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[05.05.2013] di Noam Chomsky  (trad. di Levred per GilGuySparks)

Quando sperimentiamo il terrore a casa, dobbiamo ricordare l’uso statunitense del terrore all’estero.

E’ raro, per i privilegiati occidentali, vedere, in maniera vivida, ciò di cui molti altri hanno esperienza quotidiana – ad esempio, in un remoto villaggio nello Yemen. Aprile è di solito un mese lieto nel New England, con i primi segni della primavera, e il rigido inverno che finalmente si allontana. Non quest’anno.

Sono pochi a Boston quelli che non sono stati toccati in qualche modo dalle bombe della Maratona il 15 aprile e dalla settimana di tensione che ne è seguita. Molti dei miei amici erano al traguardo quando le bombe sono esplose. Altri vivono vicino al luogo in cui Dzhokhar Tsarnaev, il secondo sospetto, è stato catturato. Il giovane agente di polizia Sean Collier è stato assassinato proprio fuori dall’edificio del mio ufficio.

E’ raro, per i privilegiati occidentali, vedere, in maniera vivida, ciò di cui molti altri hanno esperienza quotidiana, ad esempio, in un remoto villaggio nello Yemen, la stessa settimana degli attentati alla maratona.

Il 23 aprile, un’attivista e giornalista yemenita Farea Al-Muslimi, che aveva studiato presso una scuola superiore americana, ha testimoniato davanti ad una commissione del Senato americano che subito dopo gli attentati della maratona, l’attacco di un drone nel suo villaggio natale in Yemen ha eliminato il suo obiettivo.

L’attacco ha terrorizzato gli abitanti del villaggio, trasformandoli in nemici degli Stati Uniti, cosa che anni di propaganda jihadista non era riuscita a fare. I suoi vicini avevano rispettato gli Stati Uniti, ha riferito Al-Muslimi alla commissione, ma “ora, però, quando pensano all’America, pensano alla paura di sentire droni sopra le proprie teste. Ciò che gli estremisti non erano precedentemente riusciti a raggiungere nel mio villaggio, l’attacco di un drone lo ha realizzato in un istante.

Si annovera un altro trionfo per il programma di assassinio mondiale del presidente Obama, che crea odio verso gli Stati Uniti e minaccia i suoi cittadini più rapidamente di quanto non uccida le persone che sono sospettate di rappresentare, un giorno, per noi un possibile pericolo.

Al villaggio yemenita l’obiettivo dell’assassinio – che è stato realizzato per provocare il massimo terrore nella popolazione – era [individuo ndt] ben noto e poteva essere facilmente arrestato, ha detto Al-Muslimi. Questa è un’altra caratteristica familiare delle operazioni di terrore globale.

pict191Non c’era un modo diretto per impedire gli assassinii di Boston. Ci sono alcuni semplici modi per prevenire quelli probabili futuri:  non istigandoli.
Questo è vero anche per un altro caso di un sospetto ucciso, del cui corpo si sono sbarazzati senza autopsia, quando sarebbe potuto facilmente essere arrestato e sottoposto a processo: Osama bin Laden.
Anche questo omicidio avuto conseguenze. Per individuare bin Laden, la CIA ha lanciato una campagna di vaccinazione fraudolenta in un quartiere povero, poi la ha spostata, incompleta, ad una zona ricca nella quale si riteneva potesse essere il sospetto. L’operazione della CIA ha violato i principi fondamentali, quanto antichi, del giuramento di Ippocrate. E ha anche esposto a rischio gli operatori sanitari associati a un programma di vaccinazione contro la polio in Pakistan, molti dei quali sono stati rapiti e uccisi, cosa che ha spinto le Nazioni Unite a ritirare la sua squadra anti-polio.

L’astuzia della CIA inoltre porterà alla morte di un numero imprecisato di pakistani che sono stati privati ​​della protezione dalla poliomielite, perché essi temono ora che killer stranieri possano ancora star sfruttando i programmi di vaccinazione.
Leslie Roberts, scienziato nel campo della sanità alla Columbia University, stima che 100.000 casi di polio si potrebbero verificare in conseguenza di questo incidente; egli ha detto a Scientific American che “la gente direbbe che questa malattia, questo bambino storpio c’è perché gli Stati Uniti avevano una voglia matta di prendere Osama bin Laden.

Ed essi possono scegliere di reagire, come le persone alle quali è stato fatto un torto a volte fanno, in modi che causeranno nei loro aguzzini costernazione e sdegno.

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Si sono a mala pena evitate conseguenze ancora più gravi. I Navy SEALs statunitensi avevano l’ordine di combattere per guadagnarsi una via d’uscita, se necessario. Il Pakistan ha un esercito ben addestrato, impegnato a difendere lo Stato. Se gli invasori fossero stati affrontati, Washington non li avrebbe lasciati al loro destino. Anzi, tutta la forza della macchina di morte degli Stati Uniti sarebbe potuta essere usata per esfiltrarli, molto probabilmente portando a una guerra nucleare.

C’è una storia lunga e altamente istruttiva che mostra la volontà delle autorità statali di mettere a rischio la sorte della propria popolazione, a volte in maniera grave, per il bene dei propri obiettivi politici, non ultimo lo stato più potente del mondo. Noi ignoriamo questo fatto a nostro rischio e pericolo.

Non c’è alcuna necessità di ignorarlo adesso. Un rimedio è “Sporche Guerre: Il mondo è un campo di battaglia“, appena pubblicato, del giornalista investigativo Jeremy Scahill.

Con agghiacciante dettaglio, Scahill descrive gli effetti sul terreno delle operazioni militari statunitensi, degli attacchi del terrore aereo (dei droni), e delle gesta dell’esercito segreto del ramo esecutivo, il Comando Unificato Operazioni Speciali, che è stato rapidamente ampliato sotto il presidente George W . Bush, poi è diventato un arma opzionale per il presidente Obama.

Dovremmo tenere a mente l’acuta panoramica dell’autore e attivista Fred Branfman, che quasi da solo mise in luce i veri orrori delle “guerre segrete” statunitensi in Laos nel 1960, e le loro estensioni oltre.

Prendendo in considerazione le macchine da guerra del Comando Unificato Operazioni Speciali e dei droni CIA di oggi, Branfman ci ricorda la testimonianza al Senato nel 1969 di Monteagle Stearns, vice capo statunitense della missione in Laos dal 1969 al 1972.

Alla domanda sul perché gli Stati Uniti avessero rapidamente intensificato il loro bombardamento dopo che il presidente Johnson aveva ordinato una battuta d’arresto nel Vietnam del Nord nel novembre 1968, Stearns disse: “Beh, avevamo tutti quegli aerei  posati intorno e non potevamo proprio farli rimanere lì senza niente da fare” – così possiamo usarli per spingere i contadini poveri dei remoti villaggi del nord del Laos nelle grotte per sopravvivere, e anche penetrare all’interno delle grotte con la nostra avanzata tecnologia.

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Il Comando Unificato Operazioni Speciali e i droni sono una macchina che auto-genera terrore che crescerà e si espanderà, creando nel frattempo nuovi obiettivi potenziali, mentre dilagano in gran parte del mondo. E il governo non vuole proprio “che se ne stiano seduti” [senza niente da fare ndt].

Non sarebbe male contemplare un’altra fetta di storia, all’alba del 20° secolo.

Nel suo libro “L’impero della vigilanza americana: Gli Stati Uniti, le Filippine e la nascita dello Stato di sorveglianza“, lo storico Alfred McCoy esplora in profondità la pacificazione statunitense delle Filippine, dopo un’invasione che ha ucciso centinaia di migliaia di persone per mezzo di barbarie e tortura.

I conquistatori istituirono un sofisticato sistema di sorveglianza e di controllo, utilizzando la tecnologia più avanzata al tempo, per garantirsi l’obbedienza, con conseguenze per le Filippine che raggiungono il presente.

E come dimostra McCoy, non è passato molto tempo prima che i successi trovassero la strada di casa, dove tali metodi sono impiegati per il controllo della popolazione nazionale – in modi più morbidi per essere sicuri, ma non quelli molto attraenti.

Possiamo aspettarci lo stesso. I pericoli di un potere monopolistico non vagliato e non regolamentato, in particolare nel governo dello stato, non fanno quasi mai notizia. La reazione giusta non è l’acquiescenza passiva.

Noam Chomsky è Institute Professor e professore (Emerito) di Linguistica presso il Massachusetts Institute of Technology, e autore di decine di libri sulla politica estera degli Stati Uniti. Scrive una rubrica mensile per The New York Times News Service/Syndicate.

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  • Boston and Beyond

When we experience terror at home, we must remember the United States’s use of terror abroad.

[02.05.2013] by  Noam Chomsky

It’s rare for privileged Westerners to see, graphically, what many others experience daily–for example, in a remote village in Yemen.

April is usually a cheerful month in New England, with the first signs of spring, and the harsh winter at last receding. Not this year.

There are few in Boston who were not touched in some way by the marathon bombings on April 15 and the tense week that followed. Several friends of mine were at the finish line when the bombs went off. Others live close to where Dzhokhar Tsarnaev, the second suspect, was captured. The young police officer Sean Collier was murdered right outside my office building.

It’s rare for privileged Westerners to see, graphically, what many others experience daily—for example, in a remote village in Yemen, the same week as the marathon bombings.

On April 23, Yemeni activist and journalist Farea Al-Muslimi, who had studied at an American high school, testified before a U.S. Senate committee that right after the marathon bombings, a drone strike in his home village in Yemen killed its target.

The strike terrorized the villagers, turning them into enemies of the United States—something that years of jihadi propaganda had failed to accomplish. His neighbors had admired the U.S., Al-Muslimi told the committee, but “Now, however, when they think of America, they think of the fear they feel at the drones over their heads. What radicals had previously failed to achieve in my village, one drone strike accomplished in an instant.”

Rack up another triumph for President Obama’s global assassination program, which creates hatred of the United States and threats to its citizens more rapidly than it kills people who are suspected of posing a possible danger to us someday.

The target of the Yemeni village assassination—which was carried out to induce maximum terror in the population—was well-known and could easily have been apprehended, Al-Muslimi said. This is another familiar feature of the global terror operations.

There was no direct way to prevent the Boston murders. There are some easy ways to prevent likely future ones: by not inciting them. That’s also true of another case of a suspect murdered, his body disposed of without autopsy, when he could easily have been apprehended and brought to trial: Osama bin Laden.

This murder too had consequences. To locate bin Laden, the CIA launched a fraudulent vaccination campaign in a poor neighborhood, then switched it, uncompleted, to a richer area where the suspect was thought to be.

The CIA operation violated fundamental principles as old as the Hippocratic oath. It also endangered health workers associated with a polio vaccination program in Pakistan, several of whom were abducted and killed, prompting the U.N. to withdraw its anti-polio team.

The CIA ruse also will lead to the deaths of unknown numbers of Pakistanis who have been deprived of protection from polio because they fear that foreign killers may still be exploiting vaccination programs.

Columbia University health scientist Leslie Roberts estimated that 100,000 cases of polio may follow this incident; he told Scientific American that “people would say this disease, this crippled child is because the U.S. was so crazy to get Osama bin Laden.”

And they may choose to react, as aggrieved people sometimes do, in ways that will cause their tormentors consternation and outrage.

Even more severe consequences were narrowly averted. The U.S. Navy SEALs were under orders to fight their way out if necessary. Pakistan has a well-trained army, committed to defending the state. Had the invaders been confronted, Washington would not have left them to their fate. Rather, the full force of the U.S. killing machine might have been used to extricate them, quite possibly leading to nuclear war.

There is a long and highly instructive history showing the willingness of state authorities to risk the fate of their populations, sometimes severely, for the sake of their policy objectives, not least the most powerful state in the world. We ignore it at our peril.

There is no need to ignore it right now. A remedy is investigative reporter Jeremy Scahill’s just-published Dirty Wars: The World Is a Battleground.

In chilling detail, Scahill describes the effects on the ground of U.S. military operations, terror strikes from the air (drones), and the exploits of the secret army of the executive branch, the Joint Special Operations Command, which rapidly expanded under President George W. Bush, then became a weapon of choice for President Obama.

We should bear in mind an astute observation by the author and activist Fred Branfman, who almost single-handedly exposed the true horrors of the U.S. “secret wars” in Laos in the 1960s, and their extensions beyond.

Considering today’s JSOC-CIA-drones/killing machines, Branfman reminds us about the Senate testimony in 1969 of Monteagle Stearns, U.S. deputy chief of mission in Laos from 1969 to 1972.

Asked why the U.S. rapidly escalated its bombing after President Johnson had ordered a halt over North Vietnam in November 1968, Stearns said, “Well, we had all those planes sitting around and couldn’t just let them stay there with nothing to do”—so we can use them to drive poor peasants in remote villages of northern Laos into caves to survive, even penetrating within the caves with our advanced technology.

JSOC and the drones are a self-generating terror machine that will grow and expand, meanwhile creating new potential targets as they sweep much of the world. And the executive won’t want them just “sitting around.”

It wouldn’t hurt to contemplate another slice of history, at the dawn of the 20th century.

In his book Policing America’s Empire: The United States, the Philippines and the Rise of the Surveillance State, the historian Alfred McCoy explores in depth the U.S. pacification of the Philippines after an invasion that killed hundreds of thousands through savagery and torture.

The conquerors established a sophisticated surveillance and control system, using the most advanced technology of the day to ensure obedience, with consequences for the Philippines that reach to the present.

And as McCoy demonstrates, it wasn’t long before the successes found their way home, where such methods were employed to control the domestic population—in softer ways to be sure, but not very attractive ones.

We can expect the same. The dangers of unexamined and unregulated monopoly power, particularly in the state executive, are hardly news. The right reaction is not passive acquiescence.

Noam Chomsky is Institute Professor & Professor of Linguistics (Emeritus) at the Massachusetts Institute of Technology, and the author of dozens of books on U.S. foreign policy. He writes a monthly column for The New York Times News Service/Syndicate.

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