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University of Cambridge
[29.03.2012]                                  (trad. di Levred per GilGuySparks)

Un nuovo studio rivela come una politica economica radicale messa a punto da economisti occidentali abbia messo gli ex stati sovietici sulla strada della bancarotta e della corruzione.

Questo studio dimostra che il programma di privatizzazione più radicale della storia ha fatto fallire i paesi che si riprometteva di aiutare. Le lezioni delle conseguenze non volute in Russia suggeriscono che dovremmo procedere con grande cautela in sede di attuazione di riforme economiche non testate”  – Lawrence KingE’ stata divulgata da ricercatori una nuova analisi che mostra come le politiche radicali sostenute dagli economisti occidentali hanno contribuito a mandare in bancarotta la Russia e gli altri paesi ex sovietici dopo la guerra fredda.

Lo studio, condotto da accademici dell’Università di Cambridge, è il primo a tracciare un legame diretto tra i programmi di privatizzazione di massa, adottati da diversi Stati dell’ex Unione Sovietica, e il fallimento economico e la corruzione che ne seguì.

Ideata principalmente da economisti occidentali, la privatizzazione massiccia era una politica radicale per privatizzare rapidamente gran parte delle economie di paesi come la Russia durante i primi anni 1990. Tale politica fu spinta fortemente dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS). Il suo scopo era quello di garantire una rapida transizione verso il capitalismo, prima che simpatizzanti dei soviet potessero riprendere le redini del potere.

Invece del boom economico previsto, quello che seguì in molti paesi ex-comunisti è stata una grave recessione, alla pari della Grande Depressione degli Stati Uniti e dell’Europa nel 1930. I motivi del collasso economico e della povertà alle stelle in Europa orientale, tuttavia, non sono mai stati pienamente compresi. Né i ricercatori sono stati in grado di spiegare perché questo sia accaduto in alcuni paesi, come la Russia, ma non in altri, come l’Estonia.

Alcuni economisti sostengono che la privatizzazione massiccia avrebbe funzionato se fosse stata applicata ancora più rapidamente ed estesamente. Al contrario, altri sostengono che, sebbene la privatizzazione massiccia sia stata la giusta politica, non erano state soddisfatte le condizioni iniziali per farla funzionare bene.
Inoltre, alcuni studiosi suggeriscono che il vero problema aveva più a che fare con le riforme politiche.

Scrivendo sul nuovo numero di aprile dell’American Sociological Review, Lawrence King e David Stuckler dell’Università di Cambridge e Patrick Hamm della Harvard University, esaminano per la prima volta l’idea che l’attuazione della privatizzazione massiva fosse collegata al peggioramento dei risultati economici, sia per le imprese individuali che per le intere economie. Più fedelmente i paesi hanno adottato tale politica, tanto più hanno sopportato criminalità economica, corruzione e fallimento economico. Questo è accaduto, sostiene lo studio, perché la stessa politica [economica] ha minato il funzionamento dello Stato e ha esposto fasce dell’economia alla corruzione.

Il rapporto reca anche un avvertimento per l’età moderna: “una privatizzazione rapida ed estesa è stata promossa da alcuni economisti per risolvere le crisi del debito in corso in Occidente e per contribuire a realizzare una riforma nelle economie del Medio Oriente e del Nord Africa“, ha detto King. “Questo studio dimostra che il programma di privatizzazione più radicale della storia ha fatto fallire i paesi che si riprometteva di aiutare. Le lezioni delle conseguenze non volute in Russia suggeriscono che dovremmo procedere con grande cautela in sede di attuazione di riforme economiche non testate“.

La privatizzazione massiva fu adottata in circa la metà degli ex paesi comunisti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. A volte nota come “la privatizzazione del coupon“, ha comportato la distribuzione ai cittadini comuni di buoni che potevano poi essere riscattati come azioni nelle imprese nazionali. In pratica, poche persone capirono tale politica e la maggior parte erano disperatamente poveri, così vendettero i loro buoni il più rapidamente possibile. In paesi come la Russia, questo permise a profittatori di acquistare azioni e conquistare gran parte del nuovo settore privato.

I ricercatori sostengono che la privatizzazione di massa non riuscì per due motivi principali. In primo luogo ha minato lo stato rimuovendo la base del reddito – i profitti derivanti da imprese di proprietà statale che esistevano sotto il regime sovietico – e la loro capacità di regolare l’economia di mercato emergente.
In secondo luogo, la privatizzazione massiva ha creato imprese prive di proprietà e di guida strategica, aprendole a proprietari corrotti che hanno spogliato le attività e non sono riusciti a sviluppare le loro imprese. “Il risultato è stato un circolo vizioso di uno stato e di un’economia in fallimento“, ha detto King.

Per verificare questa ipotesi, King, Stuckler e Hamm hanno comparato le sorti tra il 1990 e il 2000 di 25 paesi ex-comunisti, tra i quali, stati che hanno massiciamente privatizzato e altri che non lo hanno fatto. Sono stati anche esaminati i dati di rilevamento della Banca mondiale di manager provenienti da oltre 3.500 imprese in 24 paesi post-comunisti.
I risultati mostrano un legame diretto e coerente tra privatizzazione massiva, calo delle entrate fiscali dello Stato e peggiore crescita economica. Tra il 1990 e il 2000, la spesa pubblica è stata di circa il 20% più bassa nei paesi in via di privatizzazione massiva rispetto a quelli che hanno subito una forma graduale di cambiamento. Questo era il caso persino dopo che i ricercatori hanno fatto aggiustamenti per le riforme politiche, per altre riforme economiche, per la presenza di petrolio e altre condizioni iniziali di transizione.
Allo stesso modo, stati che privatizzarono massicciamente, registrarono, dopo che il programma venne attuato, una flessione media del PIL pro capite superiore a più del 16% rispetto a quello dei paesi che non privatizzarono massicciamente.

Le analisi delle imprese individuali hanno rivelato che tra i paesi in via di privatizzazione massiccia, le imprese privatizzate a detentori nazionali hanno avuto maggiori rischi di corruzione economica. Il 78% delle società private nazionali in questi paesi era più probabile, rispetto alle imprese statali, che ricorressero al baratto, piuttosto che alle transazioni monetarie. Questo si è rivelato essere il caso, anche dopo che i ricercatori corressero i dati per le caratteristiche d’impresa, di mercato e settore, in aggiunta alla possibilità che le imprese a peggiore rendimento fossero quelle privatizzate.

Lo studio ha anche rivelato che tali imprese privatizzate erano meno propense a pagare le tasse – un fattore critico per l’accertamento del fallimento della politica, che gli economisti occidentali avevano previsto generasse ricchezza privata che sarebbe potuta essere tassata e reinvestita nello stato. Tuttavia, le imprese che sono state privatizzate a proprietari stranieri erano molto meno propense a impegnarsi in baratti e ad accumulare tasse arretrate.

La nostra analisi suggerisce che quando si elaborano delle riforme economiche, in particolare volte a sviluppare il settore privato, la tutela delle entrate pubbliche e la capacità dello stato dovrebbe essere una priorità“, aggiungono gli autori.
Contare su un’esplosione futura di produttività proveniente da un’economia privata ristrutturata per compensare il calo dei redditi è una proposta rischiosa.

http://www.cam.ac.uk/research/news/a-policy-of-mass-destruction/

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  • A policy of mass destruction

University of Cambridge
[29.03.2012]

A new study reveals how a radical economic policy devised by western economists put former Soviet states on a road to bankruptcy and corruption.


A new analysis showing how the radical policies advocated by western economists helped to bankrupt Russia and other former Soviet countries after the Cold War has been released by researchers.

The study, led by academics at the University of Cambridge, is the first to trace a direct link between the mass privatisation programmes adopted by several former Soviet states, and the economic failure and corruption that followed.

Credit: Rios via Wikimedia Commons.

Devised principally by western economists, mass privatisation was a radical policy to privatise rapidly large parts of the economies of countries such as Russia during the early 1990s. the policy was pushed heavily by the International Monetary Fund, the World Bank and the European Bank for Reconstruction and Development (EBRD). Its aim was to guarantee a swift transition to capitalism, before Soviet sympathisers could seize back the reins of power.

Instead of the predicted economic boom, what followed in many ex-Communist countries was a severe recession, on a par with the Great Depression of the United States and Europe in the 1930s. The reasons for economic collapse and skyrocketing poverty in Eastern Europe, however, have never been fully understood. Nor have researchers been able to explain why this happened in some countries, like Russia, but not in others, such as Estonia.

Some economists argue that mass privatisation would have worked if it had been implemented even more rapidly and extensively. Conversely, others argue that although mass privatisation was the right policy, the initial conditions were not met to make it work well. Further still, some scholars suggest that the real problem had more to do with political reform.

Writing in the new, April issue of the American Sociological Review, Lawrence King and David Stuckler from the University of Cambridge and Patrick Hamm, from Harvard University, test for the first time the idea that implementing mass privatisation was linked to worsening economic outcomes, both for individual firms, and entire economies. The more faithfully countries adopted the policy, the more they endured economic crime, corruption and economic failure. This happened, the study argues, because the policy itself undermined the state’s functioning and exposed swathes of the economy to corruption.

The report also carries a warning for the modern age: “Rapid and extensive privatisation is being promoted by some economists to resolve the current debt crises in the West and to help achieve reform in Middle Eastern and North African economies,” said King. “This paper shows that the most radical privatisation programme in history failed the countries it was meant to help. The lessons of unintended consequences in Russia suggest we should proceed with great caution when implementing untested economic reforms.”

Mass privatisation was adopted in about half of former Communist countries after the Soviet Union’s collapse. Sometimes known as “coupon privatisation”, it involved distributing vouchers to ordinary citizens which could then be redeemed as shares in national enterprises. In practice, few people understood the policy and most were desperately poor, so they sold their vouchers as quickly as possible. In countries like Russia, this enabled profiteers to buy up shares and take over large parts of the new private sector.

The researchers argue that mass privatization failed for two main reasons. First, it undermined the state by removing its revenue base – the profits from state-owned enterprises that had existed under Soviet rule – and its ability to regulate the emerging market economy. Second, mass privatization created enterprises devoid of strategic ownership and guidance by opening them up to corrupt owners who stripped assets and failed to develop their firms. “The result was a vicious cycle of a failing state and economy,” King said.

To test this hypothesis, King, Stuckler and Hamm compared the fortunes between 1990 and 2000 of 25 former Communist countries, among them states that mass-privatised and others that did not. World Bank survey data of managers from more than 3,500 firms in 24 post-communist countries was also examined.

The results show a direct and consistent link between mass privatisation, declining state fiscal revenues, and worse economic growth. Between 1990 and 2000, government spending was about 20% lower in mass privatising countries than in those which underwent a steadier form of change. This was the case even after the researchers adjusted for political reforms, other economic reforms, the presence of oil, and other initial transition conditions.

Similarly, mass privatising states experienced an average dip in GDP per capita more than 16% above that of non mass-privatising countries after the programme was implemented.

The analysis of individual firms revealed that among mass-privatising countries, firms privatised to domestic owners had greater risks of economic corruption. Private domestic companies in these countries were 78% more likely than state-owned companies to resort to barter rather than monetary transactions. This was revealed to be the case after the researchers had corrected the data for firm, market and sector characteristics, as well as the possibility that the worst performing firms were the ones privatised.

The study also revealed that such privatised firms were less likely to pay taxes – a critical factor in ensuring the failure of the policy, which western economists predicted would generate private wealth that could be taxed and ploughed back into the state. However, firms that were privatised to foreign owners were much less likely to engage in barter and accumulate tax arrears.

“Our analysis suggests that when designing economic reforms, especially aiming to develop the private sector, safeguarding government revenues and state capacity should be a priority,” the authors add. “Counting on a future burst of productivity from a restructured, private economy to compensate for declining revenues is a risky proposition.”

http://www.cam.ac.uk/research/news/a-policy-of-mass-destruction/

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