapse in 1991, however, Washington lost its appetite for multilateralism and began to manipulate, and at times resist, the very same rules and institutions that it had put in place.

Yet, the rules-based approach has once again come financially to the fore since Obama’s election with Washington keen on employing it as a response to its own geopolitical decline and China’s rise, even though doing so would cost it a reduction in its own policy autonomy and ability to exercise power. The attraction of the rules-based order for the US is that such an order could lock China into stable and predictable policy orientations by forcing it to operate within a set of rules and institutions that serve long-term US interests.

In theory, China has no objection to a rules-based international system. In fact, China is all for the establishment of such a system because it does not seek global leadership but multilateral cooperation and world harmony in rejection of unilateralism.

Nevertheless, China demands a new set of rules that not only reflect the new realities of today’s world, but also disallow nations from bypassing laws at will. This in turn requires the US to work with and not against China and other developing nations to articulate new rules.

Having suffered humiliation in the hands of foreign aggressors, there is only one type of national sovereignty as far as China is concerned, absolute sovereignty.

But the US and its allies advocate various notions of national sovereignty ranging from limited to absolute with the latter justifying sanctions, isolation, and indeed humanitarian military action.

Although both China and the US share a consensus that “responsible behavior” and “legitimate interests” should be defined, first and foremost, in accordance to national interests, Washington and the US media demonize other countries whenever their national interests have opted them to take stances contrary to US interests.

The most recent example of this is the ongoing Western media drama over the China and Russia veto of the UNSC resolution on Syria, while remaining silent on the repeated US veto of UN resolutions critical of Israel.

Such sharp conceptual differences have roots in the US and China’s distinct pasts, philosophical traditions, and understanding of justice and fairness.

Neither side can determine whether the other’s end game is accommodation or confrontation.

http://www.globaltimes.cn/NEWS/tabid/99/ID/699761/US-breaks-self-made-rules-of-global-order.aspx

*The author is a security analyst at Transnational Crisis Project, London.

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