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[23.04.2013] di Andrew Gavin Marshall    (trad. di Levred per GilGuySparks)

Nel documentario del 2005, We Feed the World, l’allora amministratore delegato di Nestlé, la più grande azienda alimentare del mondo, Peter Brabeck, condivise alcuni dei suoi punti di vista e ‘perle di saggezza’ sul mondo e l’umanità.
Brabeck ritiene che la natura non sia “buona“, che non ci sia nulla di cui preoccuparsi riguardo ai cibi OGM, che i profitti importino più di ogni altra cosa, che la gente dovrebbe lavorare di più e che gli esseri umani non abbiano diritto all’acqua.

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Oggi, ha spiegato, “che la gente crede che tutto ciò che viene dalla natura sia buono”, marcando una grande differenza rispetto a ciò che è percepito, come già [aveva detto ndt] in precedenza, “abbiamo sempre imparato che la natura può essere spietata.
L’umanità, ha affermato Brabeck: “è ora nella posizione di riuscire a garantire un certo equilibrio con la natura, ma nonostante questo abbiamo qualcosa che si avvicina a un detto che tutto ciò che viene dalla natura sarebbe buono.
Ha quindi fatto riferimento al “movimento biologico“, come un esempio di questo modo di pensare, che presuppone che “organico sia meglio.” Ma rimane certo, ha precisato, che “il biologico non è migliore.” In 15 anni di consumo di cibo OGM negli Stati Uniti, “non un singolo caso di malattia si è verificato.” Nonostante questo, ho notato, “siamo tutti così a disagio in Europa, che qualcosa che possa accaderci.” Questo punto di vista, secondo Brabeck, è “ipocrita più di ogni altro.

L’acqua, ha giustamente sottolineato Brabeck, “è, certamente, la più importante delle materie prime che abbiamo oggi nel mondo“, ma ha aggiunto:
La questione è se dovremmo privatizzare la fornitura dell’acqua comune per la popolazione. E ci sono due opinioni diverse in merito. Un’opinione, che ritengo sia estremistica, è rappresentata dalle ONG, che fanno rumore allo scopo di dichiarare l’acqua un diritto pubblico.

Brabeck ha giudicato questo punto di vista “estremistico“: “Questo significa che come esseri umani dovremmo avere diritto all’acqua. Questa è una soluzione estremistica.
L’altro punto di vista, e perciò, l’opinione “meno estremista“, ha spiegato, “sostiene che l’acqua sia un prodotto alimentare come tutti gli altri, e come ogni altro alimento dovrebbe avere un valore di mercato. Personalmente credo che sia meglio dare ad un prodotto alimentare un valore, in modo che si sia tutti consapevoli del fatto che essa ha il suo prezzo, e allora si dovrebbero adottare misure per la parte specifica della popolazione che non ha accesso a quest’acqua, e ci sono molte diverse possibilità in questo senso.

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La più grande responsabilità sociale di ogni amministratore delegato, ha spiegato Brabeck: “è quella di mantenere e garantire un futuro di successo e di profitto alla sua impresa. Solo se siamo in grado di garantire la nostra continua esistenza a lungo termine, saremo in grado di partecipare attivamente alla soluzione dei problemi che esistono nel mondo. Siamo nella posizione di poter creare posti di lavoro … Se volete creare lavoro, dovete lavorare voi stessi, non come è stato in passato, quando il lavoro esistente veniva distribuito. Se ricordate, l’argomento principale a favore della settimana di 35 ore fu il fatto che c’era una certa quantità di lavoro e che sarebbe stato meglio lavorare meno e distribuire il lavoro tra più persone. Cosa che si è dimostrata essere, piuttosto chiaramente, sbagliata. Se desideri creare più lavoro, devi tu stesso lavorare di più. E con ciò dobbiamo creare un’immagine positiva del mondo per la gente, e non vedo assolutamente alcuna ragione per cui non dovremmo essere positivi per il futuro.
Non siamo mai stati così bene, non abbiamo mai avuto così tanti soldi, non siamo mai stati così sani, non abbiamo mai vissuto a lungo come facciamo oggi. Abbiamo tutto quello che vogliamo e andiamo ancora in giro come se fossimo in lutto per qualcosa.

Durante la visione del video promozionale di una fabbrica della Nestlé in Giappone, Brabeck ha commentato: “Si può vedere come queste fabbriche son moderne, altamente robotizzate, quasi senza lavoratori.
E, certo, che per qualcuno che rivendica di aver interesse a creare posti di lavoro, risulta essere di una lampante ipocrisia lodare fabbriche “quasi prive di lavoratori.

E’ importante notare che questa non è semplicemente la visione personale di qualche dirigente aziendale a caso, ma riflette piuttosto una realtà istituzionale delle corporation: l’obiettivo primario di una corporation – prima di tutto – è quello di massimizzare i profitti a breve termine per gli azionisti. Per definizione, quindi, i lavoratori dovrebbero lavorare di più ed essere pagati di meno, l’ambiente è solo un problema tanto che le corporation hanno libero accesso al controllo e allo sfruttamento delle risorse dell’ambiente, e, infine, è ‘giusto’ sostituire i lavoratori con l’automazione e la robotica in modo da dover pagare meno lavoratori o nessuno, e in questo modo, massimizzare i profitti.

Con questa struttura istituzionale – e ideologica – (che è stata costruita legalmente dallo Stato), la preoccupazione per l’ambiente, per l’acqua, per il mondo e per l’umanità può essere promossa solo se può essere usata per far avanzare i profitti delle imprese, o se può essere utilizzata per scopi di pubbliche relazioni.
In definitiva, deve essere ipocrita. Un dirigente d’impresa non può assumere la seria preoccupazione di promuovere il benessere generale del mondo, dell’ambiente, o dell’umanità, perché non è la funzione istituzionale di una corporation, e neppure quella di un amministratore delegato che ha fatto ciò che gli avrebbe permesso di rimanere amministratore delegato.
Questo è il motivo per cui è importante quello che Peter Brabeck pensa: egli rappresenta il tipo di persona – e il tipo di pensiero – che è un prodotto e un requisito per guidare una multinazionale di successo, la stessa cultura aziendale. Per la persona media la visione della sua intervista, potrebbe arrivare come una sorta di tirata assurda che ci si aspetta da un’intervista Nightline con qualche famigerato serial killer, se quell’assassino fosse stato messo a capo di una multinazionale:
Le persone hanno un ‘diritto’ all’acqua? Che idea assurda! La prossima cosa che ti diranno, sarà che il lavoro minorile è sbagliato, che inquinare l’ambiente non è giusto, o che le persone hanno una sorta di ‘diritto’ a … vivere! Immaginate l’audacia! Quello che conta sono i ‘profitti’, e sarebbe una cosa meravigliosa avere meno persone e più profitti! L’acqua non è un diritto, è solo una necessità, così, naturalmente, ha senso privatizzarla in modo che le grandi multinazionali come la Nestlé possano possedere l’acqua del mondo e assicurarsi che solo coloro che possono pagare, possano bere. Problema risolto!

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Purtroppo, sebbene volutamente satirica, questa è la visione essenziale di Brabeck e di altri come lui. E cosa preoccupante, l’influenza di Brabeck non si limita al consiglio della Nestlé.

Brabeck è diventato amministratore delegato della Nestlé nel 1997, una posizione che ha ricoperto fino al 2008, momento in cui si è dimesso come amministratore delegato, ma è rimasto come presidente del consiglio di amministrazione della Nestlé. Oltre alla Nestlé, Brabeck ricopre l’incarico di vice presidente del consiglio di amministrazione di l’Oréal, la più granda azienda al mondo di cosmetici e di prodotti di ‘bellezza’, è vice presidente del consiglio di amministrazione del Credit Suisse Group, una delle più grandi banche del mondo, ed è membro del consiglio di amministrazione di Exxon Mobil, uno dei più grandi cartelli al mondo di petrolio ed energia.

E’ stato anche un ex membro del consiglio di uno dei più grandi agglomerati farmaceutici al mondo, la Roche. Brabeck lavora anche come membro del Consiglio della Fondazione per il Forum Economico Mondiale (WEF), “il guardiano della missione [del Forum Economico Mondiale], dei valori e del brand … responsabile delle attività di stimolo e di fiducia del pubblico attraverso uno standard esemplare di governance.” Brabeck è anche un membro della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT), un gruppo di amministratori di corporation europee che, direttamente consiglia e aiuta a guidare la politica dell’Unione Europea e dei suoi paesi membri.
Ha inoltre partecipato alle riunioni del gruppo Bilderberg, un forum annuale di 130 società, banche, media, élite politiche e militari dell’Europa occidentale e del Nord America.

In questo modo, attraverso le sue molteplici appartenenze ad alcune delle più grandi aziende del pianeta, così come attraverso la sua leadership e la sua partecipazione ad alcuni dei think tanks a livello internazionale, a forum e ad associazioni imprenditoriali, Brabeck ha accesso senza ostacoli alle élite politiche e ad altre in tutto il mondo. Quando parla, carico di potere, la gente ascolta.

Il cervello di Brabeck

Brabeck è diventato una voce influente su questioni di cibo e acqua, e non sorprende quindi, considerato che lui è il presidente della corporation con la più grande offerta alimentare sulla terra. La carriera di Brabeck risale a quando lavorava per la Nestlé in Cile nei primi anni ’70, quando il presidente di sinistra Salvador Allende, democraticamente eletto, “minacciava di nazionalizzare la produzione di latte e con essa le operazioni cilene della Nestlé.
Nel 1973 un colpo di stato dei militari cileni – sostenuto dalla CIA – pose fine a quella “minaccia”, portando alla dittatura militare di Augusto Pinochet, che uccise migliaia di cileni e stabilì uno ‘stato di sicurezza nazionale’, che impose misure economiche dure per promuovere gli interessi delle élite aziendali e finanziarie ciò che più tardi divenne noto come ‘neoliberismo’).

In un articolo del 2009 per la rivista Foreign Policy, Brabeck dichiarò: “L’acqua è il nuovo oro, e poche avvedute nazioni e compagnie stanno già facendo profitti con essa.

In un articolo del 2010 per il Guardian, Brabeck scrisse che, “mentre la nostra attenzione collettiva si è stata concentrata sull’esaurimento delle riserve dei combustibili fossili, abbiamo ampiamente ignorato il semplice fatto che, se non vengono apportate modifiche radicali, saremo a corto di acqua molto presto.

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Quello di cui il mondo ha bisogno, secondo Brabeck, è “fissare un prezzo che valuti più accuratamente il nostro bene più prezioso“, e che “l’epoca dell’acqua a prezzi stracciati volga al termine.
In altre parole, l’acqua dovrebbe diventare sempre più costosa, secondo Brabeck.
I paesi, scrisse, dovrebbero riconoscere “che non ogni uso dell’acqua dovrebbe essere considerato identico.
In un colloquio con il Wall Street Journal nel 2011, Brabeck parlò contro l’uso dei biocarburanti – che trasformano gli alimenti in combustibile – e suggerì che questo era la causa primaria dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari (anche se in realtà, l’aumento dei prezzi alimentari è principalmente il risultato di speculazioni delle grandi banche come Goldman Sachs e JPMorgan Chase). Brabeck sottolineò la relazione tra la sua attività – il cibo – e le grandi questioni geopolitiche, affermando: “Ciò che noi oggi chiamiamo primavera araba … è davvero iniziata come una protesta contro l’incessante rincaro dei prezzi del cibo.
Una “soluzione,” propose, sarebbe quella di offrire un “mercato” per l’acqua “come il miglior consiglio che si possa avere“. Se l’acqua fosse un prodotto di ‘mercato‘, non sarebbe sprecata per produrre cibo [da utilizzare ndt] come carburante, ma verrebbe concentrata per alimenti destinati al consumo – e preferibilmente (dal suo punto di vista), ad alimenti geneticamente modificati. Infine, disse, “se le forze del mercato sono rivolte là, gli investimenti verranno realizzati.
Brabeck suggerì che il mondo poteva “nutrire nove miliardi di persone“, fornendo loro acqua e carburante, ma solo a condizione di “lasciare che il mercato faccia il suo dovere“.

Brabeck fu co-autore di un articolo del 2011 per il Wall Street Journal in cui affermava che, al fine di fornire “accesso universale all’acqua pulita, non c’è semplicemente altra scelta, che fissare un prezzo per l’acqua ad un tasso ragionevole“, e che circa 1,8 miliardi di persone sulla terra non hanno accesso ad acqua potabile pulita “a causa di una cattiva gestione dell’acqua e di cattive pratiche di governo, e della mancanza di volontà politica.

Un compito di Brabeck poi, come presidente della Nestlé, è quello di contribuire a creare la “volontà politica” di trasformare l’acqua in un moderno prodotto di “mercato“. Ora, prima di lodare Brabeck per il suo attivismo ‘illuminato’ sul tema della scarsità d’acqua e della fornitura ai poveri del mondo dell’accesso ad acqua potabile pulita (che sono questioni molto reali e urgenti che necessitano di attenzione), Brabeck stesso ha sottolineato che il suo interesse per la questione dell’acqua non ha in realtà nulla a che fare con l’affrontare questi problemi in modo significativo, o con il bene della terra e dell’umanità.
No, la sua motivazione è molto più semplice di questa.
In un’intervista del 2010, per BigThink, Brabeck ha osservato: “Se Nestlé ed io stesso siamo diventati molto vocali sul tema  dell’acqua, non è stato a causa di una qualsiasi idea filantropica, è stato molto semplice: analizzando … quello che è il fattore più importante per la sostenibilità della Nestlé, l’acqua è divenuta il soggetto numero uno.
Questo è ciò che ha portato Brabeck e la Nestlé al problema della “sostenibilità” dell’acqua, ha spiegato. “Penso che questo sia parte della responsabilità di una società“, e ha aggiunto: “Ora, se fossi in un settore diverso, avrei un soggetto diverso, certo, non mi sarei concentrato su quello.

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A Brabeck fu domandato se le industrie avrebbero dovuto “avere un ruolo nella ricerca di soluzioni ai problemi ambientali che riguardano la loro attività“, egli rispose: “Sì, perché è nell’interesse dei nostri azionisti … Se voglio convincere i miei soci che questa industria è un’industria sostenibile a lungo termine, devo garantire che tutti quelli che sono gli aspetti fondamentali per questa azienda sono sostenibili … Quando vedo, come nel nostro caso, uno degli aspetti – che è l’acqua, che è necessaria per produrre le materie prime per la nostra azienda – se questo aspetto non è sostenibile, quindi la mia impresa non è sostenibile. Così dunque devo fare qualcosa al riguardo.
In questo modo l’interesse degli azionisti e l’interesse sociale sono comuni.

Così, quando Brabeck e Nestlé promuovono la “sostenibilità dell’acqua,” ciò che stanno davvero favorendo è la sostenibilità dell’accesso e del controllo della Nestlé sulle risorse idriche. Come può essere realizzato meglio questo?
Beh, dato che la Nestle è una grande multinazionale, la soluzione naturale è quella di promuovere il controllo del ‘mercato‘ delle acque, che significa privatizzazione e monopolizzazione della fornitura di acqua mondiale in poche mani aziendali.

In una conversazione del 2011 con il redattore della rivista Time presso il Consiglio sulle Relazioni Estere, Brabeck fece riferimento ad un recente meeting del Forum Economico Mondiale in cui la questione della “responsabilità sociale delle imprese” fu l’argomento principale di discussione, quando i dirigenti aziendali “iniziarono a parlare su [come] dobbiamo restituire alla società,” Brabeck intervenne e dichiarò: “Non ritengo che dobbiamo restituire alla società, perché non abbiamo rubato alla società.” Brabeck spiegò al Consiglio sulle Relazioni Estere che riteneva tale concetto fosse di competenza della filantropia, e “questo era un problema di ogni amministratore delegato di una società pubblica, perché credo personalmente che a nessun amministratore delegato di una società pubblica dovrebbe essere consentito di fare filantropia … penso che chiunque faccia filantropia dovrebbe farla con i propri soldi e non con i soldi degli azionisti.
Impegnarsi nella responsabilità sociale d’impresa, argomentò Brabeck, “rappresentava un costo aggiuntivo.

Al Forum Economico Mondiale del 2008, un consorzio di aziende e organizzazioni internazionali formò il 2030 Water Resources Group, presieduto da Peter Brabeck. Venne istituito allo scopo di “dar forma ad un’agenda” sulla discussione delle risorse idriche, e sulla creazione “di nuovi modelli di collaborazione” tra imprese pubbliche e private. Il consiglio direttivo del 2030 Water Resources Group è presieduto da Brabeck e comprende il vice presidente esecutivo e l’amministratore delegato della International Finance Corporation (IFC), il braccio di investimento della Banca Mondiale, l’amministratore del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), il capo ufficio affari del World Economic Forum, il presidente della Banca Africana di Sviluppo, il presidente e l’amministratore delegato della Coca-Cola Company, il presidente della Banca Asiatica di Sviluppo, il direttore generale del World Wildlife Fund (WWF), il presidente della Banca Interamericana di sviluppo, e il presidente e l’amministratore delegato della PepsiCo, tra gli altri.

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Al Forum mondiale dell’acqua 2012 – un evento largamente atteso dai fautori globali della privatizzazione dell’acqua, la Nestlè era tra i sostenitori più entusiasti – Brabeck ha proposto che il 2030 Water Resources Group rappresenti una “iniziativa pubblico-privata globale“, che potrebbe aiutare a “fornire strumenti e informazioni sulle migliori pratiche” e “nuove politiche di orientamento e di riflessione sulla scarsità delle risorse d’acqua“.

Brabeck e Nestlè erano in trattative con il governo provinciale canadese di Alberta per la pianificazione di un potenziale “scambio di acqua,” – con le parole della rivista Maclean –    “trasformare l’acqua in denaro“.
Nel 2012, l’Università di Alberta ha conferito una laurea ad honorem a Peter Brabeck “per il suo lavoro come economo responsabile dell’acqua in tutto il mondo.” Vennero organizzate proteste all’università per opporsi all”onoreficienza‘, con un rappresentante del gruppo di interesse pubblico, il Consiglio dei Canadesi, che constatava: “Temo che l’università si stia posizionando dalla parte di coloro che vogliono modificare beni e servizi, dalla parte di persone che sostengono che l’acqua non è diritto umano che ognuno possiede, ma solo un prodotto che può essere comprato e venduto.
Un professore all’università dichiarò: “Mi vergogno, a questo punto, riguardo ciò che l’università sta facendo e sono anche molto preoccupato per il modo in cui il presidente dell’università ha demonizzato le persone che si oppongono a ciò.
Mentre un altro professore dell’Università di Alberta affermò: “Quello che la Nestlè fa è prendere quella che rimane dell’acqua pulita sulla quale contano le persone povere, imbottigliarla e poi venderla a persone ricche con un profitto esorbitante.

L’Agenda della privatizzazione dell’acqua mondiale

La privatizzazione dell’acqua è un’operazione estremamente crudele, nella quale la qualità – e l’accesso – alle risorse idriche diminuisce o addirittura svanisce, mentre i costi esplodono. Quando si giunge alla privatizzazione dell’acqua, non esiste una cosa come “concorrenza” nel modo in cui la parola viene interpretata in genere: ci sono solo una manciata di società idriche globali che si impegnano in privatizzazioni
massicce. Le due più importanti sono la Suez Environment con sede in Francia e la Veolia Environment, ma includono anche Thames Water, Nestlè, PepsiCo e Coca-Cola, tra gli altri. In un mondo nel quale il cibo è già stato trasformato in un “prodotto di mercato” ed è stato “quotato in borsa”, cosa che porta ad un massiccio aumento dei prezzi alimentari, sommosse della fame, e immensi profitti per alcune aziende e banche, la prospettiva della privatizzazione dell’acqua è ancora più inquietante.

Il programma di privatizzazione dell’acqua è organizzato a livello internazionale, largamente promosso attraverso il Forum Mondiale dell’acqua e il Consiglio Mondiale dell’Acqua. Il Consiglio Mondiale dell’Acqua (WWC) è stato fondato nel 1996 come Organizzazione Non-Profit con sede in Francia con oltre 400 membri provenienti da organizzazioni intergovernative, agenzie governative, corporation, ONG  e organizzazioni ambientali controllate dalle corporation, aziende idriche, organizzazioni internazionali e istituzioni accademiche.

Ogni tre anni, il Consiglio Mondiale dell’Acqua (WWC) ospita il Forum Mondiale dell’Acqua, il primo dei quali ha avuto luogo nel 1997, e al 6° congresso nel 2012 aderirono migliaia di partecipanti provenienti da paesi e istituzioni di tutto il mondo riuniti assieme per decidere il futuro dell’acqua, e, naturalmente, promuovere la privatizzazione di questa risorsa essenziale per la vita umana. Il 6° Forum Mondiale dell’Acqua, ospitato a Marsiglia, in Francia, è stato principalmente sponsorizzato dal governo francese e dal Consiglio Mondiale dell’Acqua, ma ha incluso un certo numero di altri collaboratori, tra cui: la Banca Africana per lo Sviluppo, la Commissione dell’Unione Africana, il Consiglio Arabo dell’Acqua, la Banca Asiatica per lo Sviluppo, il Consiglio d’Europa, la Commissione Europea, la Banca Europea per gli Investimenti, il Parlamento Europeo, l’Associazione Europea per l’Acqua, Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, la Global Environment Facility, la Banca Inter-Americana di Sviluppo, Nature Conservancy, l’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), Oxfam, la Banca Mondiale, il World Business Council per lo Sviluppo Sostenibile, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il WWF, e una serie di sponsor, tra cui: Rio Tinto Alcan, EDF, Suez Environment, Veolia, e HSBC.

Chiaramente, hanno a cuore gli interessi umani e ambientali.

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La Banca Mondiale è un grande promotore della privatizzazione dell’acqua, poichè gran parte del suo aiuto allo ‘sviluppo’ dei paesi è stato stanziato per progetti di privatizzazione dell’acqua dei quali beneficiano inevitabilmente le maggiori corporation, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), e il Tesoro statunitense. Uno dei primi grandi progetti di privatizzazione dell’acqua finanziato dalla Banca Mondiale è stato in Argentina, per il quale la Banca “consigliò” il governo argentino nel 1991 su gara e appalto di concessione dell’acqua, stabilendo un modello per ciò che sarebbe stato promosso in tutto il mondo. Il braccio di investimento della Banca mondiale, l’International Finance Corporation (IFC), prestò circa 1 miliardo di dollari al governo argentino per tre progetti idrici e fognari del paese, e comprò persino una partecipazione del 5% della concessione, divenendone in questo modo proprietaria di una parte. Quando la concessione per Buenos Aires fu attivata, vennero inviati rappresentanti francesi da Veolia e Suez, che formarono il consorzio Aguas Argentinas, e, naturalmente, i costi per i servizi idrici lievitarono. Tra il 1993, quando il contratto con la società francese è stato firmato, e il 1997, il consorzio Aguas Argentinas ha guadagnato maggiore influenza
con il presidente argentino Carlos Menem e il suo ministro dell’Economia Domingo Cavallo, che avrebbero tenuto riunioni con il presidente di Suez, nonché con il Presidente francese, Jacques Chirac. Entro il 2002, i tassi d’acqua (il costo dell’acqua) a Buenos Aires era aumentato del 177% dall’inizio della concessione.

Nel 1990, la quantità di progetti di privatizzazione dell’acqua della Banca mondiale sono aumentati di dieci volte, con il 31% dei progetti di fornitura d’acqua e di igiene della Banca Mondiale tra il 1990 e il 2001 che includevano nelle condizioni la partecipazione del settore privato, nonostante il fatto che i progetti fossero costantemente falliti in termini di forniture più economiche e di migliore acqua per aree più vaste. Ma, naturalmente, erano altamente redditizi per le grandi aziende, in modo naturale, hanno continuato a essere promossi e sostenuti (e agevolati).

Uno dei più rimarchevoli esempi di progetto di privatizzazione dell’acqua è stato in Bolivia, il paese più povero del Sud America. Nel 1998, un prestito del Fondo Monetario Internazionale alla Bolivia richiedeva nelle condizioni “riforme strutturali”, la svendita di “tutte le restanti imprese pubbliche”, tra cui quella dell’acqua. Nel 1999, la Banca Mondiale disse al governo boliviano di cessare i suoi sussidi ai servizi d’acqua, e nello stesso anno, il governo diede in affitto l’Impianto dell’Acqua di Cochabamba ad un consorzio di multinazionali, Aguas del Tunari, che comprendeva la società americana Bechtel. Dopo la concessione al consorzio di un contratto di locazione di 40 anni, il governo approvò una legge che avrebbe fatto pagare ai residenti l’intero costo dei servizi idrici. Nel gennaio del 2000, a Cochabamba le proteste fermarono la città per quattro giorni, con scioperi e blocchi stradali e con una mobilitazione contro un prezzo dell’acqua che aveva raddoppiato o triplicato le loro bollette. Le proteste proseguite in febbraio, affrontarono la polizia antisommossa e i lacrimogeni, che ferì 175 persone.

Ad aprile, la protesta iniziò a diffondersi in altre città boliviane e nelle comunità rurali, e durante lo “stato di assedio” (di fatto la legge marziale) dichiarata dal presidente boliviano Hugo Banzer, un ragazzo di 17 anni, Victor Hugo Daza, venne sparato e ucciso da un capitano dell’esercito boliviano, che era stato addestrato all’Accademia Militare statunitense, la Scuola delle Americhe. Mentre la polizia antisommossa continuava ad affrontare i manifestanti con gas lacrimogeni e pallottole vere, sempre più persone venivano uccise e decine ferite.
Il 10 aprile, il governo concedette la fine del contratto con il consorzio aziendale e diede al popolo la concessione per il controllo del proprio sistema di acque attraverso una coalizione popolare guidata dagli organizzatori della protesta.

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Due giorni dopo, il presidente della Banca Mondiale James Wolfensohn affermò che il popolo della Bolivia avrebbe dovuto pagare per i propri servizi idrici. Il 6 agosto 2001, il presidente della Bolivia si dimise, e il vice presidente Jorge Quiroga, ex dirigente dell’IBM, prestò giuramento come nuovo presidente per la restante durata dell’incarico fino all’agosto del 2002. Nel frattempo, il Consorzio dell’acqua, profondamente offeso di fronte alla prospettiva che le persone prendano il controllo delle proprie risorse, tentò di intraprendere un’azione legale contro il governo della Bolivia per aver violato il contratto. Bechtel richiedeva 25 milioni di dollari di compensazione per le sue “perdite”, mentre registrava un profitto annuale di 14 miliardi di dollari, invece il bilancio nazionale della Bolivia era di appena 2,7 miliardi di dollari.
La situazione in ultima analisi, condusse ad un tipo di rivoluzione sociale che portò al potere il primo leader indigeno boliviano nella storia del paese, Evo Morales.

Questo, naturalmente, non fermò la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale – e i governi imperiali che li finanziano – dal promuovere la privatizzazione dell’acqua in tutto il mondo a beneficio esclusivo di un pugno di multinazionali. La Banca Mondiale promuove la privatizzazione dell’acqua in tutta l’Africa, allo scopo di “alleviare la crisi idrica del continente“, rendendo l’acqua più costosa e meno accessibile.

Come ha spiegato Paul Mitchell, direttore alle comunicazioni della Banca Mondiale, nel 2003: “L’acqua è fondamentale per la vita – abbiamo il dovere di portare l’acqua alla gente povera“, aggiungendo: “Ci sono un sacco di miti in merito alla privatizzazione.” Sarei d’accordo. Anche se proporrei un mito che ‘funzioni‘, ma Mitchell ha invece suggerito che “la partecipazione del settore privato consista semplicemente nel gestire la risorsa perchè funzioni per la gente del paese.
Tranne il fatto che non lo fa. Ma non preoccupatevi, abbassare gli standard dell’acqua, smantellare la distribuzione dell’acqua e accrescerne rapidamente i costi per le regioni più povere della terra è una buona cosa, secondo Mitchell e la Banca mondiale. Disse alla BBC che ciò a cui la Banca Mondiale era più interessata era il “modo migliore per portare l’acqua ai poveri“. Forse si è sbagliato parlando e intendeva dire, “il modo migliore per prendere l’acqua ai poveri,” perché questo è ciò che realmente accade.

Nel 2003, la Banca Mondiale ha finanziato un programma di privatizzazione dell’acqua nello stato della Tanzania, sostenuto dal governo britannico, affidandolo in concessione ad un consorzio denominato City Water, di proprietà della società britannica Biwater, che lavorava con l’azienda di ingegneria tedesca, Gauff, alla fornitura d’acqua alla città di Dar es Salaam e alla regione circostante. E’ stato uno dei più ambiziosi progetti di privatizzazione dell’acqua in Africa, con 140 milioni di dollari di finanziamenti della Banca Mondiale, e, ha scritto John Vidal sul Guardian, che “era destinato ad essere un modello su come le comunità più povere del mondo potessero essere sottratte alla povertà“.

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L’accordo prevedeva tra le condizioni per il consorzio di installare nuove tubazioni per la distribuzione dell’acqua. Il dipartimento del governo britannico per lo sviluppo
internazionale assegnò un contratto di 440.000 sterline al think tank neoliberista inglese, Adam Smith International, “per fare un lavoro di pubbliche relazioni per il progetto.” Inoltre un noto cantante gospel della Tanzania fu ingaggiato per eseguire una canzone pop sui benefici della privatizzazione, che citava elettricità, telefoni, porti, ferrovie, e, naturalmente, l’acqua. Sia il Fondo Monetario Internazionale che la Banca Mondiale resero il progetto [di privatizzazione ndt] dell’acqua una condizione per gli “aiuti” che loro davano al paese. In meno di un anno su un contratto di dieci anni, il consorzio privato, City Water, smise di pagare il canone mensile per la concessione delle condotte e delle infrastrutture fornite dalla società di acqua pubblica governativa, Dawasa, insistendo sul fatto che contemporaneamente le proprie spese erano cresciute. Un inedito rapporto della Banca Mondiale osservava anche: “L’ipotesi primaria da parte di quasi tutti i soggetti coinvolti, in particolare sul versante dei donatori, è che sarebbe molto difficile, se non impossibile, per l’operatore privato [City Water] avere una resa peggiore di quella di Dawasa. Ma questo è quello che è successo.
La Banca Mondiale, nel suo complesso, ha tuttavia approvato il programma come “molto soddisfacente“, e giustamente, perché stava facendo quello che intendevano fare: fornire profitti alle società private a spese della gente povera.

Entro il 2005, la società non aveva costruito nessuna nuova condotta, non aveva speso i magri investimenti che aveva promesso, e la qualità dell’acqua calò. Mentre il denaro inglese “d’aiuto” era riversato nella propaganda della privatizzazione, veniva prodotto un video ufficiale che comprendeva la frase: “Le nostre vecchie industrie sono asciutte come le colture e la privatizzazione porta la pioggia.
In realtà, la privatizzazione attribuì il cartellino del prezzo alla pioggia. Così, nel 2005, il governo della Tanzania chiuse il contratto con City Water, e arrestò tre dirigenti della compagnia, espellendoli in Inghilterra.
Come è tipico, la società britannica Biwater, ha poi cominciato a presentare una querela contro il governo della Tanzania per violazione del contratto, con l’intenzione di avere 20-25 milioni di dollari. Un comunicato stampa Biwater all’epoca recitava: “Non c’è rimasta altra scelta … Se un segnale viene fuori è che i governi sono liberi di espropriare gli investimenti stranieri nell’impunità“, gli investitori fuggirebbero, e questo, naturalmente, “assesterebbe un duro colpo agli obiettivi di sviluppo della Tanzania e di altri paesi in Africa“.

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Il sesto Forum Mondiale dell’Acqua a Marsiglia nel 2012 ha riunito circa 19.000 partecipanti, durante il quale il ministro francese per lo sviluppo, Henri de Raincourt propose “un progetto mondiale di gestione dell’acqua e dell’ambiente“, aggiungendo: “Il governo francese non è solo nella convinzione che un’agenzia globale dell’ambiente sia più che mai necessaria.
Si tenne una conferenza parallela – l’Alternative World Water Forum – alla quale parteciparono le voci critiche della privatizzazione dell’acqua.
Gustave Massiah, un rappresentante del gruppo anti-globalizzazione Attac, dichiarò: “Se ci fosse un fondo mondiale per l’acqua sotto controllo che desse concessioni a società multinazionali, allora ciò non sarebbe per noi una soluzione. Al contrario, aggiungerebbe solo problemi al sistema attuale.
Un altro membro di Attac, Jacques Cambon, era il capo del ramo africano di SAFEGE, una filiale del conglomerato dell’acqua Suez. Cambon ha criticato il concetto di un fondo globale per l’acqua, mettendo in guardia contro la centralizzazione, e ha inoltre spiegato che la Banca Mondiale “ha quasi sempre finanziato dei progetti su vasta scala che non erano in sintonia con le situazioni locali.
Maria Teresa Lauron, un’attivista filippina, ha condiviso la storia della privatizzazione dell’acqua nelle Filippine, dicendo: “Dal 1997, i prezzi sono aumentati del 450-800 per cento … Al tempo stesso, la qualità dell’acqua si è abbassata. Molte persone si ammalano a causa di acqua malsana, un anno fa, circa 600 persone sono morte a causa di batteri nell’acqua perché la società dell’acqua privata non faceva controlli adeguati.
Ma poi, perché mai la società dovrebbe fare cose simili? Non è che sia particolarmente vantaggioso essere interessati al benessere umano.

In Europa, la Commissione Europea spinse la privatizzazione dell’acqua come condizione per i fondi di sviluppo tra il 2002 e il 2010, specificamente in diversi paesi dell’Europa centrale e orientale che dipendevano dalle sovvenzioni europee. Dalla crisi del debito europeo, la Commissione Europea aveva fatto della privatizzazione dell’acqua una condizione per Grecia, Portogallo e Italia.
La Grecia sta privatizzando le sue aziende dell’acqua, il Portogallo è sotto pressione perchè venda la sua società idrica nazionale, Aguas do Portogallo, in Italia, la Banca centrale europea (BCE) e la Commissione hanno fatto pressione per privatizzare l’acqua, anche se un referendum nazionale, nel luglio del 2011 ha visto il popolo italiano rifiutare tale progetto con il 95% [di contrari ndt].

In questo contesto, tra istituzioni e corporation con potere e  influenza mondiale, forse è meno sorprendente immaginare il presidente della Nestlé che suggerisce che il “diritto” all’acqua degli esseri umani è piuttosto “estremista“.
E per una ragione “estremistica” molto semplice: che non sarebbe redditizio per la Nestlé, anche se potrebbe essere un bene per l’umanità e la terra. Si tratta di priorità, e nel nostro mondo, sono le priorità sono fissate da multinazionali, banche e oligarchi globali.
Poichè la Nestlé vorrebbe farci credere che gli interessi delle corporation e quelli sociali non confliggono, come [fanno ndt] le corporation – attraverso le loro ‘illuminate’ motivazioni di interesse personale e di ricerca del profitto – sarà quasi fortuito rendere il mondo un posto migliore.
Ora, mentre l’ortodossia neoliberista funziona sulla base di persone che accettano semplicemente questo presupposto senza indagini (come un qualsiasi credo religioso), forse varrebbe la pena guardare alla Nestlé come ad un esempio di beneficenza aziendale per il mondo e l’umanità.

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Responsabilità Sociale d’Impresa della Nestlé: Rendere il mondo sicuro secondo la Nestlé … e accidentalmente distruggerlo

Come grande società multinazionale, la Nestlé ha una comprovata esperienza di sfruttamento del lavoro, di distruzione dell’ambiente, d’impegno nelle violazioni dei diritti umani, ma naturalmente – e soprattutto – fa grandi profitti.
Nel 2012, la Nestlé ha ricevuto grandi introiti dai ‘mercati emergenti‘ in Asia, Africa e America Latina. Tuttavia, alcuni profitti dei mercati emergenti hanno cominciato a rallentare nel 2013. Questo è in parte il risultato dello scandalo della carne di cavallo che ha richiesto ad aziende come la Nestlé di intensificare il controllo dei propri prodotti alimentari.

Meno di un anno prima, la Nestlé lamentava che “l’eccesso di regolamentazione” del settore alimentare stava “minando la responsabilità personale,” che è un altro modo per dire che la responsabilità sui prodotti e la loro sicurezza deve passare dal produttore al consumatore. In altre parole, se sei così stupido da comprare i prodotti Nestlé, è colpa tua se ti viene il diabete o mangi carne di cavallo, e, quindi, è vostra la responsabilità, non di Nestlé. Mi sembra giusto! Noi siamo così stupidi da accettare che le corporation ci comandino, dunque, quale diritto abbiamo di lamentarci di tutti i crimini orrendi e della distruzione che provocano? Un cinico potrebbe forse sostenere un punto di vista del genere.

Uno dei più famosi problemi di pubbliche relazioni della Nestlé fu quello del marketing del latte artificiale per bambini, che balzò sui titoli dei giornali nel 1970, dopo la pubblicazione di “The Killer Baby”, che accusava la compagnia di tenere le mamme del terzo mondo legate al latte in polvere. Mentre la ricerca andava dimostrando come l’allattamento al seno fosse più sano, la Nestlè commercializzava il latte in polvere per bambini come un modo per le donne di ‘occidentalizzarsi’ e unirsi al mondo moderno, con la distribuzione di opuscoli e campioni promozionali, con aziende che assumevano “ragazze in divisa da infermiere per la vendita (a volte qualificate, a volte no)” allo scopo di girare per le case e vendere il latte in polvere. Le donne cercavano di risparmiare sul latte in polvere diluiendolo, molte volte con acqua contaminata. Mentre l’organizzazione War on Want con sede a Londra osservava: “I risultati possono essere visti nelle cliniche e negli ospedali, nei bassifondi e nei cimiteri del Terzo Mondo … bambini i cui corpi sono consumati fino a quando tutto ciò che rimane è una grande testa in cima ad un corpo avvizzito da vecchio.
Un funzionario dell’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) incolpava il latte in polvere per bambini di “un milione di morti infantili ogni anno per malnutrizione e dissenterie“.

Mike Muller, l’autore di “The Killer baby” nel 1974, scrisse un articolo per il Guardian nel 2013, nel quale disse di aver dato a Peter Brabeck a “regalo” al Forum Economico Mondiale, una copia firmata del suo rapporto. Il rapporto aveva scatenato un boicottaggio globale della Nestlé e la società rispose con azioni legali.

La Nestlé fu anche implicata nel sostegno alle piantagioni di palme da olio, che hanno portato ad un incremento della deforestazione e alla distruzione dell’habitat dell’orangutan in Indonesia. Una pubblicazione di Greenpeace osservava che, “almeno 1.500 oranghi sono morti nel 2006 a seguito di attacchi deliberati da parte dei lavoratori delle piantagioni e per la perdita dell’habitat a causa dell’espansione delle piantagioni di palma da olio.

Forest Action against Nestle UK

Sui social media è stata lanciata contro la Nestlé una campagna per il suo ruolo di sostegno alle piantagioni di palma da olio, alla deforestazione e alla distruzione dell’habitat nel quale l’orangutan vive. La campagna di pressione sulla Nestlé ha fatto diminuire il suo “ruolo nella deforestazione.

Mentre Nestlé andava ampliando la sua presenza in Africa, anche essa ha suscitato diverse polemiche sulle sue operazioni nel continente. La Nestlé acquista un decimo del cacao del mondo, la maggior parte del quale proviene dalla Costa d’Avorio, dove la società fu implicata nell’utilizzo di lavoro minorile.
Nel 2001, la legislazione degli Stati Uniti imponeva alle imprese di impegnarsi in un'”auto-regolamentazione“, che richiedeva l’etichettatura “esente da schiavi” su tutti i prodotti di cacao. Questa “autoregolamentazione“, tuttavia “ha fallito la consegna” – immaginate! – poichè uno studio prodotto dalla Tulane University, con finanziamenti del governo statunitense rivelò che circa 2 milioni di bambini lavoravano in attività legate al cacao sia in Ghana che in Costa d’Avorio. Fu anche effettuato un controllo interno da parte della società che ritenne colpevole la Nestlé di “numerose” violazioni delle leggi sul lavoro minorile.
Il responsabile delle operazioni della Nestlé dichiarò: “L’utilizzo del lavoro minorile nel nostro approvvigionamento di cacao va contro tutto ciò che rappresentiamo.
Così, naturalmente, continueranno ad utilizzare il lavoro minorile.

Peter Brabeck affermò che è “quasi impossibile” porre fine alla pratica, e la paragonò a quella del lavoro agricolo in Svizzera: “Se uno va in Svizzera … ancora oggi, nel mese di settembre, le scuole hanno una settimana di vacanza in modo che gli studenti possano aiutare nella raccolta del vino… anche in quei paesi in via di sviluppo, questo accade,” lo riferì al Consiglio per le Relazioni Estere.

Mentre l’ammissione che questo “è fondamentalmente lavoro minorile e schiavitù in alcuni mercati africani,” è “una sfida che non è molto facile da affrontare“, rilevando che vi è “una linea molto sottile” in ciò che è accettabile per quanto riguarda “il lavoro minorile nell’ambiente agricolo.
Aggiunse: “è quasi normale.” Così, Brabeck spiegò, “che bisogna guardare in modo diverso“, e che non era compito della Nestlé dire ai genitori che i loro figli non potevano lavorare nelle piantagioni/fattorie di cacao, “la cosa è ridicola,” e suggerì: “Ma quello che diciamo è che noi vi aiuteremo affinchè il bambino abbia accesso alla scuola.
Quindi, chiaramente non ci sono problemi con l’utilizzo di schiavitù infantile, solo il tempo necessario affinchè i bambini ottengano qualche scuola … presumibilmente, al di ‘fuori dell’orario’ della schiavitù. Problema risolto!

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Mentre Brabeck e Nestlé hanno fatto un grande problema della scarsità d’acqua, che ancora una volta, è una questione incredibilmente importante, le loro soluzioni ruotano attorno al “dare un prezzo” all’acqua secondo un valore di mercato, e in questo modo incoraggiando la privatizzazione. In effetti, la conquista globale dell’acqua è stata una caratteristica distintiva di questi ultimi anni (accoppiata ad una grande conquista mondiale di territorio), nella quale investitori, paesi, banche e società vanno comprando vaste estensioni di territori (soprattutto nell’Africa sub-sahariana) praticamente per un nulla, allontanando le popolazioni che vivono dei frutti della terra, prendendo tutte le risorse, l’acqua e la terra, facendo piazza pulita di centri e villaggi, per convertirli in piantagioni agricole industriali e altre colture per l’esportazione, mentre le popolazioni nazionali sono spinte sempre più verso la povertà, la fame, e sono prive dell’accesso all’acqua.
Peter Brabeck ha fatto riferimento alla conquista della terra come fosse in realtà quella dell’acqua: “Con la terra viene il diritto di prelevare l’acqua ad essa collegata, nella maggior parte dei paesi essenzialmente un omaggio che potrebbe essere visto come la parte più preziosa dell’accordo.” Questa, ha osservato Brabeck, è “la grande conquista dell’acqua.

E, naturalmente, la Nestlé dovrebbe sapere qualcosa sulle conquiste dell’acqua, poiché è diventata molto brava ad incrementarle.
Negli ultimi anni, l’azienda si è mossa sempre più ad acquistare terreni da cui prendere le risorse di acqua dolce, metterle in bottiglie di plastica e venderle al pubblico a prezzi esorbitanti.
Nel 2008, mentre la Nestlé progettava di costruire un impianto di imbottigliamento di acqua a McCloud, California, il procuratore generale si è opposto al progetto, rilevando: “Ci vogliono enormi quantità di petrolio per la produzione di bottiglie di plastica e per trasportarle su camion diesel attraverso gli Stati Uniti… Nestlè andrà incontro ad una repentina sfida legale se non valuterà pienamente – l’impatto ambientale del dirottare milioni di galloni di acqua di sorgente del fiume McCloud in miliardi di bottiglie di plastica.
La Nestlé ha già operato in circa 50 sorgenti di tutto il paese, e ne sta acquisendo di ulteriori: come ad esempio un piano per spillare circa 65 milioni di litri di acqua da una sorgente in Colorado, nonostante la forte opposizione all’accordo.
Anni di opposizione ai piani della Nestlé a McCloud hanno alla fine conseguito l’abbandono degli sforzi dell’azienda laggiù. Tuttavia, la compagnia è rapidamente passata a trovare nuovi luoghi dove prendere l’acqua e realizzare un profitto, distruggendo pure l’ambiente (solo un bonus aggiuntivo, ovviamente).

La società controlla un terzo del mercato statunitense dell’acqua in bottiglia, che vende sotto 70 nomi di marche diverse, compresa Perrier, Arrowhead, Deer Park e Polonia Spring. Le altre due grandi aziende di acqua in bottiglia sono la Coca-Cola e la PepsiCo, sebbene la Nestlé si sia guadagnata una reputazione “nel prendere di mira le comunità rurali per l’acqua di sorgente, una mossa che gli è valsa una fiera opposizione delle città attraverso gli Stati Uniti preoccupate di perdere le loro preziose risorse idriche.
E la conquista dell’acqua da parte della Nestlé oltre che l’opposizione continua a fagocitare centri, stati e città in tutto il paese, con un caso più recente, in Oregon.

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La Nestlé ha suscitato polemiche per le sue connessioni con agricoltori che sfruttano il lavoro, con l’inquinamento, e con le violazioni dei diritti umani, e molte altre cose. La Nestlé è stata implicata nel sequestro e nell’omicidio di un attivista sindacale e dipendente di una filiale della società in Colombia, con un giudice che chiedeva al pubblico ministero di “indagare i manager alla guida della Nestlè-Cicolac per far luce sul loro probabile coinvolgimento e/o la pianificazione dell’assassinio del leader sindacale Luciano Enrique Romero Molina“.
Nel 2012, un gruppo colombiano sindacale e di difesa dei diritti umani ha presentato una denuncia contro la Nestlé per negligenza sull’assassinio del loro ex dipendente Romero.

Più di recente, la Nestlé è stata trovata responsabile di spiare ONG, con l’assunzione da parte della compagnia di una società di sicurezza privata per infiltrare un gruppo anti-globalizzazione, e mentre un giudice ordinava alla società di pagare un risarcimento, un portavoce della Nestlè dichiarava che “l’incitamento alle infiltrazioni è contro i principi di business aziendale della Nestlé.
Proprio come la schiavitù infantile, presumibilmente. Ma non preoccupatevi, il portavoce ha detto, “prenderemo appropriate misure.

Peter Brabeck che, va notato, siede anche nei consigli di amministrazione di Exxon, L’Oréal e del colosso bancario Credit Suisse, ha avvertito nel 2009 che la crisi economica globale sarebbe stata “molto profonda” e che, “durerà per un lungo periodo.” Per di più, la crisi alimentare, sarebbe “divenuta sempre più grave” nel corso del tempo, colpendo i più poveri. Tuttavia, puntellare il settore finanziario attraverso salvataggi massicci era, a suo avviso, “assolutamente essenziale.
Ma non c’è da preoccuparsi, mentre le banche vengono salvate dai governi, chi aiuta popolazione, che paga la crisi, attraverso standard ridotti di vita e attraverso lo sfruttamento (che noi chiamiamo “misure di riforma strutturale” e di “austerità“), la Nestlé è stata in grado di adattarsi a un nuovo mercato di persone impoverite, vendendo prodotti più economici a più persone che ora hanno meno soldi. E meglio ancora, sta facendo enormi profitti. E ricordate, secondo Brabeck, non è tutto ciò che conta veramente?

Questo è il mondo secondo le corporation. Purtroppo, mentre si crea una ricchezza enorme, è inevitabile che si giunga anche all’estinzione della nostra specie, e forse di tutta la vita sulla terra. Ma non è un problema delle corporation, così come non  riguarda quelli che guidano le corporation, quelli che prendono le decisioni importanti, e quelli che fanno pressione e comprano i nostri politici.

Mi chiedo … cosa sarebbe il mondo se le persone fossero in grado di prendere decisioni?

C’è solo un modo per saperlo.

Andrew Gavin Marshall è un ricercatore indipendente e scrittore con vive a Montreal, in Canada, che ha una particolare attenzione per lo studio di idee, istituzioni e individui di potere e della resistenza attraverso un ampio spettro di ambiti sociali, politici, economici e storici. Ha pubblicato su Dandelion Salad, AlterNet, Counterpunch, Occupy.com, Verity-Out, RoarMag, e una serie di altri gruppi di media alternativi, e regolarmente fa trasmissioni radio, Internet, e interviste TV con  agenzie di stampa alternative e tradizionali. Lui è Project Manager del People’s Book Project e tiene uno show settimanale Podcast con BoilingFrogsPost.

https://dandelionsalad.wordpress.com/2013/04/23/nestle-ceo-peter-brabeck-letmathe-human-beings-have-no-right-to-water-by-andrew-gavin-marshall/

Kitkat links to Rainforest destruction and Orangutan Extinction

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  • Nestlé CEO Peter Brabeck-Letmathe: “Human Beings Have No Right to Water”  
April 23, 2013 by dandelionsalad

by Andrew Gavin Marshall

In the 2005 documentary, We Feed the World, then-CEO of Nestlé, the world’s largest foodstuff corporation, Peter Brabeck-Letmathe, shared some of his own views and ‘wisdom’ about the world and humanity. Brabeck believes that nature is not “good,” that there is nothing to worry about with GMO foods, that profits matter above all else, that people should work more, and that human beings do not have a right to water.

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Today, he explained, “people believe that everything that comes from Nature is good,” marking a large change in perception, as previously, “we always learnt that Nature could be pitiless.” Humanity, Brabeck stated, “is now in the position of being able to provide some balance to Nature, but in spite of this we have something approaching a shibboleth that everything that comes from Nature is good.” He then referenced the “organic movement” as an example of this thinking, premising that “organic is best.” But rest assured, he corrected, “organic is not best.” In 15 years of GMO food consumption in the United States, “not one single case of illness has occurred.” In spite of this, he noted, “we’re all so uneasy about it in Europe, that something might happen to us.” This view, according to Brabeck, is “hypocrisy more than anything else.”

Water, Brabeck correctly pointed out, “is of course the most important raw material we have today in the world,” but added: “It’s a question of whether we should privatize the normal water supply for the population. And there are two different opinions on the matter. The one opinion, which I think is extreme, is represented by the NGOs, who bang on about declaring water a public right.” Brabeck elaborated on this “extreme” view: “That means that as a human being you should have a right to water. That’s an extreme solution.” The other view, and thus, the “less extreme” view, he explained, “says that water is a foodstuff like any other, and like any other foodstuff it should have a market value. Personally I believe it’s better to give a foodstuff a value so that we’re all aware that it has its price, and then that one should take specific measures for the part of the population that has no access to this water, and there are many different possibilities there.” The biggest social responsibility of any CEO, Brabeck explained:

is to maintain and ensure the successful and profitable future of his enterprise. For only if we can ensure our continued, long term existence will we be in the position to actively participate in the solution of the problems that exist in the world. We’re in the position of being able to create jobs… If you want to create work, you have to work yourself, not as it was in the past where existing work was distributed. If you remember the main argument for the 35-hour week was that there was a certain amount of work and it would be better if we worked less and distributed the work amongst more people. That has proved quite clearly to be wrong. If you want to create more work you have to work more yourself. And with that we’ve got to create a positive image of the world for people, and I see absolutely no reason why we shouldn’t be positive about the future. We’ve never had it so good, we’ve never had so much money, we’ve never been so healthy, we’ve never lived as long as we do today. We have everything we want and we still go around as if we were in mourning for something.

While watching a promotional video of a Nestlé factory in Japan, Brabeck commented, “You can see how modern these factories are; highly robotized, almost no people.” And of course, for someone claiming to be interested in creating jobs, there appears to be no glaring hypocrisy in praising factories with “almost no people.”

Lemino11 – Mar 24, 2008

It’s important to note that this is not simply the personal view of some random corporate executive, but rather, that it reflects an institutional reality of corporations: the primary objective of a corporation – above all else – is to maximize short-term profits for shareholders. By definition, then, workers should work more and be paid less, the environment is only a concern so much as corporations have unhindered access to control and exploit the resources of the environment, and ultimately, it’s ‘good’ to replace workers with automation and robotics so that you don’t have to pay fewer or any workers, and thus, maximize profits. With this institutional – and ideological – structure (which was legally constructed by the state), concern for the environment, for water, for the world and for humanity can only be promoted if it can be used to advance corporate profits, or if it can be used for public relations purposes. Ultimately, it has to be hypocritical. A corporate executive cannot take an earnest concern in promoting the general welfare of the world, the environment, or humanity, because that it not the institutional function of a corporation, and no CEO that did such would be allowed to remain as CEO.

This is why it matters what Peter Brabeck thinks: he represents the type of individual – and the type of thinking – that is a product of and a requirement for running a successful multinational corporation, of the corporate culture itself. To the average person viewing his interview, it might come across as some sort of absurd tirade you’d expect from a Nightline interview with some infamous serial killer, if that killer had been put in charge of a multinational corporation:

“People have a ‘right’ to water? What an absurd notion! Next thing you’ll say is that child labour is bad, polluting the environment is bad, or that people have some sort of ‘right’ to… life! Imagine the audacity! All that matters is ‘profits,’ and what a wonderful thing it would be to have less people and more profits! Water isn’t a right, it’s only a necessity, so naturally, it makes sense to privatize it so that large multinational corporations like Nestlé can own the world’s water and ensure that only those who can pay can drink. Problem solved!”

Sadly, though intentionally satirical, this is the essential view of Brabeck and others like him. And disturbingly, Brabeck’s influence is not confined to the board of Nestlé. Brabeck became the CEO of Nestlé in 1997, a position he served until 2008, at which time he resigned as CEO but remained as chairman of the board of directors of Nestlé. Apart from Nestlé, Brabeck serves as vice chairman of the board of directors of L’Oréal, the world’s largest cosmetics and ‘beauty’ company; vice chairman of the board of Credit Suisse Group, one of the world’s largest banks; and is a member of the board of directors of Exxon Mobil, one of the world’s largest oil and energy conglomerates.

He was also a former board member of one of the world’s largest pharmaceutical conglomerates, Roche. Brabeck also serves as a member of the Foundation Board for the World Economic Forum (WEF), “the guardian of [the WEF’s] mission, values and brand… responsible for inspiring business and public confidence through an exemplary standard of governance.” Brabeck is also a member of the European Round Table of Industrialists (ERT), a group of European corporate CEOs which directly advise and help steer policy for the European Union and its member countries. He has also attended meetings of the Bilderberg group, an annual forum of 130 corporate, banking, media, political and military elites from Western Europe and North America.

Thus, through his multiple board memberships on some of the largest corporations on earth, as well as his leadership and participation in some of the leading international think tanks, forums and business associations, Brabeck has unhindered access to political and other elites around the world. When he speaks, powerful people listen.

Brabeck’s Brain

Brabeck has become an influential voice on issues of food and water, and not surprisingly so, considering he is chairman of the largest food service corporation on earth. Brabeck’s career goes back to when he was working for Nestlé in Chile in the early 1970s, when the left-leaning democratically-elected president Salvador Allende was “threatening to nationalize milk production, and Nestlé’s Chilean operations along with it.” A 1973 Chilean military coup – with the support of the CIA – put an end to that “threat” by bringing in the military dictatorship of Augusto Pinochet, who murdered thousands of Chileans and established a ‘national security state’, imposing harsh economic measures to promote the interests of elite corporate and financial interests (what later became known as ‘neoliberalism’).

In a 2009 article for Foreign Policy magazine, Brabeck declared: “Water is the new gold, and a few savvy countries and companies are already banking on it.” In a 2010 article for the Guardian, Brabeck wrote that, “[w]hile our collective attention has been focused on depleting supplies of fossil fuels, we have been largely ignoring the simple fact that, unless radical changes are made, we will run out of water first, and soon.” What the world needs, according to Brabeck, is “to set a price that more accurately values our most precious commodity,” and that, [t]he era of water at throwaway prices is coming to an end.” In other words, water should become increasingly expensive, according to Brabeck. Countries, he wrote, should recognize “that not all water use should be regarded as equal.”

In a discussion with the Wall Street Journal in 2011, Brabeck spoke against the use of biofuels – converting food into fuel – and suggested that this was the primary cause of increased food prices (though in reality, food price increases are primarily the result of speculation by major banks like Goldman Sachs and JPMorgan Chase). Brabeck noted the relationship between his business – food – and major geopolitical issues, stating: “What we call today the Arab Spring… really started as a protest against ever-increasing food prices.” One “solution,” he suggested, was to provide a “market” for water as “the best guidance that you can have.” If water was a ‘market’ product, it wouldn’t be wasted on growing food for fuel, but focus on food for consumption – and preferably (in his view), genetically modified foods. After all, he said, “if the market forces are there the investments are going to be made.” Brabeck suggested that the world could “feed nine billion people,” providing them with water and fuel, but only on the condition that “we let the market do its thing.”

Brabeck co-authored a 2011 article for the Wall Street Journal in which he stated that in order to provide “universal access to clean water, there is simply no other choice but to price water at a reasonable rate,” and that roughly 1.8 billion people on earth lack access to clean drinking water “because of poor water management and governance practices, and the lack of political will.” Brabeck’s job then, as chairman of Nestlé, is to help create the “political will” to make water into a modern “market” product.

Now before praising Brabeck for his ‘enlightened’ activism on the issue of water scarcity and providing the world’s poor with access to clean drinking water (which are very real and urgent issues needing attention), Brabeck himself has stressed that his interest in the issue of water has nothing to do with actually addressing these issues in a meaningful way, or for the benefit of the earth and humanity. No, his motivation is much more simple than this.

In a 2010 interview for BigThink, Brabeck noted: “If Nestlé and myself have become very vocal in the area of water, it was not because of any philanthropic idea, it was very simple: by analyzing… what is the single most important factor for the sustainability of Nestlé, water came as [the] number one subject.” This is what led Brabeck and Nestlé into the issue of water “sustainability,” he explained. “I think this is part of a company’s responsibility,” and added: “Now, if I was in a different industry, I would have a different subject, certainly, that I would be focusing on.”

Brabeck was asked if industries should “have a role in finding solutions to environmental issues that affect their business,” to which he replied: “Yes, because it is in the interest of our shareholders… If I want to convince my shareholders that this industry is a long-term sustainable industry, I have to ensure that all aspects that are vital for this company are sustainable… When I see, like in our case, that one of the aspects – which is water, which is needed in order to produce the raw materials for our company – if this is not sustainable, then my enterprise is not sustainable. So therefore I have to do something about it. So shareholder interest and societal interest are common.”

Thus, when Brabeck and Nestlé promote “water sustainability,” what they are really promoting is the sustainability of Nestlé’s access to and control over water resources. How is that best achieved? Well, since Nestlé is a large multinational corporation, the natural solution is to promote ‘market’ control of water, which means privatization and monopolization of the world’s water supply into a few corporate hands.

In a 2011 conversation with the editor of Time Magazine at the Council on Foreign Relations, Brabeck referred to a recent World Economic Forum meeting where the issue of “corporate social responsibility” was the main subject of discussion, when corporate executives “started to talk about [how] we have to give back to society,” Brabeck spoke up and stated: “I don’t feel that we have to give back to society, because we have not been stealing from society.” Brabeck explained to the Council on Foreign Relations that he felt such a concept was the purview of philanthropy, and “this was a problem for the CEO of any public company, because I personally believe that no CEO of a public company should be allowed to make philanthropy… I think anybody who does philanthropy should do it with his own money and not the money of the shareholders.” Engaging in corporate social responsibility, Brabeck explained, “was an additional cost.”

At the 2008 World Economic Forum, a consortium of corporations and international organizations formed the 2030 Water Resources Group, chaired by Peter Brabeck. It was established in order to “shape the agenda” for the discussion of water resources, and to create “new models for collaboration” between public and private enterprises. The governing council of the 2030 WRG is chaired by Brabeck and includes the executive vice president and CEO of the International Finance Corporation (IFC), the investment arm of the World Bank, the administrator of the United Nations Development Programme (UNDP), the chief business officer and managing director of the World Economic Forum, the president of the African Development Bank, the chairman and CEO of The Coca-Cola Company, the president of the Asian Development Bank, the director-general of the World Wildlife Fund (WWF), the president of the Inter-American Development Bank, and the chairman and CEO of PepsiCo, among others.

At the World Water Forum in 2012 – an event largely attended by the global proponents of water privatization, Nestlé among their most enthusiastic supporters – Brabeck suggested that the 2030 Water Resources Group represents a “global public-private initiative” which could help in “providing tools and information on best practice” as well as “guidance and new policy ideas on water resource scarcity.”

Brabeck and Nestlé had been in talks with the Canadian provincial government of Alberta in planning for a potential “water exchange,” to – in the words of Maclean’s magazine – “turn water into money.” In 2012, the University of Alberta bestowed an honorary degree upon Peter Brabeck “for his work as a responsible steward for water around the world.” Protests were organized at the university to oppose the ‘honor,’ with a representative from the public interest group, the Council of Canadians, noting: “I’m afraid that the university is positioning themselves on the side of the commodifiers, the people who want to say that water is not a human right that everyone has the right to, but is just a product that can be bought and sold.” A professor at the university stated: “I’m ashamed at this point, about what the university is doing and I’m also very concerned about the way the president of the university has been demonizing people who oppose this.” As another U of A professor stated: “What Nestlé does is take what clean water there is in which poor people are relying on, bottle it and then sell it to wealthier people at an exorbitant profit.”

The Global Water Privatization Agenda

Water privatization is an extremely vicious operation, where the quality of – and access to – water resources diminishes or even vanishes, while the costs explode. When it comes to the privatization of water, there is no such thing as “competition” in how the word is generally interpreted: there are only a handful of global corporations that undertake massive water privatizations. The two most prominent are the French-based Suez Environment and Veolia Environment, but also include Thames Water, Nestlé, PepsiCo and Coca-Cola, among others. For a world in which food has already been turned into a “market commodity” and has been “financialized,” leading to massive food price increases, hunger riots, and immense profits for a few corporations and banks, the prospect of water privatization is even more disturbing.

The agenda of water privatization is organized at the international level, largely promoted through the World Water Forum and the World Water Council. The World Water Council (WWC) was established in 1996 as a French-based non-profit organization with over 400 members from intergovernmental organizations, government agencies, corporations, corporate-dominated NGOs and environmental organizations, water companies, international organizations and academic institutions.

Every three years, the WWC hosts a World Water Forum, the first of which took place in 1997, and the 6th conference in 2012 was attended by thousands of participants from countries and institutions all over the world get together to decide the future of water, and of course, promote the privatization of this essential resource to human life. The 6th World Water Forum, hosted in Marseilles, France, was primarily sponsored by the French government and the World Water Council, but included a number of other contributors, including: the African Development Bank, African Union Commission, Arab Water Council, Asian Development Bank, the Council of Europe, the European Commission, the European Investment Bank, the European Parliament, the European Water Association, the Food and Agricultural Organization, the Global Environment Facility, Inter-American Development Bank, Nature Conservancy, Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), Organization of American States (OAS), Oxfam, the World Bank, the World Business Council for Sustainable Development, the World Health Organization, the World Wildlife Fund; and a number of corporate sponsors, including: RioTinto Alcan, EDF, Suez Environment, Veolia, and HSBC. Clearly, they have human and environmental interests at heart.

The World Bank is a major promoter of water privatization, as much of its aid to ‘developing’ countries was earmarked for water privatization schemes which inevitably benefit major corporations, in co-operation with the International Monetary Fund (IMF), and the U.S. Treasury. One of the first major water privatization schemed funded by the World Bank was in Argentina, for which the Bank “advised” the government of Argentina in 1991 on the bidding and contracting of the water concession, setting a model for what would be promoted around the world. The World Bank’s investment arm, the International Finance Corporation (IFC), loaned roughly $1 billion to the Argentine government for three water and sewage projects in the country, and even bought a 5% stake in the concession, thus becoming a part owner. When the concession for Buenos Aires was opened up, the French sent representatives from Veolia and Suez, which formed the consortium Aguas Argentinas, and of course, the costs for water services went up. Between 1993, when the contract with the French companies was signed, and 1997, the Aguas Argentinas consortium gained more influence with Argentine President Carlos Menem and his Economy Minister Domingo Cavallo, who would hold meetings with the president of Suez as well as the President of France, Jacques Chirac. By 2002, the water rates (cost of water) in Buenos Aires had increased by 177% since the beginning of the concession.

In the 1990s, the amount of World Bank water privatization projects increased ten-fold, with 31% of World Bank water supply and sanitation projects between 1990 and 2001 including conditions of private-sector involvement, despite the fact that the projects consistently failed in terms of providing cheaper and better water to larger areas. But of course, they were highly profitable for large corporations, so naturally, they continued to be promoted and supported (and subsidized).

One of the most notable examples of water privatization schemes was in Bolivia, the poorest country in South America. In 1998, an IMF loan to Bolivia demanded conditions of “structural reform,” the selling off of “all remaining public enterprises,” including water. In 1999, the World Bank told the Bolivian government to end its subsidies for water services, and that same year, the government leased the Cochabamba Water System to a consortium of multinational corporations, Aguas del Tunari, which included the American corporation Bechtel. After granting the consortium a 40-year lease, the government passed a law which would make residents pay the full cost of water services. In January of 2000, protests in Cochabamba shut down the city for four days, striking and establishing roadblocks, mobilizing against the water price increases which doubled or tripled their water bills. Protests continued in February, met with riot police and tear gas, injuring 175 people.

By April, the protests began to spread to other Bolivian cities and rural communities, and during a “state of siege” (essentially martial law) declared by Bolivian president Hugo Banzer, a 17-year old boy, Victor Hugo Daza, was shot and killed by a Bolivian Army captain, who was trained as the U.S. military academy, the School of the Americas. As riot police continued to meet protesters with tear gas and live ammunition, more people were killed, and dozens more injured. On April 10, the government conceded to the people, ending the contract with the corporate consortium and granting the people to control their water system through a grassroots coalition led by the protest organizers.

Two days later, World Bank President James Wolfensohn stated that the people of Bolivia should pay for their water services. On August 6, 2001, the president of Bolivia resigned, and the Vice President Jorge Quiroga, a former IBM executive, was sworn in as the new president to serve the remainder of the term until August of 2002. Meanwhile, the water consortium, deeply offended at the prospect of people taking control of their own resources, attempted to take legal action against the government of Bolivia for violating the contract. Bechtel was seeking $25 million in compensation for its “losses,” while recording a yearly profit of $14 billion, whereas the national budget of Bolivia was a mere $2.7 billion. The situation ultimately led to a type of social revolution which brought to power the first indigenous Bolivian leader in the country’s history, Evo Morales.

This, of course, has not stopped the World Bank and IMF – and the imperial governments which finance them – from promoting water privatization around the world for the exclusive benefit of a handful of multinational corporations. The World Bank promotes water privatization across Africa in order to “ease the continent’s water crisis,” by making water more expensive and less accessible.

As the communications director of the World Bank in 2003, Paul Mitchell, explained, “Water is crucial to life – we have to get water to poor people,” adding: “There are a lot of myths about privatization.” I would agree. Though the myth that it ‘works’ is what I would propose, but Mitchell instead suggested that, “[p]rivate sector participation is simply to manage the asset to make it function for the people in the country.” Except that it doesn’t. But don’t worry, decreasing water standards, dismantling water distribution, and rapidly increasing the costs of water to the poorest regions on earth is good, according to Mitchell and the World Bank. He told the BBC that what the World Bank is most interested in is the “best way to get water to poor people.” Perhaps he misspoke and meant to say, “the best way to take water from poor people,” because that’s what actually happens.

In 2003, the World Bank funded a water privatization scheme in the country of Tanzania, supported by the British government, and granting the concession to a consortium called City Water, owned by the British company Biwater, which worked with a German engineering firm, Gauff, to provide water to the city of Dar es Salaam and the surrounding region. It was one of the most ambitious water privatization schemes in Africa, with $140 million in World Bank funding, and, wrote John Vidal in the Guardian, it “was intended to be a model for how the world’s poorest communities could be lifted out of poverty.”

The agreement included conditions for the consortium to install new pipelines for water distribution. The British government’s Department for International Development gave a 440,000-pound contract to the British neoliberal think tank, Adam Smith International, “to do public-relations work for the project.” Tanzania’s best-known gospel singer was hired to perform a pop song about the benefits of privatization, mentioning electricity, telephones, the ports, railways, and of course, water. Both the IMF and World Bank made the water scheme a condition for “aid” they gave to the country. Less than one year into the ten-year contract, the private consortium, City Water, stopped paying its monthly fee for leasing the government’s pipes and infrastructure provided by the public water company, Dawasa, while simultaneously insisting that its own fees be raised. An unpublished World Bank report even noted: “The primary assumption on the part of almost all involved, particularly on the donor side, was that it would be very hard, if not impossible, for the private operator [City Water] to perform worse than Dawasa. But that is what happened.” The World Bank as a whole, however, endorsed the program as “highly satisfactory,” and rightly so, because it was doing what it was intended to do: provide profits for private corporations at the expense of poor people.

By 2005, the company had not built any new pipes, it had not spent the meager investments it promised, and the water quality declined. As British government “aid” money was poured into privatization propaganda, a video was produced which included the phrase: “Our old industries are dry like crops and privatization brings the rain.” Actually, privatization attaches a price-tag to rain. Thus, in 2005, the government of Tanzania ended the contract with City Water, and arrested the three company executives, deporting them back to Britain. As is typical, the British company, Biwater, then began to file a lawsuit against the Tanzanian government for breach of contract, wanting to collect $20-25 million. A press release from Biwater at the time wrote: “We have been left with no choice… If a signal goes out that governments are free to expropriate foreign investments with impunity,” investors would flee, and this would, of course, “deal a massive blow to the development goals of Tanzania and other countries in Africa.”

The sixth World Water Forum in Marseilles in 2012 brought together some 19,000 participants, where the French Development Minister Henri de Raincourt proposed a “global water and environment management scheme,” adding: “The French government is not alone in its conviction that a global environment agency is needed more than ever.” A parallel conference was held – the Alternative World Water Forum – which featured critics of water privatization. Gustave Massiah, a representative of the anti-globalization group Attac, stated, “Should a global water fund be in control, giving concessions to multinational companies, then that’s not a solution for us. On the contrary, that would only add to the problems of the current system.”

Another member of Attac, Jacques Cambon, used to be the head of SAFEGE’s Africa branch, a subsidiary of the water conglomerate Suez. Cambon was critical of the idea of a global water fund, warning against centralization, and further explained that the World Bank “has almost always financed large-scale projects that were not in tune with local conditions.” Maria Theresa Lauron, a Philippine activist, shared the story of water privatization in the Philippines, saying, “Since 1997, prices went up by 450 to 800 percent… At the same time, the water quality has gone down. Many people get ill because of bad water; a year ago some 600 people died as a result of bacteria in the water because the private company didn’t do proper water checks.” But then, why would the company do such a thing? It’s not like it’s particularly profitable to be concerned with human welfare.

In Europe, the European Commission had been pushing water privatization as a condition for development funds between 2002 and 2010, specifically in several central and eastern European countries which were dependent upon EU grants. Since the European debt crisis, the European Commission had made water privatization a condition for Greece, Portugal, and Italy. Greece is privatizing its water companies, Portugal is being pressured to sell its national water company, Aguas do Portugal, and in Italy, the European Central Bank (ECB) and the Commission were pushing water privatization, even though a national referendum in July of 2011 saw the people of Italy reject such a scheme by 95%.

In this context, among the global institutions and corporations of power and influence, it is perhaps less surprising to imagine the chairman of Nestlé suggesting that human beings having a “right” to water is rather “extreme.” And for a very simple reason: that’s not profitable for Nestlé, even though it might be good for humanity and the earth. It’s about priorities, and in our world, priorities are set by multinational corporations, banks, and global oligarchs. As Nestlé would have us think, corporate and social interests are not opposed, as corporations – through their ‘enlightened’ self-interest and profit-seeking motives – will almost accidentally make the world a better place. Now, while neoliberal orthodoxy functions on the basis of people simply accepting this premise without investigation (like any religious belief), perhaps it would be worth looking at Nestlé as an example for corporate benefaction for the world and humanity.

Nestlé’s Corporate Social Responsibility: Making the World Safe for Nestlé… and Incidentally Destroying the World

As a major multinational corporation, Nestlé has a proven track record of exploiting labour, destroying the environment, engaging in human rights violations, but of course – and most importantly – it makes big profits. In 2012, Nestlé was taking in major profits from ‘emerging markets’ in Asia, Africa, and Latin America. However, some emerging market profits began to slow down in 2013. This was partly the result of a horsemeat scandal which required companies like Nestlé to intensify the screening of their food products.

Less than a year prior, Nestlé was complaining that “over-regulation” of the food industry was “undermining individual responsibility,” which is another way of saying that responsibility for products and their safety should be passed from the producer to the consumer. In other words, if you’re stupid enough to buy Nestlé products, it’s your fault if you get diabetes or eat horsemeat, and therefore, it’s your responsibility, not the responsibility of Nestlé. Fair enough! We’re stupid enough to accept corporations ruling over us, therefore, what right do we have to complain about all the horrendous crimes and destruction they cause? A cynic could perhaps argue such a point.

One of Nestlé’s most famous PR problems was that of marketing artificial baby milk, which sprung to headlines in the 1970s following the publication of “The Baby Killer,” accusing the company of getting Third World mothers hooked on formula. As research was proving that breastfeeding was healthier, Nestlé marketed its baby formula as a way for women to ‘Westernize’ and join the modern world, handing out pamphlets and promotional samples, with companies hiring “sales girls in nurses’ uniforms (sometimes qualified, sometimes not)” in order to drop by homes and sell formula. Women tried to save money on the formula by diluting it, often times with contaminated water. As the London-based organization War on Want noted: “The results can be seen in the clinics and hospitals, the slums and graveyards of the Third World… Children whose bodies have wasted away until all that is left is a big head on top of the shriveled body of an old man.” An official with the United States Agency for International Development (USAID) blamed baby formula for “a million infant deaths every year through malnutrition and diarrheal diseases.”

Mike Muller, the author of “The Baby Killer” back in 1974, wrote an article for the Guardian in 2013 in which he mentioned that he gave Peter Brabeck a “present” at the World Economic Forum, a signed copy of the report. The report had sparked a global boycott of Nestlé and the company responded with lawsuits.

Nestlé has also been implicated for its support of palm-oil plantations, which have led to increased deforestation and the destruction of orangutan habitats in Indonesia. A Greenpeace publication noted that, “at least 1500 orangutans died in 2006 as a result of deliberate attacks by plantation workers and loss of habitat due to the expansion of oil palm plantations.” A social media campaign was launched against Nestlé for its role in supporting palm oil plantations, deforestation, and the destruction of orangutan habitats and lives. The campaign pressured Nestlé to decrease its “deforestation footprint.”

As Nestlé has been expanding its presence in Africa, it has also aroused more controversy in its operations on the continent. Nestlé purchases one-tenth of the world’s cocoa, most of which comes from the Ivory Coast, where the company has been implicated in the use of child labour. In 2001, U.S. legislation required companies to engage in “self-regulation” which called for “slave free” labeling on all cocoa products. This “self regulation,” however, “failed to deliver” – imagine that! – as one study carried out by Tulane University with funding from the U.S. government revealed that roughly 2 million children were working on cocoa-related activities in both Ghana and the Ivory Coast. Even an internal audit carried out by the company found that Nestlé was guilty of “numerous” violations of child labour laws. Nestlé’s head of operations stated, “The use of child labor in our cocoa supply goes against everything we stand for.” So naturally, they will continue to use child labour.

Peter Brabeck stated that it’s “nearly impossible” to end the practice, and he compared the practice to that of farming in Switzerland: “You go to Switzerland… still today, in the month of September, schools have one week holiday so students can help in the wine harvesting… In those developing countries, this also happens,” he told the Council on Foreign Relations. While acknowledging that this “is basically child labor and slave labor in some African markets,” it is “a challenge which is not very easy to tackle,” noting that there is “a very fine edge” of what is acceptable regarding “child labor in [the] agricultural environment.” He added: “It’s almost natural.” Thus, Brabeck explained, “you have to look at it differently,” and that it was not the job of Nestlé to tell parents that their children can’t work on cocoa plantations/farms, “which is ridiculous,” he suggested: “But what we are saying is we will help you that your child has access for schooling.” So clearly there is no problem with using child slavery, just so long as the children get some schooling… presumably, in their ‘off-hours’ from slavery. Problem solved!

While Brabeck and Nestlé have made a big issue of water scarcity, which again, is an incredibly important issue, their solutions revolve around “pricing” water at a market value, and thus encouraging privatization. Indeed, a global water grab has been a defining feature of the past several years (coupled with a great global land grab), in which investors, countries, banks and corporations have been buying up vast tracts of land (primarily in sub-Saharan Africa) for virtually nothing, pushing off the populations which live off the land, taking all the resources, water, and clearing the land of towns and villages, to convert them into industrial agricultural plantations to develop food and other crops for export, while domestic populations are pushed deeper into poverty, hunger, and are deprived of access to water. Peter Brabeck has referred to the land grabs as really being about water: “For with the land comes the right to withdraw the water linked to it, in most countries essentially a freebie that increasingly could be seen as the most valuable part of the deal.” This, noted Brabeck, is “the great water grab.”

And of course, Nestlé would know something about water grabs, as it has become very good at implementing them. In past years, the company has been increasingly buying land where it is taking the fresh water resources, bottling them in plastic bottles and selling them to the public at exorbitant prices. In 2008, as Nestlé was planning to build a bottling water plant in McCloud, California, the Attorney General opposed the plan, noting: “It takes massive quantities of oil to produce plastic water bottles and to ship them in diesel trucks across the United States… Nestlé will face swift legal challenge if it does not fully evaluate the environmental impact of diverting millions of gallons of spring water from the McCloud River into billions of plastic water bottles.” Nestlé already operated roughly 50 springs across the country, and was acquiring more, such as a plan to draw roughly 65 million gallons of water from a spring in Colorado, despite fierce opposition to the deal.

Years of opposition to the plans of Nestlé in McCloud finally resulted in the company giving up on its efforts there. However, the company quickly moved on to finding new locations to take water and make a profit while destroying the environment (just an added bonus, of course). The corporation controls one-third of the U.S. market in bottled water, selling it as 70 different brand names, including Perrier, Arrowhead, Deer Park and Poland Spring. The two other large bottled water companies are Coca-Cola and PepsiCo, though Nestlé had earned a reputation “in targeting rural communities for spring water, a move that has earned it fierce opposition across the U.S. from towns worried about losing their precious water resources.” And water grabs by Nestlé as well as opposition continue to engulf towns and states and cities across the country, with one more recent case in Oregon.

Nestlé has aroused controversy for its relations with labour, exploiting farmers, pollution, and human rights violations, among many other things. Nestlé has been implicated in the kidnapping and murder of a union activist and employee of the company’s subsidiary in Colombia, with a judge demanding the prosecutor to “investigate leading managers of Nestle-Cicolac to clarify their likely involvement and/or planning of the murder of union leader Luciano Enrique Romero Molina.” In 2012, a Colombian trade union and a human rights group filed charges against Nestlé for negligence over the murder of their former employee Romero.

More recently, Nestlé has been found liable over spying on NGOs, with the company hiring a private security company to infiltrate an anti-globalization group, and while a judge ordered the company to pay compensation, a Nestlé spokesperson stated that, “incitement to infiltration is against Nestlé’s corporate business principles.” Just like child slavery, presumably. But not to worry, the spokesman said, “we will take appropriate action.”

Peter Brabeck, who it should be noted, also sits on the boards of Exxon, L’Oréal, and the banking giant Credit Suisse, warned in 2009 that the global economic crisis would be “very deep” and that, “this crisis will go on for a long period.” On top of that, the food crisis would be “getting worse” over time, hitting poor people the hardest. However, propping up the financial sector through massive bailouts was, in his view, “absolutely essential.” But not to worry, as banks are bailed out by governments, who hand the bill to the population, which pays for the crisis through reduced standards of living and exploitation (which we call “austerity” and “structural reform” measures), Nestlé has been able to adapt to a new market of impoverished people, selling cheaper products to more people who now have less money. And better yet, it’s been making massive profits. And remember, according to Brabeck, isn’t that all that really matters?

This is the world according to corporations. Unfortunately, while it creates enormous wealth, it is also leading to the inevitable extinction of our species, and possibly all life on earth. But that’s not a concern of corporations, so it doesn’t concern those who run corporations, who make the important decisions, and pressure and purchase our politicians.

I wonder… what would the world be like if people were able to make decisions?

There’s only one way to know.


Andrew Gavin Marshall is an independent researcher and writer based in Montreal, Canada, with a focus on studying the ideas, institutions, and individuals of power and resistance across a wide spectrum of social, political, economic, and historical spheres. He has been published in Dandelion Salad, AlterNet, CounterPunch, Occupy.com, Truth-Out, RoarMag, and a number of other alternative media groups, and regularly does radio, Internet, and television interviews with both alternative and mainstream news outlets. He is Project Manager of The People’s Book Project and has a weekly podcast show with BoilingFrogsPost.

https://dandelionsalad.wordpress.com/2013/04/23/nestle-ceo-peter-brabeck-letmathe-human-beings-have-no-right-to-water-by-andrew-gavin-marshall/

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