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 di GilGuySparks

“Così all’ombra del potere, per la sua protezione e complicità, e spesso a sua insaputa e per cause che sfuggono al suo controllo, si sviluppa la ricchezza privata, cioè la classe dei proprietari. E questi, concentrando a poco a poco nelle loro mani i mezzi di produzione, le fonti vere della vita, agricoltura, industria, scambi, ecc. finiscono col costituire un potere a sé, il quale, per la superiorità dei suoi mezzi, e la grande massa d’interessi che abbraccia, finisce sempre col sottomettere più o meno apertamente il potere politico, cioè il governo, e farne il proprio gendarme.”
(Enrico Malatesta)

Non abbiamo niente da festeggiare e niente da celebrare in questo Primo Maggio 2013. Il Primo Maggio è un giorno di lotta ma soprattutto di lutto che prosegue anno dopo anno, come ricorrenza, annoverando sempre più vittime.
Vittime dello sfruttamento, della violenza e della furia distruttrice dell’accumulo del Capitale. Le vittime del primo maggio del 1896 a Chicago domandavano una giornata lavorativa di otto ore e avevano coscienza dello sfruttamento che vivevano giorno dopo giorno sulla propria pelle. Avevano una piena e lucida cognizione del proprio essere sociale e comprendevano per quale ragione bisognava lottare e chi fossero “i padroni”. Osserva infatti lo storico Eric Hobsbawm: “L’esistenza  delle classi lavoratrici era misera, meschina, sordida, bestiale, breve e soprattutto malsicura.

Pellizza da Volpedo Quarto Stato

Da cosa scaturiva nei lavoratori anarchici e socialisti in lotta di fine ‘800 la capacità di comprendere pienamente le radici vere del proprio sfruttamento?
Certamente la semplicità della vita che conducevano, il fatto di non essere stati ancora fagocitati e ammaestrati dai “persuasori occulti” del consumo capitalista, li preservava dalla cecità che via via ha avvinto la classe lavoratrice occidentale.
Ma un elemento fondamentale distingueva i lavoratori di Chicago e i luddisti della fine del ‘700 e questo aspetto era stato frutto di un processo di maturazione intellettivo, verso una reale comprensione del proprio peso e ruolo nella società, e di acquisizione di strumenti critici, che dessero risposte all’ingiustizia quotidiana, vissuta, non come isolati individui, ma come classe maggioritaria contro una minoranza iniqua e spietata.

In precedenza il luddista non era, come talvolta viene descritto, un sabotatore, ma la vittima di un incomprensione, al contempo vittima dello sfruttamento capitalista e della propria incapacità a capire sé e ciò che gli accadeva.
Il luddista scaricava così la propria rabbia sullo strumento che identificava come la causa dell’oppressione stessa: il telaio. Privato del prodotto del proprio lavoro rispetto al lavoratore dell’epoca preindustriale, il luddista sperimentava una miseria e un’alienazione che dava alimento alla sua rabbia cieca contro la macchina che riteneva opprimerlo.

Attraverso l’edificazione di una società perversa che ha rovesciato a proprio vantaggio il vero,  ridotto a momento del falso, un’esigua oligarchia di industriali spinge attraverso il suo apparato militare, industriale, finanziario e dei media verso una competizione senza freni, volta all’accumulo di ricchezza virtuale attraverso l’annientamento dell’esistenza delle persone, degli animali e delle piante.

Con lo spreco spettacolare di ogni risorsa del pianeta il grande Capitale ha, in questo modo,  restituito quel prodotto del lavoro solo come simulacro del consumo, pura forma, apoteosi del finto, privandolo del suo contenuto.
La zuppa Campbell, in questo modo, issata a modello di arte dall’ultra borghesia americana è la metafora di una trionfante, quanto mortifera, società dello sfruttamento generalizzato, dove la forma ha più valore della sostanza.
Poco importa, e molto importa,  se le masse, educate a nutrirsi di quel prodotto inscatolato, perdono il senso del gusto per un sapore autentico. L’equiparazione nella legislazione statunitense dell’alimento biologico al cibo artificiale OGM è il compimento definitivo, e non solo estetico, della sostituzione del contenuto con una forma sintetica dall’amara sorpresa.

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Il lavoratore, impiegato o disoccupato,  all’interno di un sistema che lo permea in modo capillare, ha perso le principali cognizioni e quegli strumenti per la comprensione del proprio ruolo  e peso all’interno  della società.  Educato da una martellante propaganda che lo ha reso cieco,  sceglie, in molti casi,  la strada neo-luddista, rivolgendosi contro il lavoro altrui, negando sé stesso e la propria classe, oppure ritenendo che ogni male gli provenga unicamente dalla mala amministrazione della politica.

Ma quali sono i contenuti di questa propaganda?

Prima di tutto le grandi agenzie della reazione al servizio del capitalismo avevano e hanno da sempre avuto la necessità di costruire una realtà apparente, di forma seducente e spettacolare, privata di reali contenuti e di contenuti reali, per trattenere nell’ignavia quella parte di popolazione resa incosciente e riportare dentro il recinto chi si era incamminato sul sentiero della liberazione nelle forme conosciute del socialismo e dell’anarchismo.

Nel dopoguerra italiano il Fronte dell’Uomo Qualunque si rivolse alla popolazione italiana teorizzando una concezione di Stato non di natura politica, ma semplicemente amministrativa, senza alcuna base ideologica.
Questa concezione, di importanza cruciale per i centri della propaganda capitalista, verrà coltivata e propagandata alle masse lavoratrici, renitenti o meno, attraverso gli anni, in ogni ambito culturale all’interno dei paesi occidentali.

Lo sforzo messo in campo per l’agognata “fine della storia” delle rivendicazioni sociali è stata un’opera capillare che ha pervaso ogni ambito della società, dalle fabbriche alle accademie, declinato in maniera differente e molteplice in ogni paese, ma con un comune denominatore: spingere verso una post-modernità a-ideologica, innocua e pacificata, nella quale l’unica forma possibile dell’uomo in rivolta potesse passare attraverso la negazione di sé, con il suicidio individuale o con quello collettivo di classe, la rinuncia alla rivoluzione.

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Mentre le sirene variegate della propaganda del grande Capitale, attraverso le loro vedette, mettevano al bando la parola ideologia, che divenne lessicalmente sinonimo di ragionamento di parte, estraneo alla vita reale, esse privavano il lavoratore dell’unico strumento per leggere la realtà che per più di cento anni aveva trasformato un luddista in un lavoratore cosciente e pericoloso. Il paradosso conseguente è stato il fatto che si è venuto ad imporre, sotto le sembianze della rinuncia all’ideologia e nella veste, in un secondo momento di anti-politica,  un pensiero unico totalizzante, immanente e trascendente: l’impossibilità, tutta ideologica, di concepire un orizzonte alternativo al sistema capitalistico, se non all’interno del sistema stesso.

Come nel racconto di fantascienza del reazionario Robert Heinlein,  gli uomini di un astronave, lanciata nello spazio alla ricerca di un mondo nuovo ed equipaggiata per sostenere un itinerario di migliaia di anni luce, nel corso del viaggio, dopo diverse generazioni, dimenticano da dove fossero partiti e soprattutto dove fossero diretti; questi orfani del cielo, alla deriva nello spazio infinito,  giungono a teorizzare che l’universo abbia le dimensioni della nave spaziale nella quale vivono.

In questi anni recenti abbiamo assistito così, con sgomento, a marce di lavoratori, autentici  orfani del cielo, al fianco di padroni di aziende, confindustriali  e sindacati al soldo, che protestavano insieme contro la crisi, come essa fosse una cosa astratta e neutra e allo stesso modo in cui un ammalato di cancro a causa dell’inquinamento della sua terra da parte di un’industria, scenda in piazza per protestare contro la malattia assieme a chi lo ha avvelenato, ignorando la causa del male, scaturito non si sa come o mandato da chissà chi.

In tutti i paesi del mondo, e anche in Italia, la rabbia dei lavoratori, impiegati o no, debitamente orientata da settori della così detta “nuova politica”, non-politica e a-ideologica, si rivolge, identificando la causa della crisi, della disoccupazione, del malessere sociale e in definitiva del loro essere sfruttati, a una classe politica che sebbene corrotta oltre l’inimmaginabile, disonesta e pusillanime, non è che un mero strumento nelle mani dell’oligarchia delle forze economiche industriali e finanziarie globali.

Il lavoratore o disoccupato al culmine della disperazione che si arma per sparare all’impazzata contro il politico, e non trovandolo scarica l’arma sulle forze dell’ordine, individua la causa prima e ultima delle sue tragiche condizioni sociali nel mondo politico-partitico ed in mancanza d’altro nelle agenzie della repressione. Così facendo si comporta da perfetto neo-luddista scambiando gli strumenti istituzionali del sistema economico capitalista, per le reali cause della propria condizione di marginalizzato.

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Al lavoratore al quale è stato detto, fino allo sfinimento, che non sono più opportuni ed adeguatati ai tempi i ragionamenti ideologici, non rimane quindi che subire, privato di qualsiasi altro strumento di critica, la più abbietta delle ideologie, quella capitalista che sta, a folle velocità, mettendo le basi per la fine della vita sulla terra, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuta.

In una maniera scientificamente perversa la folle concorrenza del sistema economico delle multinazionali, dedita unicamente al profitto, sostiene di garantire un beneficio tanto ai lavoratori-consumatori occidentali quanto agli altri, con la produzione di merci a basso costo, prodotte in stati che vengono chiamati in via di sviluppo; l’unica cosa garantita, tuttavia, è lo sviluppo di uno sfruttamento capitalista massivo senza eguali che fa ampio uso di lavoro minorile e provoca vittime quotidiane, oltre che rendere la vita di quei lavoratori miserabile e alienante.

164209_250621218411058_1368401264_nNelle case-prigione del Bangladesh, del Vietnam, della Tailandia oppure del Corno d’Africa o del Centro America centinaia di milioni di schiavi, molti dei quali minori, lavorano ben oltre le otto ore per una paga quasi mai superiore ai 30 dollari al mese, mentre i lavoratori occidentali acquistando quelle merci a basso costo, alimentano ulteriore sfruttamento e pongono le basi per la propria disoccupazione.

Tale spirale di  sfruttamento-consumo-sfruttamento che permette profitti eccezionali alle multinazionali dell’oligarchia capitalista prospera sulla divisione dei lavoratori.

I cantori della conservazione, travestita da novità, che predicano un populismo anti-politico con un diffuso e sotteso significato da “fine della storia”, giungono in soccorso alla crisi di credibilità del sistema, non già politico che ambiscono a sostituire, ma economico che in alcun modo intendono mettere realmente in discussione.

935316_276848902451636_1715420351_nLa strada della liberazione dei lavoratori dal sistema capitalistico è un’impresa che va costruita quotidianamente con una rinnovata solidarietà di classe, senso di appartenenza, l’unione delle forze e delle intelligenze, riappropriandoci degli strumenti critici di cui la nostra classe dispone, svelando gli inganni della propaganda delle multinazionali, la cui radice fascista e disumana appare ormai con tutta la sua drammaticità e riannodando i fili con la nostra storia che è cosa altra dalla storia del Capitale.
C’è una linea di continuità tra quel giorno tragico a Chicago del 1896, il primo maggio del 1947 sul pianoro di Portella della Ginestra, giungendo fino al fatidico 24 aprile 2013 a Dakha in Bangladesh; è una linea fatta con il sangue dei lavoratori, vittime di un sistema economico che ne consuma e divora le esistenze e che sta uccidendo il pianeta.

In conclusione, vorrei porgere a tutti i lavoratori in occasione del Primo Maggio 2013 le mie condoglianze per i morti del passato, quelli di ieri, e per quelli di oggi, con la consapevolezza che sono i nostri morti e che non saranno gli ultimi ma anche con l’auspicio, rivolto a tutti noi, a riprendere possesso del cielo, perché anche quello ci appartiene.

GilGuySparks

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