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[04.04.2013] di Awad Abdel Fattah*           (trad. di Levred per GilGuySparks)

Sono stato fortunato questa settimana. Ho avuto un passaggio rapido e comodo dalla Giordania in Israele. Nessun ritardo, nessuna domanda, nessuna ricerca invasiva sul mio corpo e nessuna lunga perquisizione del mio bagaglio.
La guardia di frontiera seduta accanto al computer ha preso il mio passaporto, lo ha aperto e ha guardato lo schermo, probabilmente per verificare la presenza di qualsiasi avviso speciale. A differenza di precedenti occasioni, lei non ha lasciato il suo posto e non è scomparsa in un’altra stanza a prendere le istruzioni su cosa fare dopo. Lei mi ha semplicemente restituito il passaporto e io ho camminato fuori verso la mia macchina.

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Da anni, in quasi ogni occasione, sono stato regolarmente rallentato e molestato senza alcun motivo apparente al mio ritorno in Israele da una conferenza o da un viaggio personale, cose che faccio con sempre minore frequenza, dato il trattamento nei miei confronti da parte di questi funzionari.

Un mese fa sono passato attraverso l’umiliante routine al mio ritorno da Amman.
Mi è impossibile lasciar passare la procedura senza rispondere. Può darsi, fosse questo precedente acceso scambio ad aver sospeso questa settimana, anche se brevemente, la mia prevista razione di umiliazione.

In quella precedente occasione, come spesso accadeva prima, sono finito in una discussione con due uomini della “sicurezza” dello Shin Bet. (Scontri simili si verificano quando arrivo o lascio l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv.)
Dopo un’ora di inutili ritardi, i due mi chiesero di mettere la mia borsa su un banco rialzato. Uno di loro la aprì e cominciò bruscamente a cercare il contenuto: alcuni vestiti e due libri.

Ho protestato con rabbia: “Perché non lo fa più dolcemente?”

Mi rispose con finta calma: “Deve accettare tutto ciò che accade qui di buon grado.”

Ho risposto: “Come posso accettare un trattamento razzista e un’umiliazione di buon grado?”

L’altro uomo, infastidito dal commento, interruppe ad alta voce: “Dimmi, perché ci odi?

Quindi, il confronto si sviluppò in un botta e risposta di accuse, con un sotto testo di politica.

Io risposi: “Chi odia chi, me o te?”

Lui disse: “Ho letto i tuoi scritti e tu ci odi.

Replicai: “Odio il vostro razzismo, e il modo umiliante di trattare me e il mio popolo.

Rabbiosamente, dichiarò: “Vai nei paesi arabi e vedrai cosa ti succederà lì.

Questa affermazione, regolarmente pronunciata dagli ebrei israeliani, mi irritava. Voleva cancellare le differenze tra la nostra situazione come palestinesi in Israele e quella di altri “arabi” nei paesi arabi, come un modo per giustificare le politiche razziste del suo paese e di metterci a tacere. L’implicazione del suo confronto era che non siamo il popolo indigeno della Palestina e che Israele ci sta facendo un favore “permettendoci” di esprimere le nostre opinioni e votare.

Ciò richiede di ignorare la lunga storia di oppressione politica di Israele.
Io stesso fui convocato per un interrogatorio, quando avevo 14 anni, dopo aver indossato una t-shirt con una scritta nera che lamentava la morte del leader arabo allora più popolare, il presidente egiziano Jamal Abdel Nasser. La persecuzione continuò, sia contro di me che contro la mia famiglia, perché noi, come molti altri, esprimemmo la nostra opposizione al regime israeliano e ci identificammo con la lotta del nostro popolo palestinese contro la politica di israelizzazione (distruzione della nostra identità nazionale) e giudaizzazione (confisca su vasta scala delle terre dei palestinesi che sono cittadini dello stato).

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Gli anni ’80 sono stati testimoni della più dura campagna contro il movimento politico democratico laico (fui da allora un membro anziano di – Abnaa al-Balad, o Figli del villaggio ) e contro di me e la mia famiglia.
Una volta, nel 1983, fui fatto marciare da tre agenti dello Shin Bet fuori dall’ufficio del giornale dove lavoravo e fui picchiato brutalmente in un furgone della polizia. Più tardi, nel quartier generale della polizia, mi è stato emesso un ordine amministrativo firmato dal ministro della pubblica sicurezza, il divieto per me di entrare nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

Torno al nostro scambio. Ho detto: “Siete voi che dovreste ritornare da dove siete venuti. Siete colonizzatori europei, siete venuti qui come invasori.

Il suo volto divenne rosso per l’indignazione. “Mio nonno è nato qui e lui non è venuto dall’Europa.

Beh, se tuo nonno era qui prima dell’invasione, quindi deve essere un palestinese come me, e come migliaia di ebrei palestinesi che erano qui tutto il tempo e hanno vissuto pacificamente con altri palestinesi. Ma se lui e i suoi figli hanno preso parte alla colonizzazione del mio paese e ucciso il mio popolo, e continuano a portare armi, dunque, per quanto mi riguarda, sono nemici, miei nemici, della giustizia e dei valori umani.

L’altro uomo della sicurezza intervenne: “Non mi tratteresti allo stesso modo se i nostri ruoli fossero invertiti?

Dissi: “No, non lo farei.

Chiese perché.

Perché sono un essere umano.

Irritato, mi chiese: “Non sono io un essere umano?

No, non lo sei.

Egli si indignò: “Ce l’hai con me in maniera personale?

Dissi: “No, io non sono contro di te come persona, o come ebreo. Per me, tutti i popoli del mondo sono uguali, ma io sono contro di te, perché tu sei razzista, e rappresenti un regime coloniale e razzista che ha distorto voi e la maggior parte della vostra società.

Guardò la borsa, apparentemente incerto su cosa fare dopo.

Continuai: “Sai per cosa lotta il mio partito?

No“, rispose lui, con noncuranza.

Ma io insistetti nel spiegare: “Stiamo lottando non solo per liberare il popolo palestinese dall’occupazione e dal regime di segregazione razzista di Israele, ma anche per liberarvi dalla malattia del razzismo, in modo che possiate smettere di infliggere il male su di me e su milioni di persone che sono i nativi di questo paese. E poi si può vivere insieme in modo ugualitario e pacifico.

Lui si mosse a disagio a sinistra e a destra, mentre l’altro uomo riprese a cercare nella mia borsa, spingendo la sua mano in profondità.

Trovò un opuscolo e chiese di cosa si trattasse.

Dissi: “Ho scritto questo recentemente per spiegare come io e altri pensiamo che gli arabi palestinesi e gli ebrei israeliani dovrebbero vivere insieme sotto lo stesso regime democratico in un unico stato. E’ un’alternativa umanistica e democratica alla vostra occupazione, alla colonizzazione e all’apartheid. A proposito, lo puoi prendere come regalo.

Disse: “No, grazie, ho letto tutto quello che scrivi, e le vostre opinioni sono estremiste e a noi ostili.”

Dissi: “Non sei disposto ad ascoltare il nostro punto di vista. Tu sei razzista.

Lui rispose: “Io non sono razzista, io sono di sinistra.

Gli chiesi scettico: “Puoi dirmi cosa intendi per sinistra? Sei un sionista di sinistra.  La sinistra, come io la conosco, è contro il razzismo e si identifica con i valori universali di uguaglianza tra tutti gli esseri umani e di giustizia sociale. Il sionista di sinistra non difende tali valori.

Entrambi rimanemmo in silenzio per un momento. Ma ripresi di nuovo come tornò a cercare nella mia borsa. “Senti, mi parlate sempre in ebraico. Voi non conoscete l’arabo. Non si insegna l’arabo nelle scuole israeliane, anche se il 20 per cento dei cittadini dello stato sono arabi. Non solo, ma anche se vivete nel cuore del mondo arabo non volete essere parte della regione. Vi ostinate a rimanere parte dell’Occidente.

Lui disse: “Conosco l’arabo. Sono stato immatricolato (nello Shin Bet ndt) in arabo.

Dissi: “Questa è un’ulteriore prova che sei un razzista e un colonizzatore“.

In che senso?

Risposi: “Sappiamo che chi vuole essere impiegato dallo Shin Bet deve conoscere bene l’arabo. Ciò che ti ha spinto a imparare l’arabo era la necessità di opprimermi, di sapere come continuare a controllarmi. Non perché tu e i tuoi colleghi desiderino conoscere la civiltà araba, o per comunicare con essa o con il popolo arabo e per far avanzare una convivenza reale.

Alla fine, fermò la ricerca. Sembrava come se avesse esaurito le cose da dire. Conosco molto bene i sentimenti contrastanti della sinistra sionista. A differenza della destra e dell’estrema destra, che sono chiari nel loro punto di vista circa i diritti dei palestinesi, la sinistra sionista è intrappolata dal loro desiderio di democrazia e dall’adesione allo stato ebraico e il conseguente regime di segregazione.

Mentre mi consentiva di uscire, mi diede uno sguardo di cui non son riuscito a comprendere il significato.

*Awad Abdel Fattah è il segretario generale del National Democratic Assembly Party in Israele, noto anche come Balad, che ha tre membri eletti alla Knesset.

http://mrzine.monthlyreview.org/2013/af040413.html

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  • Just Another Shin Bet Interrogation

[04.04.2013] by Awad Abdel Fattah

I was fortunate this week.  I had a quick and easy crossing from Jordan back into Israel.  No delays, no questions, no invasive body searches and no lengthy rummaging through my luggage.  The border guard sitting next to the computer took my passport, opened it and looked at the screen, presumably to check for any special alert.  Unlike previous occasions, she didn’t leave her seat and disappear into another room to take instructions on what to do next.  She simply handed back the passport, and I walked outside to my car.

For years, on almost every occasion, I have been routinely delayed and harassed for no apparent reason upon my return to Israel, whether following a speaking engagement or a personal trip, which I do with increasing infrequency given my treatment by these officials.

A month ago I went through the humiliating routine on my return from Amman.  I find it impossible to let the procedure pass without responding.  Possibly, it was this previous, heated exchange that suspended, if only briefly, my expected round of humiliation this week.

On that earlier occasion, as so often before, I ended up in an argument with two “security” men from the Shin Bet.  (Similar confrontations occur when I arrive at or leave from Tel Aviv’s Ben Gurion airport.)  After an hour of unnecessary delays, the two asked me to put my bag on a raised bench.  One of them opened it and roughly began searching the contents: some clothes and two books.

I protested angrily: “Why don’t you do that more gently?”

He answered with a feigned calm: “You must accept everything that happens here in a nice way.”

I responded: “How can I deal with racist treatment and humiliation in a nice way?”

The other man, annoyed by the comment, interrupted loudly: “Tell me, why do you hate us?”

Next, the confrontation developed into a back-and-forth of accusations, with a subtext of politics.

I answered: “Who hates whom, me or you?”

He said: “I read your writings and you hate us.”

I replied: “I hate your racism, and the humiliating way you treat me and my people.”

Angrily, he declared: “Go to the Arab countries and you will see what will happen to you there.”

This statement, regularly uttered by Israeli Jews, irritated me.  He wanted to erase the differences between our situation as Palestinians in Israel and that of other “Arabs” in Arab countries as a way to justify his country’s racist polices and to silence us.  The implication of his comparison was that we are not the indigenous people of Palestine and that Israel is doing us a favor by “allowing” us to express our opinions and vote.

That requires ignoring Israel’s long history of political oppression.  I myself was first summoned for interrogation when I was 14 years old, after I wore a T-shirt with black lettering lamenting the death of the then most popular Arab leader, Egypt’s President Jamal Abdel Nasser.  The persecution continued, both against myself and my family, because we, like many others, voiced our opposition to the Israeli regime and identified with the struggle of our Palestinian people against the policy of Israelization (destroying our national identity) and Judaization (confiscating on a mass scale the lands of Palestinians who are citizens of the state).

The 1980s witnessed the harshest campaign against the secular democratic political movement I was by then a senior member of — Abnaa al-Balad, or Sons of the Village — and against me and my family.  Once, in 1983, I was marched by three Shin Bet officers out of the newspaper office where I worked and beaten brutally in a police van.  Later in the police headquarters, I was issued with an administrative order signed by the public security minister, banning me from entering the West Bank and the Gaza Strip.

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Back to our exchange. I said: “It is you who should go to wherever you came from.  You are a European colonizer, you came here as an invader.”

His face grew red with indignation.  “My grandfather was born here and he didn’t come from Europe.”

“Well, if your grandfather was here before the invasion, so he must be a Palestinian like me, and like thousands of Palestinian Jews who were here all the time and lived peacefully with other Palestinians.  But if he and his children participated in colonizing my country and killing my people, and continue to carry arms, then as far as I am concerned they are enemies — enemies of me, of justice and of human values.”

The other security man intervened: “Wouldn’t you treat me the same way if our roles were reversed?”

I said: “No, I wouldn’t.”

He asked why.

“Because I am a human being.”

Irritated, he asked: “Am I not a human being?”

“No, you are not.”

He became angry: “Are you against me personally?”

I said: “No, I am not against you as a person, or as a Jew.  For me, all peoples of the world are equal.  But I am against you because you are racist, and you represent a colonial and racist regime which has deformed you and most of your society.”

He looked down at the bag, seemingly unsure what to do next.

I continued: “Do you know what my party is struggling for?”

“No,” he replied, dismissively.

But I insisted on explaining: “We are struggling not only to liberate the Palestinian people from the occupation and from Israel’s racist apartheid regime, but also to liberate you from the illness of racism, so you can stop inflicting harm on me and on millions of people who are the natives of this country.  And then we can live together equally and peacefully.”

He shifted uncomfortably to the left and right, while the other man returned to searching my bag, thrusting his hand deep inside.

He found a booklet and asked what it was about.

I said: “I wrote this recently to explain how I and others think the Arab Palestinians and the Israeli Jews should live together under one democratic regime in a single state.  It is a humanistic and democratic alternative to your occupation, colonization, and apartheid.  By the way, you can take it as a present.”

He said: “No thanks.  I read everything you write, and your opinions are extremist and hostile to us.”

I said: “You are not willing to listen to our viewpoint.  You are racist.”

He answered: “I am not racist.  I am leftist.”

I asked skeptically: “Can you tell me what you mean by left?  You are Zionist left.  The left, as I know it, is against racism and is identified with universal values of equality between all human beings and with social justice.  The Zionist left doesn’t uphold those values.”

We both fell silent for a moment.  But I started up again as he returned to searching my bag.  “Look, you talk to me always in Hebrew.  You don’t know Arabic.  Arabic is not taught in Israeli schools, although 20 percent of the state’s citizens are Arabs.  Not only that, but although you are living in the heart of the Arab world you don’t want to be a part of the region.  You insist on remaining a part of the West.”

He said: “I know Arabic.  I matriculated in Arabic.”

I said: “This is further evidence that you are racist and a colonizer.”

“How so?”

I answered: “We know that whoever wants to be employed by the Shin Bet must know Arabic well.  What motivated you to learn Arabic was the need to oppress me, to know how to keep controlling me.  It is not because you and your colleagues desire to know about Arab civilization, or to communicate with it or with the Arab people and to advance real coexistence.”

Finally, he stopped the search.  It looked as though he had run out of things to say.  I know very well the conflicted feelings of the Zionist left.  Unlike the right and the far-right, who are clear in their views about the rights of the Palestinians, the Zionist left are trapped by their desire for democracy and their adherence to a Jewish state and the resulting apartheid regime.

As he allowed me to leave, he gave me a look whose meaning I could not fathom.

Awad Abdel Fattah is the secretary-general of the National Democratic Assembly party in Israel, also known as Balad, which has three elected Knesset members.

http://mrzine.monthlyreview.org/2013/af040413.html

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