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Le Monde Diplomatique
[10.04.2013] di Mona Chollet   (trad. di Vera Zasulich per GilGuySparks)

«Coprire il corpo delle donne sembra dare ai musulmani un senso di virilità, mentre agli uomini occidentali deriva proprio dallo scoprirle», scrive la saggista marocchina Fatema Mernissi in Sheherazade Goes West.

L’eccitazione dei media francesi per figure come le ‘Femen’ ucraine o Alia el Mahdi, la studentessa egiziana che nel 2011 ha postato foto nude di se stessa sul suo blog, sottolinea ancora una volta la giustezza dell’osservazione di Mernissi.
Per commemorare la Giornata Internazionale della Donna, France 2 ha mandato in onda il 5 marzo un documentario sul gruppo ucraino di donne, che ha stabilito una sede in Francia da più di un anno.
Alla faccia delle migliaia di donne che hanno il cattivo gusto di lottare per i propri diritti interamente vestite, o di mettere su uno spettacolo che non è conforme alle norme dominanti di gioventù, magrezza, bellezza e tonicità del corpo.

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«Femminismo sono le donne in marcia per le strade del Cairo, non le Femen,» scriveva con rabbia la corrispondente dall’Egitto di France Inter, Vanessa Descouraux su Twitter, il 6 febbraio. «Ma non vediamo mai documentari su quelle donne in televisione!». Alle organizzazioni femministe in Francia in questi giorni è più probabile venga chiesto un parere riguardo al gruppo di donne ucraine piuttosto che sulle proprie imprese.

Se mostrate le tette, tornerò con il fotografo

Donne: volete farvi sentire? C’è solo una soluzione: toglietevi i vestiti!
Nel mese di ottobre del 2012 in Germania, un gruppo di profughi accampati di fronte alla Porta di Brandeburgo a Berlino per protestare contro le loro condizioni di vita avevano grandi difficoltà ad attirare l’attenzione dei media. A un certo punto, una giovane contestatrice arrabbiata ha chiesto ad un giornalista di Bild: «Vuoi che mi denudi?»

‘Sì’, ha detto il giornalista, promettendo di tornare con un fotografo. La voce si è diffusa tra gli altri giornalisti, e voilà, c’era una folla di telecamere intorno alle donne che protestavano a sostegno dei rifugiati. Le donne non si sono, alla fine, tolte i vestiti, ma non hanno perso l’occasione per denunciare il sensazionalismo dei media.

Le Femen, d’altra parte, sono state più pragmatiche. Alle loro prime manifestazioni, in Ucraina nel 2008, avevano scritto i loro slogan sulle spalle, ma i fotografi erano interessati solo a loro seni. Quindi, hanno cambiato la posizione dei loro slogan. Inna Shevchenko, importatrice del marchio Femen in Francia, non ha rimpianti su come le cose si sono evolute: «Sappiamo quello di cui i media hanno bisogno – sesso, scandali e combattimento – ed è quello che diamo loro», ha detto Shevchenko a Rue89 lo scorso dicembre. «Essere sui giornali equivale ad esistere del tutto
Davvero? […]

La riduzione permanente delle donne ai loro corpi e alla loro sessualità, la negazione delle loro capacità intellettuali, l’invisibilità sociale delle donne alle quali può non piacere lo sguardo maschile: sono chiavi di volta del sistema patriarcale.
E’ piuttosto stupefacente che un ‘movimento’ presumibilmente femminista, non ci sono più di venti Femen in Francia, non sia in grado di comprenderlo.
«Viviamo sotto il dominio maschile,» ha detto Inna Shevchenko al Guardian, «e la nudità è l’unico modo per provocarli, per ottenere la loro attenzione.»
Quindi, un femminismo che si piega al dominio maschile: bene, lo si doveva inventare.

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La Shevchenko non solo accetta quest’ordine di cose, lei lo approva: «il femminismo classico è una vecchia donna malata, non funziona più. Si è cristallizzata in un mondo di conferenze e libri».
Lei ha ragione: vecchie donne malate terminali, non sono nemmeno piacevoli da guardare! E i libri? Sono pieni di parole che causano mal di testa.

Nel suo eccellente libro sull’uso dei corpi in politica, ha detto Claude Guillon riguardo alla vecchia donna malata della Shevchenko:

Anche il più caritatevole dei lettori direbbe che la dichiarazione Shevchenko esprime la presunzione e la crudeltà della giovinezza. Ma dobbiamo anche aggiungere: la grandezza della sua imbecillità! L’immagine di femministe come vecchie signore, tagliate fuori dal resto del mondo – e se Inna leggesse libri avrebbe potuto saperlo – è un persistente cliché anti-femminista. Un vero peccato vederlo fatto proprio da una attivista che pretende di essere il rinnovato femminismo.

Più di recente, i membri del gruppo in Francia si sono rassegnati a pubblicare un libro, di interviste. «In Francia, si deve pubblicare qualcosa per essere presi sul serio,» sospira una delle Femen in un’intervista a Liberation.
Oh, per la miseria!

Per Rue89, la Shevchenko ha riassunto il punto di vista delle giovani donne francesi che cercano di unirsi alle Femen: «Mi dicono: gli attuali movimenti femministi francesi non sono per giovani donne: sono per donne intellettuali che sembrano uomini, che negano la sessualità, il fatto che una donna possa essere femminile.»

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A questo proposito, dobbiamo dire che le Femen indiscutibilmente rappresentano un progresso. Prendete una precorritrice come Simone de Beauvoir: abbiamo dovuto aspettare il suo centenario per vederla finalmente nuda, un’attesa piuttosto lunga. Alla fine, la pazienza del mondo, è stata premiata quando, con gusto, Le Nouvel Observateur (3 gennaio 2008) ha pubblicato in copertina una foto dell’autrice del Secondo sesso, nuda, nel suo bagno, dietro la macchina fotografica.

Le Femen, al contrario, ce lo rendono più semplice: il loro è un femminismo da fast-food (‘FEMEN’, tra l’altro, significa ‘coscia’ in latino, anche se questo non ha nulla a che fare con la scelta del nome, che è stato scelto perché « aveva un bel suono»).

Cerchiamo quindi di non essere puritani allora, siamo femministe, certo, ma abbiamo un corpo, una sensualità, una vita sessuale.
Temo, tuttavia, che coloro che sognano di occhieggiare le piccole strette natiche di Jean-Paul Sartre hanno ancora una lunga attesa davanti a loro.
Cosa aspetta Le Nouvel Observateur? Non hanno i grandi intellettuali anche loro corpi, sensualità, vita sessuale? Perché non cerchiamo di trarre beneficio da essi? Perché anche i grandi intellettuali [maschi] non sono un bene pubblico da poter visualizzare e commercializzare senza chiedere il permesso?

Femminismo Pop

Le Femen in un primo momento si sono attirate una buona dose di simpatia, dopo essere state aggredite da estremisti di Civiltà Cattolica durante una manifestazione pro matrimonio gay nel mese di novembre 2012. Ma da allora sono progressivamente state allontanate o sconfessate dai membri dei movimenti femminili come le femministe del gruppo Les Tumultueuses o l’attrice-regista Ovidie. Criticate per l’accettazione di una visione del corpo della donna plasmata dal settore pubblicitario, la loro difesa è stata quella di distribuire le immagini di membri che non assomigliano a modelle. Anche se, ovviamente, non vedremo mai quelle foto sulla copertina di Les Inrockuptibles, il seno cadente non sarebbe conforme al «femminismo pop» che tali riviste prediligono. Né sulla copertina di Obsession, il supplemento moda di Le Nouvel Observateur, sul quale hanno posato le Femen a settembre.[…]

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E’ divenuto il femminismo davvero così comune da essere sulle prime pagine di tutti i giornali, da essere oggetto di numerosi documentari promossi dalla stampa? Dovreste essere ingenui per crederci. L’interesse per le Femen è ovviamente perfettamente compatibile con il più grottesco anti-femminismo.
Il 7 marzo, Liberation ha dedicato due intere pagine alle Femen, ma questo non gli ha impedito di pubblicare il giorno successivo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, infatti – un problema particolarmente memorabile: sotto il titolo, «Sesso per tutti!» un articolo di prima pagina sui «surrogati sessuali» per i disabili. Ad illustrazione del testo c’era una fotografia di un disabile a letto con un «surrogato» (bionda, sorridente, una incarnazione della dolcezza e della dedizione che sono la vera vocazione di una donna). Non l’inverso: abbiamo detto “il sesso per tutti (gli uomini)» non «per tutte (le donne)». […]

Uno pseudo-femminismo che genera una quantità sospetta di eccitazione generale: in Francia questo fa venire in mente la bolla mediatica che monta intorno a Ni Putes Ni Soumises, un gruppo che è stato festeggiato dalla stampa fino da quando ha continuato ad alimentare la stigmatizzazione generale dell’Islam. E infatti due ex membri di Ni Putes Ni Soumises, Loubna Meliane (ora assistente dell’ex parlamentare Malek Boutih) e Safia Lebdi, sono state tra le prime a stringersi pubblicamente attorno alle Femen, anche se in seguito hanno preso le distanze dalle ucraine.

Il braccio francese delle Femen ha stabilito il suo quartier generale a La Goutte d’Or, un quartiere fortemente musulmano di Parigi. Là hanno proclamato la loro presenza con un manifesto blu, bianco e rosso [di giovani donne nude] che curiosamente ricordava le pubbliche-provocazioni picnic a base di carne di maiale e vino, organizzate esattamente nello stesso luogo, da estremisti di destra nel 2010.

‘Mentalità araba’ in Ucraina

Dato il peso schiacciante della Chiesa ortodossa nella vita pubblica in Ucraina,  è comprensibile la posizione anticlericale pubblica e radicale delle Femen. Ma quando si parla di Islam, la portavoce del gruppo sembra attraversare una linea.
Il membro fondatore, Anna Hutsol, ha certamente flirtato con il razzismo, quando deplorava una società ucraina incapace di «sradicare la sua mentalità araba nei confronti delle donne.»

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Nel mese di marzo 2012, con lo slogan “meglio nuda che in un burqa”, Femen France ha organizzato una «operazione anti-burqa» di fronte alla Torre Eiffel.
I membri del gruppo hanno anche gridato «nudità è libertà» e «Francia, spogliati!». Così esse perpetuano un presupposto che è molto radicato nella cultura occidentale, secondo il quale la salvezza può essere raggiunta solo attraverso la massima esposizione, negando la violenza che questa a volte può implicare.

Molte femministe hanno obiettato che invece di affermare la superiorità della nudità, potrebbe essere meglio a difesa della libertà delle donne vestirsi nel modo che esse preferiscono.
Ma le Femen non hanno dubbi su cosa sia giusto.
«Non adatteremo il nostro discorso a tutti i dieci paesi nei quali il nostro gruppo è oggi presente: il nostro messaggio è universale», ha detto Shevchenko in un’intervista su 20 Minutes.
Questa miscela di pigrizia intellettuale e di arroganza, questa pretesa di dettare il giusto atteggiamento a donne provenienti da ogni differente parte del mondo, è stata accolta con una certa freddezza.
La  ricercatrice Sara Salem ha rimproverato alla studentessa egiziana Alia el Mahdi la sua alleanza con le Femen. «Il fatto che abbia postato foto nude di sé stessa sul suo blog potrebbe essere percepita come un modo per sfidare una società patriarcale, ma il fatto che collabori con un gruppo che può essere definito come colonialista è problematico», scrive Salem.

Ma perché mettere in discussione se stesse, quando tutto ciò che serve per ottenere la massima audience è mostrare le tette?

http://mondediplo.com/blogs/the-fast-food-feminism-of-the-topless-femen

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  • The Fast-Food Feminism Of The Topless Femen

By Mona Chollet

«Covering women’s bodies seems to give Muslims a sense of virility, while Westerners derive their own from uncovering them», writes Moroccan essayist Fatema Mernissi in Scheherazade Goes West. The French media’s excitement over figures like the Ukranian ’Femen’ or Alia el Mahdi, the Egyptian student who in 2011 posted naked pictures of herself on her blog, once again underlines the truth of Mernissi’s observation. To commemorate International Women’s Day, France 2 aired a documentary on March 5 about the Ukrainian women’s group, which has been based in France for more than a year now.

So much for the thousands of women who have the poor taste to fight for their rights while fully clothed, or to put on a show that does not conform with the dominant standards of youth, slimness, beauty and bodily firmness. «Feminism is women on the march in the streets of Cairo, not the Femen,» raged France Inter’s Egypt correspondent Vanessa Descouraux on Twitter, on February 6. «But we never see documentaries about those women on television!» Feminist organizations in France these days are more likely to be asked their opinion of the Ukrainian women’s group than about their own undertakings.

If you show your boobs, I’ll come back with the photographer

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Women: do you want to make yourselves heard? There is only one solution: take off your clothes! In October, 2012 in Germany, a group of refugees camped out in front of Brandenburg Gate in Berlin to protest their living conditions were having great difficulty attracting the attention of the media. At one point, an angry young woman protestor asked a journalist from Bild: «Do you want me to get naked?»

’Yes’, said the journalist, promising to come back with a photographer. Word spread among the other journalists, and voila, there was a mob of cameras around the women protesting in support of the refugees. The women did not in the end take off their clothes, but they didn’t miss the opportunity to denounce the sensationalism of the media.

The Femen on the other hand were more pragmatic. At their first demonstrations, in Ukraine in 2008, they had written their slogans on their backs, but photographers were only interested in their breasts. So, they changed the location of their slogans. Inna Shevchenko, importer of the Femen brand to France, has no regrets about how things evolved: «We know what the media need — sex, scandals and fighting — and that’s what we give them», Shevchenko told Rue89 last December. «To be in the newspapers is to exist at all.» Really? […]

The permanent reduction of women to their bodies and their sexuality, the negation of their intellectual abilities, the social invisibility of women who cannot please the male gaze: these are keystones of the patriarchal system. It is rather stupefying that a purportedly feminist ’movement’ — there are no more than twenty Femen in France — cannot see this. «We live under male domination,» Inna Shevchenko told The Guardian, «and nudity is the only way to provoke them, to get their attention.» So, a feminism that bends to male domination: well, it had to be invented.

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Shevchenko not only accepts this order of things, she approves of it: «Classic feminism is a sick old woman, it does not work anymore. It is stuck in the world of conferences and books.» She is right: death to sick old women, they are not even pleasing to look at! And books? They are full of words that cause headaches.

In his excellent book on the use of bodies in politics, Claude Guillon said of Shevchenko’s sick old woman: «Even the most charitable of readers would say that Shevchenko’s statement expresses the presumption and the cruelty of youth. But we should also add: the greatness of its imbecility! The image of feminists as old ladies, cut off from the rest of the world — and if Inna read books she might have known this — is an abiding anti-feminist cliche. A pity to see it taken up by an activist who pretends to be renewing feminism.» More recently, the group’s members in France resigned themselves to publishing a book, of interviews. «In France, you have to publish something in order to be taken seriously,» sighs one of the Femen in an interview in Liberation. Oh, the misery.

To Rue89, Shevchenko summarized the views of young French women who seek to join the Femen: «They tell me: the existing French feminist movements aren’t for young women-they’re for intellectual women who look like men, who negate sexuality, the fact that a woman can be feminine.» In this regard, we have to say that the Femen indisputably represent progress. Take an ancestor like Simone de Beauvoir: we had to wait for her hundredth anniversary to finally see her naked, rather a long anticipation. In the end, the world’s patience was rewarded when, with relish, Le Nouvel Observateur (January 3, 2008) published on its cover a picture of the author of The Second Sex naked, in her bathroom, back to the camera.

The Femen by contrast make it easy for us: theirs is a fast-food feminism (’femen’, by the way, means ’thigh’ in Latin, though that has nothing to do with their choice of name, which was because «it had a nice ring to it»). So let us not be prudes then; we are feminists, sure, but we have bodies, sensuality, sexual lives. I am afraid however that those who dream of ogling Jean-Paul Sartre’s tight little buttocks still have a long wait ahead of them. What is Le Nouvel Observateur waiting for? Don’t great intellectuals too have bodies, sensuality, a sexual life? Why not let us benefit from it? Why aren’t great [male] intellectuals too a public good that we can display and commercialize without asking their permission?

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Pop feminism

The Femen at first attracted a good deal of sympathy, after they were assaulted by Civitas Catholic extremists during a pro gay marriage demonstration in November 2012. But since then they have gradually been distanced or disavowed by members of the women’s movement like the feminist group Les Tumultueuses or the actress-director Ovidie. Criticized for accepting a vision of the woman’s body shaped by the advertising industry, their defense was to distribute pictures of members who do not look like fashion models. Of course we will never see those pictures on cover of Les Inrockuptibles though; the dishrag breasts would not conform to the «pop feminism» that such magazines prefer. Nor on cover of Obsessions, the fashion supplement of Le Nouvel Observateur, where the Femen were posed in September. […]

Has feminism really become so commonplace as to be on the front pages of all the newspapers, be the subject of numerous documentaries promoted by the press? You would have to be naive to believe that. The interest in the Femen is of course perfectly compatible with the most grotesque anti-feminism. On March 7, Liberation devoted two full pages to the Femen but this did not prevent it from publishing on the day following —on International Women’s Day in fact— a particularly memorable issue: under the headline, «Sex for All!» a front page article on «sexual surrogates» for the disabled. Illustrating the text was a photograph of a disabled man in bed with a «surrogate» (blonde, smiling, an incarnation of the sweetness and dedication which are a woman’s true vocation). Not the inverse: we said «sex for all (men)» not «for all (women)». […]

A pseudo-feminism that generates a suspicious amount of general excitement: in France this brings to mind the media bubble that inflated around Ni Putes Ni Soumises, a group which was feted by the press as long as it continued to feed the general stigmatization of Islam. And in fact two former members of Ni Putes Ni Soumises, Loubna Meliane (now an assistant to parliamentary deputy Malek Boutih) and Safia Lebdi, were among the first to publicly rally around the Femen; though they later distanced themselves from the Ukrainians. The French arm of the Femen made their headquarters in la Goutte d’Or, a heavily Muslim neighborhood of Paris. There they proclaimed their presence with a blue, white and red poster [of young, naked women] that curiously recalled the public pork and wine picnic-provocations organized in exactly the same place by far-right extremists in 2010.

‘Arab Mentality’ in Ukraine

Given the overwhelming weight of the Orthodox Church in public life in Ukraine, the Femen’s public and radical anti-clerical position is understandable. But when it comes to Islam, spokespeople for the group seem to cross a line. A founding member, Anna Hutsol, certainly flirted with racism when she deplored a Ukrainian society incapable of «eradicating its Arab mentality toward women.»

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In March 2012, with the slogan «better naked than in a burqa», Femen France organized an «anti-burqa operation» in front of the Eiffel Tower. Members of the group also shouted «nudity is liberty» and «France, get naked!» Thus they perpetuate a premise that is very deeply rooted in Western culture according to which salvation can only be attained through maximum exposure, denying the violence that this can sometimes imply.

Many feminists objected that instead of affirming the superiority of nudity, it might be better to defend women’s freedom to dress the way they want. But the Femen have no doubts that they are right. «We are not going to adapt our discourse to all ten countries where our group is now present: our message is universal», said Shevchenko in an interview in 20 Minutes. This mixture of intellectual laziness and arrogance, this pretension to dictate the correct attitude to women from every disparate part of the world, has been met with a certain coldness. Researcher Sara Salem reproached Egyptian student Alia el Mahdi for her alliance with the Femen. «The fact that she posted naked pictures of herself on her blog could be perceived as a way of defying a patriarchal society, but the fact that she collaborates with a group that can be defined as colonialist is problematic», Salem writes. But why question oneself when all you need to get maximum audience is show off your breasts?

http://mondediplo.com/blogs/the-fast-food-feminism-of-the-topless-femen

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