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La Partnership di Investimento e Commercio Transatlantico è l’ultimo piano delle multinazionali per rafforzare la loro presa sul pianeta.

[12.05.2013] di Andrew Gavin Marshall  [trad. di Levred per GilGuySparks]

Sta emergendo un ordine mondiale di corporation, e come ogni parassita, sta lentamente uccidendo il suo ospite. Purtroppo, “l’ospite” sembra sia il pianeta, e tutta la vita su di essa e al suo interno. Così, mentre l’estinzione delle specie sarà il risultato finale dell’accettazione passiva di un mondo a guida aziendale, dall’altra parte, essa è molto redditizia per le corporation e i loro azionisti.

La Partnership di Investimento e Commercio Transatlantico (TTIP) è l’ultima agenda a guida aziendale in ciò che viene comunemente definito un “accordo di libero scambio“, ma che in realtà equivale al ‘consolidamento aziendale cosmopolitico‘: grandi aziende che dettano e dirigono le politiche dei membri – sia livello nazionale e che internazionale – nella costruzione di strutture che facilitino il consolidamento regionale e globale del potere finanziario, economico e politico nelle mani di grandi corporation di numero relativamente ristretto.

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Tali accordi hanno poco a che fare con un reale ‘scambio’ e tutto a che fare con l’espansione dei diritti e dei poteri delle grandi aziende. Le corporation sono diventate potenti soggetti economici e politici – in competizione in termini di dimensioni e ricchezza con le grandi economie nazionali del mondo – e, quindi, hanno assunto un carattere spiccatamente ‘cosmopolitico’. Agendo attraverso associazioni industriali, aggregazioni lobbistiche, think tank e fondazioni, le società cosmopolitiche sono grandi progetti di ingegneria che mirano al consolidamento economico e politico transnazionale del potere… nelle loro mani.
Con la costruzione di “una zona di libero scambio euro-americana“, come “ambizioso progetto,” stiamo assistendo alla promozione di un nuovo e inedito progetto globale di colonizzazione transatlantica aziendale.

La Fortezza Atlantica come “Ampia Strategia”

In un articolo del 2006 per Der Spiegel, Gabor Steingart suggeriva che “per combattere l’ascesa della Cina e dell’Asia“, il “ruolo che la NATO ha rappresentato in un’epoca di minaccia militare potrebbe essere svolto da una zona di libero scambio transatlantico nell’attuale epoca di confronto economico.
Con la possibile “aggiunta del Canada,” gli Stati Uniti e l’Unione Europea “potrebbero arginare la diminuzione del potere del mercato occidentale unendo le forze… [cosa che] porterebbe inevitabilmente ad una convergenza dei due sistemi economici.”
In un processo che probabilmente comporterebbe decenni, “una mega-fusione dei mercati“, che “serva da fortezza“, invierebbe un “nuovo messaggio” all’Oriente.

Durante il momento peggiore, all’inizio della crisi finanziaria ed economica, nel gennaio del 2009, Henry Kissinger scrisse un articolo per il New York Times in cui sottolineava che “l’indirizzo [americano] verso un ordine finanziario mondiale era stato generalmente incontrastato“, anche se la crisi lo aveva modificato, mentre la “disillusione” diveniva “diffusa“.
Le nazioni in quel momento volevano proteggersi dai mercati globali e, quindi, diventare più indipendenti. Kissinger mise in guardia contro quest’idea, proclamando: “Emergerà un ordine internazionale se un sistema di priorità compatibili verrà posto in essere. Si frammenterà disastrosamente se le varie priorità non potranno essere conciliate… L’alternativa ad un nuovo ordine internazionale è il caos“.

Kissinger osservava che il mondo economico era “globalizzato“, ma il mondo politico non lo era, e nel bel mezzo di “crisi politiche in ogni parte del mondo“, accelerate da una “comunicazione in tempo reale“, era necessario che i sistemi politici ed economici venissero “armonizzati in uno solo di questi due modi: con la creazione di un sistema di regolamentazione politica internazionale della stessa portata di quello del mondo economico, oppure, riducendo le unità economiche a una dimensione gestibile dalle strutture politiche esistenti, cosa che rischia di portare a un nuovo mercantilismo, forse di unità regionali.” La vittoria elettorale del presidente Obama rappresentava una “opportunità” nel “dar forma ad un nuovo ordine mondiale.” Ma quell’opportunità doveva diventare “una politica” mentre si manifestava attraverso “una grande strategia.” Un aspetto centrale verso quella grande strategia includerebbe il rafforzamento “del partenariato atlantico“, che “dipenderà maggiormente da politiche comuni“.

Circa quattro anni dopo, l’ex consigliere alla Sicurezza Nazionale Statunitense, Zbigniew Brzezinski, elogiò la “grande promessa” nel nuovo accordo transatlantico, che “può dar forma ad un nuovo equilibrio tra le regioni oceaniche dell’Atlantico e del Pacifico, mentre al contempo genera in Occidente una nuova vitalità, una maggiore sicurezza e una maggiore coesione.” Non era degno di nota, a quanto pare, che questa, dappertutto, fosse una “coesione” di interessi di potere.
Nello stesso discorso nel quale Brzezinski approvava una “maggiore coesione” tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea, criticava l’UE che era “un’Europa più di banche che di persone, più di convenienza commerciale che un sentito impegno dei popoli europei.

E’ il tipo di “coesione” che solo a banchieri, aziende e “grandi strateghi” come Kissinger e Brzezinski potrebbe piacere.
Così, naturalmente, tale accordo ha un grande sostegno, incoraggiamento e una pianificazione organizzata. Mentre l’idea di ‘integrazione transatlantica‘ è stata a lungo nei discorsi e nei documenti dei grandi strateghi e dei think tank finanziati dalle corporation, ha mantenuto una certa distanza dalla politica formale.
Nel 2007, il vertice euro-statunitense dei leader – [alla presenza] del presidente americano Bush, della cancelliera tedesca Angela Merkel, e del presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso – ha istituito il Consiglio Economico Transatlantico (CET) per promuovere la cooperazione economica tra le due regioni.

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La crisi economica ha in sé ritardato che qualsiasi progresso avesse luogo, mentre i paesi si sono concentrati a salvare le proprie banche e ad imporre misure di austerità con lo scopo di cacciare le proprie popolazioni nella povertà, privatizzare la società, e creare le condizioni idonee per il saccheggio senza ostacoli delle risorse e per lo sfruttamento del lavoro. Questa si chiama “riforma strutturale“.
Ma le riforme strutturali mostrano “successo” solo quando le aziende cominciano a trarre profitto da esse. Questa si chiama “ripresa economica“. C’è un intero linguaggio per la crisi del debito europeo – e per l’economia politica in generale – che, tradotto, aiuta a chiarire la ratio delle scelte politiche.

Linguaggio politico: parole o armi?

Come scrisse una volta George Orwell: “Il linguaggio politico… è progettato per rendere il suono delle bugie veritiero e l’omicidio rispettabile, e per dare una parvenza di solidità al vento puro e semplice.

In un mondo in radicale trasformazione di strutture e relazioni politiche, economiche e sociali – dalla primavera araba, dalla crisi economica mondiale, dalla crisi alimentare e dall’accaparramento delle terre, alla diffusione globale dei movimenti di protesta – il linguaggio politico diventa armato. Nascondendosi dietro parole apparentemente senza senso, rese oscure da una retorica abusata e da termini e concetti astratti e indefiniti, il linguaggio politico ed economico opera per impedire alla popolazione di comprendere il vero significato e le implicazioni delle politiche perseguite.

Prendete, per esempio, la parola ‘austerità‘. E’ stata utilizzata all’infinito – nella retorica e nelle politiche – come la ‘soluzione‘ alla crisi economica, finanziaria e del debito, ma il suo significato è reso oscuro da una nozione astratta di taglio della spesa pubblica per far calare il debito e, quindi, per accrescere la fiducia degli investitori nel paese. Questa [austerità] dovrebbe portare ad un “risanamento” economico.
Il problema è che non lo fa: porta invece ad una depressione molto profonda. Eppure, tali politiche continuano ad essere promosse e perseguite.

Che cosa si può dedurre da questo? Se la retorica promuove politiche specifiche per un effetto desiderato, e l’effetto desiderato non si è mai raggiunto, ma la retorica e le politiche continuano ad essere promosse, si può assumere una delle due cose: o, come aveva definito Einstein, coloro che prendono le decisioni mondiali sono tutti pazzi (“poiché mettono in atto la stessa cosa più volte, aspettandosi risultati diversi“), oppure, stanno semplicemente parlando una lingua diversa, e difettiamo nella sua comprensione. In tali circostanze, è utile tentare di tradurre questo linguaggio.

Le politiche di ‘austerità‘ comprendono: licenziamento dei lavoratori del settore pubblico, taglio della spesa dell’assistenza sanitaria, dell’istruzione, del welfare, dei servizi sociali, delle pensioni, aumento dell’età pensionabile, aumento delle tasse e riduzione dei salari. I risultati, inevitabilmente, sono l’impoverimento generale della popolazione, l’aumento della disoccupazione, l’eliminazione dei servizi sanitari e sociali nel momento in cui occorrono maggiormente, l’aumento del costo della vita e la diminuzione del tenore di vita. Quindi, possiamo liberamente tradurre ‘austerità‘ come impoverimento, poiché questo è ciò che gli effetti reali di quelle politiche comportano.

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Nel marzo 2010, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo) ha suggerito che l’Europa intraprenda un programma di austerità della durata di non meno di sei anni dal 2011 al 2017, che il Financial Times ha indicato come cosa “estremamente ragionevole“.
Nel mese di aprile del 2010, la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) – la banca centrale delle banche centrali di tutto il mondo – ha chiesto alle nazioni europee di avviare l’attuazione di misure di austerità.
Nel giugno del 2010, i ministri delle finanze del G20 si misero d’accordo: era il momento di entrare nell’era dell’austerità! Il cancelliere tedesco Angela Merkel, la levatrice europea dell’austerità, fa da esempio per l’UE, imponendo misure di austerità a casa, in Germania. I leader del G20 si incontrarono e convennero che il tempo per lo stimolo era giunto al termine, e il tempo per la povertà da austerità era vicino. Questo è stato ovviamente approvato dal non eletto presidente tecnocrate della Commissione Europea, José Manuel Barroso.

Anche il non eletto presidente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy, ha convenuto, spiegando con la sua spietata saggezza economica che l’austerità “non ha alcun effetto reale sulla crescita economica“.
Pure Jean-Claude Trichet, presidente della Banca Centrale Europea (BCE), è saltato sul treno austerità, scrivendo sul Financial Times che “è ora il momento di ripristinare la sostenibilità fiscale.
Jaime Caruana, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) dichiarò nel giugno del 2011 che la necessità di austerità era “più urgente” che mai, mentre il presidente della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), Christian Noyer, nonché governatore della Banca di Francia (e membro del consiglio della BCE), dichiarava che, a parte l’austerità, “non c’è soluzione possibile” per la Grecia.

Ma, naturalmente, l’austerità non è completa senza il suo complementare programma di ‘riforme strutturali‘ (o di ‘aggiustamento strutturale‘), che comprende politiche volte a privatizzare tutti i beni di proprietà dello Stato, le risorse e i servizi, lo smantellamento delle tutele del lavoro e quelle ambientali e dei regolamenti, l’apertura di nuovi ‘mercati‘, ed enormi sovvenzioni e protezioni per banche e multinazionali.

Perché ciò viene messo in atto? Per promuovere gli investimenti, la concorrenza e la crescita. Privatizzare tutto – compreso gli aeroporti, la terra, la gestione delle acque, le strade e le risorse – incoraggia gli investimenti, perché le aziende possono entrare ed acquistare beni nazionali con penny anziché dollari.
In effetti, la maggior parte dei programmi di privatizzazione comprendono sussidi enormi e protezioni per le aziende, per fornire loro un incentivo ad investire.
E la concorrenza è promossa meglio, consentendo solo ad una manciata di gruppi di corporation transnazionali di acquisire, a buon mercato, la ricchezza e le risorse di una nazione, e poi attraverso la promozione di quella che si chiama “flessibilità del lavoro“.
Queste ‘riforme‘ significano che i diritti dei lavoratori devono essere smantellati, [significano] taglio dei salari, dei benefici, delle protezioni, della capacità di fare sindacato e di fare richieste, allo scopo di rendere la forza lavoro flessibile alla domanda delle grandi imprese, che richiedono poco più di una forza lavoro a basso costo (così come il controllo assoluto dell’economia globale).
Pertanto, in tutti i mercati – in Europa attraverso l’Unione Europea, in Nord America attraverso il NAFTA (North America Free Trade Agreement) – e, di fatto, in tutto il mondo, le forze lavoro sono messe in concorrenza tra loro in una corsa verso il basso a chi può rappresentare la migliore, e quindi, la più economica forza lavoro a disposizione – con l’obiettivo di attrarre investimenti e occupazione.

Pertanto, l’effetto delle “riforme strutturali” è quello di facilitare lo sfruttamento di risorse e persone e di consolidare il potere economico e politico in mani aziendali. L’austerità serve così lo scopo di impoverire la popolazione per renderla pronta e disposta ad accettare le riforme strutturali (o “di aggiustamento“) che aggiustano la gente [la preparano ndt] ad una situazione di devastazione sociale rendendola un’idonea – ed economica – forza lavoro.
Il saccheggio aziendale senza ostacoli è facilitato dallo smantellamento di tutte le “barriere” agli investimenti e, quindi, dal controllo dell’intera economia. Austerità e riforme strutturali creano le condizioni per gli investimenti, concorrenza e crescita. Investimento significa essenzialmente acquisizione/controllo sovvenzionato sull’economia da parte delle società, competizione implica la tutela degli interessi aziendali, e crescita significa che le aziende fanno enormi profitti. L’effetto di tutte queste politiche e programmi è quello di consolidare il potere economico e politico regionale e globale nelle mani di multinazionali cosmopolitiche.

Austerità è impoverimento per le popolazioni.

Riforma strutturale è sfruttamento di persone/risorse, e  consolidamento del potere politico in mani aziendali.

Investimento è controllo societario dell’economia.

Concorrenza è protezionismo per le aziende.

Crescita è profitto aziendale.

Mario Draghi è il presidente della Banca Centrale Europea (BCE) – una delle tre istituzioni della ‘troika’ assieme alla Commissione Europea e al Fondo Monetario Internazionale – che impone austerità e riforme strutturali in Europa in cambio del salvataggio delle banche. Nel febbraio del 2012, ha rilasciato un’intervista al Wall Street Journal nella quale ha spiegato che, “non c’era alternativa al consolidamento fiscale“, cioè all’austerità, e che il contratto sociale europeo era “obsoleto” e il modello sociale era “già morto. Tuttavia, ha spiegato Draghi, era necessario ora promuovere la “crescita“, aggiungendo, “ed è per questo che le riforme strutturali sono così importanti.

Oltre all’austerità e alle riforme strutturali, sono necessari  nuovi mercati e, quindi, bisogna promuovere il “libero commercio“. Tutto questo fa parte della strada verso il “risanamento“. Il libero commercio ha anche una definizione tecnica: le sue politiche smantellano le tutele ambientali, del lavoro, e altre sociali, incrementano la privatizzazione, la deregolamentazione, e comprendono ampi sussidi e protezioni per le multinazionali. E gli attuali accordi di ‘libero scambio‘ concedono diritti senza precedenti alle aziende di citare in giudizio direttamente i governi che hanno leggi e regolamenti che le aziende vedono come “ostacoli agli investimenti.
Il libero scambio promuove la concorrenza tra popolazioni – in una corsa verso il basso – e protezione per i potenti, multinazionali e banche. Ciò che noi chiamiamo accordi di libero commercio funzionano essenzialmente come un processo aziendale di colonialismo: consolidamento regionale e globale del potere finanziario, economico, politico e sociale nelle mani di aziende di numero relativamente basso.

Con l’inizio della crisi economica mondiale, nel 2008, i paesi si sono rivolti a piani di salvataggio per salvare le grandi banche che hanno distrutto le loro economie.
Nel far questo, hanno accumulato ingenti debiti, consegnando il conto alle popolazioni. La gente paga i debiti attraverso austerità, e, quindi, povertà, che a sua volta necessita di riforme strutturali e, quindi, di sfruttamento. Accordi di libero scambio come il Trans-Pacific Partnership (TPP), in fase di negoziazione tra i 12 paesi del versante Pacifico, facilitano il colonialismo transnazionale aziendale.

Un nuovo mondo aziendale sta emergendo, e il partenariato transatlantico è un elemento centrale nella costruzione di questo ‘nuovo ordine mondiale‘.
Mentre la crisi aveva inizialmente messo in fase di stallo il processo, esso è stato rimesso in moto al vertice euro-statunitense nel novembre del 2011, quando i leader politici ordinarono al Consiglio Economico Transatlantico (CET) di creare un Gruppo di Lavoro ad Alto Livello su Occupazione e Crescita, guidato dal rappresentante statunitense agli affari commerciali, Ron Kirk e dal commissario Ue al commercio, Karel De Gucht, “con il compito di individuare le politiche e le misure per aumentare il commercio e gli investimenti euro-americani per sostenere la creazione di occupazione, la crescita economica e la competitività internazionale a reciproco beneficio“, lavorando a stretto contatto con gruppi dei settori aziendali pubblici e privati.

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Il Complesso Aziendale Transatlantico

L’impulso al Parternariato di Investimento e Commercio Transatlantico è stato fornito da una pletora di organizzazioni del grande business e da think tank controllati dalle multinazionali, tra cui il Consiglio Atlantico, il Brookings Institution, il German Marshall Fund, BusinessEurope, Business Roundtable, la Camera di Commercio degli Stati Uniti, e la European Round Table degli industriali, tra molti altri. Queste istituzioni collettivamente formano un complesso aziendale transatlantico, che unisce le élite delle grandi aziende, banche, think tank, fondazioni, università e circoli politici con lo scopo di stabilire un consenso sulle agende dell’élite e di fornire le strategie e gli obiettivi da conseguire.

Il Consiglio Atlantico è stato fondato nel 1961 da un ex Segretario di Stato americano, Dean Acheson e da diversi altri eminenti cittadini degli Stati membri allo scopo di contribuire a consolidare il sostegno alla ‘Alleanza Atlantica‘.
Il primo volume del Consiglio Atlantico edito, Costruire il Mercato  Euro-Americano: Pianificazione per gli anni ’70, è stato pubblicato nel 1967, e il Consiglio ha continuato a pubblicare documenti politici, libri, monografie e altre relazioni per tutti gli anni ’70.

La leadership e la direzione del Consiglio Atlantico è nominata dai membri delle sue commissioni, che sono costituite dall’élite della politica estera degli Stati Uniti, così come dalle grandi aziende cosmopolitiche, tra cui elementi del calibro di Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski e Madeleine Albright, insieme ai dirigenti di aziende come Deutsche Bank, BAE e Lockheed Martin. [Per uno sguardo ad alcuni degli altri nomi di amministratori e consulenti, vedi Appendice 1]

Il Consiglio Atlantico rappresenta quindi gli interessi corporativi e finanziari transatlantici e dell’élite della politica estera negli Stati Uniti.
Così, i temi e le agende  che promuovono, tendono ad esercitare dietro di loro un’influenza significativa, con ampio accesso a coloro che prendono decisioni politiche e ai processi. Già nel 2004 il Consiglio Atlantico pubblicò un rapporto, L’Economia Transatlantica nel 2020: un partenariato per il futuro? nel quale si raccomandava una sempre maggiore integrazione tra le due economie e regioni, la gestione congiunta dell’economia mondiale, e più “cooperazione transgovernativa.

Il German Marshall Fund degli Stati Uniti fu fondato nel 1972 con una donazione da parte del governo tedesco alla Harvard University, nella quale 25 anni prima il Segretario di Stato statunitense George Marshall aveva annunciato il Piano Marshall per la ripresa economica dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il German Marshall Fund (GMF) “è dedicato alla promozione di una maggiore comprensione e azione comune tra Europa e Stati Uniti“, e comprende un certo numero di dirigenti aziendali, commentatori e altre élite a capo dei propri consigli direttivi [Vedi Appendice 2].

La Business Roundtable (BRT) è un’organizzazione di amministratori delegati di grandi aziende statunitensi “con più di 7.300 miliardi dollari di fatturato annuo“, secondo il suo sito web. La BRT è stata fondata nel 1972 “con la convinzione che … le imprese debbano svolgere un ruolo attivo ed efficace nella formazione delle politiche pubbliche.” Il Presidente del Comitato Esecutivo della BRT è W. James McNerney, presidente e amministratore delegato di Boeing. Il Comitato Esecutivo comprende gli amministratori delegati di una serie di altre importanti società cosmopolitiche [vedi Appendice 3].

La European Round Table of Industrialists (ERT), fondata nel 1983, è un’organizzazione di diverse decine di amministratori delegati di grandi aziende europee. Come Bastiaan van Apeldoorn ha scritto sulla rivista New Political Economy (Vol. 5, No. 2, 2000), l’ERT “si è sviluppata entro una piattaforma d’élite per una classe capitalistica transnazionale europea emergente dalla quale può formulare una strategia comune e – sulla base di tale strategia – cercare di modellare la governance socio-economica europea attraverso il suo accesso privilegiato alle istituzioni europee.
Wisse Dekker, ex presidente della ERT, una volta dichiarò: “Considererei la Tavola Rotonda più di un gruppo lobbistico in quanto aiuta a dar forma alle politiche. Il rapporto della Tavola Rotonda con Bruxelles [Unione Europea] è di forte cooperazione. E’ un dialogo che inizia spesso in una fase molto precoce dello sviluppo di politiche e direttive“.

L’ERT è stata un’istituzione centrale nel rilancio dell’integrazione europea dal 1980 in poi, e l’ex commissario europeo (ed ex membro ERT), Peter Sutherland ha dichiarato: “si può sostenere che l’intera realizzazione del progetto del mercato interno sia stata avviata non dai governi ma dalla Tavola Rotonda e dai suoi membri… E penso che abbia giocato successivamente un ruolo piuttosto consistente nel dialogo con la Commissione in merito alle misure concrete da attuare per la liberalizzazione del mercato“.

Sutherland ha anche spiegato che l’ERT e i suoi membri “devono stare ai massimi livelli delle compagnie e in pratica tutti loro hanno libero accesso ai capi di governo per via della posizione delle loro aziende… Quindi, per definizione, ogni membro dell’ERT ha accesso al più alto livello di governo“. [Per un elenco delle altre società rappresentate nel consiglio della ERT, vedi Appendice 4]

BusinessEurope è il principale gruppo europeo d’impresa, che rappresenta 41 federazioni commerciali in 35 paesi con “un essenziale compito” – secondo il suo sito web – che è quello “di garantire che gli interessi delle aziende siano rappresentati e difesi vis-à-vis nelle istituzioni europee, con l’obiettivo principale di preservare e rafforzare la competitività delle imprese.
[Per uno sguardo ad alcune delle aziende che componevano il Corporate Advisory and Support Group, vedi Appendice 5]

La Camera di Commercio degli Stati Uniti è stata fondata nel 1912 come organizzazione ombrello che rappresenta la voce del business in tutti gli Stati Uniti. Secondo il suo sito web, la Camera “lavora con più di 1.500 volontari provenienti da aziende membri, da organizzazioni e da comunità accademiche che servono nelle commissioni, sottocommissioni, task force, e consigli allo scopo di sviluppare e attuare politiche sulle principali questioni che interessano gli affari.” La loro “missione globale” è quella di “rafforzare la competitività dell’economia degli Stati Uniti.
[Per uno sguardo ad alcune delle aziende rappresentate nel consiglio di amministrazione della Camera, appendice 6]

Il Transatlantic Business Dialogue (TABD) è stato costituito nel 1995 dal Ministero del Commercio Statunitense e dalla Commissione Europea, nel tentativo di “servire come dialogo ufficiale tra imprenditori americani ed europei e sottosegretari del Governo americano e commissari europei“, composto da amministratori delegati delle multinazionali europee e statunitensi.

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Il Colonialismo Transatlantico Aziendale in azione: orientare le priorità

Come per ogni accordo di “libero scambio” (leggi: accordo di consolidamento aziendale cosmopolitico), le società devono essere consultate durante l’intero processo per permettere loro di dar forma al programma e di incoraggiare politiche specifiche, allo scopo di garantire che i loro interessi siano soddisfatti.
I think tank impiegano gli accademici e le élite della politica estera per intraprendere studi e produrre relazioni che sostengano le politiche favorevoli alla dominazione politica ed economica occidentale del mondo.
I grandi gruppi d’affari organizzano la comunità delle corporation intorno ad agende e forniscono una “voce” diretta con il mondo delle imprese.
I consigli dei think tank sono dominati dalle élite politiche e aziendali, e una volta che i think tank iniziano a creare consenso intorno alle agende, accademici e altri funzionari delle organizzazioni scrivono articoli o vengono intervistati spesso sui media (che sono di proprietà delle stesse aziende), per garantire che quel poco che venga detto in pubblico su tali accordi, sia, di fatto, positivo e incoraggiante.

Quando il Consiglio Economico Transatlantico (CET) creò il Gruppo di Lavoro ad Alto Livello su Occupazione e Crescita nel mese di novembre del 2011, annunciò la sua intenzione di ‘consultarsi‘ con le organizzazioni del settore privato sul processo di integrazione transatlantica.

Il Transatlantic Business Dialogue (TABD) è stato una delle prime grandi organizzazioni aziendali a supportare l’annuncio del Gruppo di Lavoro ad Alto Livello. Nel gennaio del 2012, il TABD si è incontrato con funzionari europei e americani di alto rango al World Economic Forum, il meeting annuale di Davos, in Svizzera. Hanno pubblicato un rapporto, Visione per il futuro delle relazioni economiche UE-USA, che ha istituito un consenso “volto a far pressione per un intervento urgente su un agenda lungimirante e ambiziosa“, così come per la creazione di una “Task Force di Amministratori Delegati“, che avrebbe “fornito un contributo diretto e avrebbe supportato il Gruppo di Lavoro di Alto Livello.

Alla riunione hanno partecipato non solo i 21 membri del consiglio esecutivo del TABD (tutti dirigenti d’azienda), ma funzionari in rappresentanza del Consiglio Atlantico, del Canadian Council of Chief Executives (CCCE), della Camera di Commercio degli Stati Uniti,  Pascal Lamy, Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, Ron Kirk, Rappresentante del Commercio statunitense, Karel De Gucht, Commissario europeo per il Commercio, Joaquin Almunia, Commissario europeo per la Concorrenza,  Jon Leibowitz, presidente della Federal Trade Commission, e Michael Froman, vice consigliere alla Sicurezza Nazionale per gli Affari Economici Internazionali di Obama.

Nello stesso mese, il TABD e la Business Roundtable (BRT), hanno rilasciato una dichiarazione congiunta che delinea la loro “visione” di un Partenariato Transatlantico (TAP) – modellato lungo linee simili a quelle del Partenariato TransPacifico (TPP) – che richiederebbe un ulteriore “apertura” del mercato transatlantico, che sia in grado di “competere” con le altre grandi economie (come la Cina), e “approfondisca l’impegno multilaterale ad aprire i mercati.” Come principali amministratori delegati e dirigenti, recitava la dichiarazione: “abbiamo bisogno niente meno” che di una “visione strategica e una struttura [che] dovrà servire da modello globale“.

Nel febbraio del 2012, il German Marshall Fund ha pubblicato un rapporto della Task Force Transatlantica per il Commercio e gli Investimenti dal titolo, Una nuova era per la leadership del commercio transatlantico.
La task force è stata co-presieduta da Ewa Bjorling, ministro svedese del commercio, e da Jim Kolbe, ex membro del Congresso degli Stati Uniti e Senior Transatlantic Fellow presso il German Marshall Fund.
[Per gli altri membri della Task Force, appendice 7]

La task force è stata avviata come sforzo di cooperazione tra il German Marshall Fund e il Centro Europeo per la Politica Economica Internazionale (ECIPE) nel maggio del 2011.

Il rapporto invita l’UE e gli Stati Uniti a perseguire “una più profonda integrazione economica transatlantica” come elemento “essenziale alla ripresa dall’attuale crisi economica.” Il rapporto ha chiesto “un impegno di alto livello da parte dei leader politici di entrambe le sponde dell’Atlantico” e “richiederà il coinvolgimento attivo delle parti interessate del settore privato“, o in altre parole, delle multinazionali.

Nel marzo del 2012, BusinessEurope ha pubblicato un rapporto: Occupazione e Crescita: Attraverso un Partenariato Economico e Commerciale Transatlantico, a contributo del Gruppo di Lavoro ad Alto Livello euro-statunitense, denominato Occupazione e Crescita, nel quale si consigliava di eliminare tariffe e barriere, di commerciare nei servizi, di garantire l’accesso e la protezione degli investimenti, di “aprire i mercati“, di stabilire “standard globali” per i diritti di proprietà intellettuale, e di lavorare sul Consiglio Economico Transatlantico (CET) per la cooperazione normativa.

Nello stesso mese, la Camera di Commercio Statunitense ha inviato una lettera al Congresso, nella quale la Camera degli Stati Uniti, BusinessEurope, la Camera di Commercio Americana presso l’Unione Europea, il Business Roundtable Council, l’European-American Business, il Business Dialogue Trans-Atlantic, e diverse altre associazioni del grande business hanno chiamato i leader politici “a passare rapidamente ad approfondire il rapporto economico e commerciale transatlantico attraverso un ambizioso commercio, investimenti e iniziative di regolamentazione.” Così, nel bel mezzo di una crisi economica e sociale, creata da numerose multinazionali e banche che queste associazioni rappresentano, e con l’emergere di nuovi giganti economici come Cina e India, “crediamo che sia ora il momento di creare un mercato transatlantico libero da barriere per guidare alla creazione di occupazione e di crescita” di cui Europa e America hannourgente bisogno“.

Il Gruppo di Lavoro ad Alto Livello – presieduto dal Rappresentante del Commercio statunitense, Ron Kirk e dal commissario Ue al commercio, Karel De Gucht – [recitava la dichiarazione] – dovrebbe avere un ordine del giorno “di vasta portata“, che riguardi: “barriere con tariffe e non per gli scambi di beni e servizi, investimenti, cooperazione normativa, tutela della proprietà intellettuale e innovazione, appalti pubblici, flussi di dati transfrontalieri, e mobilità del business.
La dichiarazione osservava che loro avevano ricevuto “il sostegno” di Angela Merkel, di David Cameron, e dell’allora presidente della Francia, Nicolas Sarkozy, oltre che del Consiglio Europeo (presieduto da Herman Van Rompuy). Da parte americana, il sostegno venne dato da Hillary Clinton.

Nel maggio del 2012, la Business Roundtable, la European Round Table of Industrialists e il Trans Atlantic Business Dialogue hanno inviato una lettera congiunta al presidente Obama, al presidente francese Francois Hollande, alla cancelliera tedesca Merkel, al premier italiano Mario Monti, al primo ministro britannico David Cameron, al presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, al presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, al commissario Ue al Commercio De Gucht e al Rappresentante del Commercio statunitense Ron Kirk. La lettera osservava che tre organizzazioni di dirigenti aziendali provenienti da oltre Atlantico “si sono riunite per tracciare una visione strategica per un nuovo Partenariato Transatlantico (TAP),” e hanno prodotto insieme la relazione, Forgiare un Partenariato Transatlantico per il 21° secolo, allo scopo di creare proprio questo.
La relazione chiamava i funzionari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea ad avviare “trattative su commerci, investimenti e regolamentazioni transatlantiche ambiziose e globali, entro la fine di quest’anno.

Quello stesso mese, giusto per premere sul messaggio, i presidenti della Camera del Commercio statunitense, la Business Roundtable, e l’Associazione Nazionale dei Costruttori hanno inviato una lettera congiunta a Obama chiedendogli di avviare dei negoziati perché “venisse tracciata una strada verso un autentico commercio, investimento, e iniziativa cooperativa di regolamentazione del 21° secolo” che oltre a un’ulteriore integrazione delle economie, “porterebbe anche benefici importanti nella difesa e nella cooperazione militare.

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Nel giugno del 2012, il Consiglio per l’Esportazione di Obama gli ha inviato una lettera che plaudiva al presidente per la creazione del Gruppo di Lavoro ad Alto Livello dell’anno precedente, ma lo esortava a “fare il prossimo cruciale passo, di concerto con il settore privato, per andare avanti velocemente nella definizione e nell’avvio di ampie e ambiziose trattative per un Partenariato Transatlantico (TAP).” Loro hanno consigliato, tra le varie cose, le solite protezioni per i diritti di proprietà intellettuale, la liberalizzazione dei servizi, “l’eliminazione delle tariffe sui beni industriali e agricoli“. La lettera è stata firmata dal presidente del Consiglio sull’Esportazione Jim McNerney, presidente e amministratore delegato della Boeing Company.

Il Consiglio sull’Esportazione del Presidente degli Stati Uniti (PEC) “è il principale comitato consultivo nazionale per il commercio internazionale“, fondato nel 1973, composto da 28 membri del settore privato, così come da membri del Congresso e da segretari di gabinetto. Il PEC riferisce al presidente, tramite il Segretario del Commercio degli Stati Uniti. [Per un elenco delle aziende rappresentate dal PEC, vedi appendice 8]
Senza perdere tempo, il Gruppo ad Alto Livello su Occupazione e Crescita ha emesso un proprio report intermedio destinato ai propri leader, nel giugno del 2012 ad opera dei co-presidenti, De Gucht e Kirk. Tra le altre cose, loro hanno consigliato l'”eliminazione” degli “ostacoli agli scambi” di beni, servizi e investimenti. Hanno consigliato un “accordo globale“, che “potrebbe promuovere un programma lungimirante per la liberalizzazione del commercio multilaterale.
L'”obiettivo” dei negoziati, hanno scritto, sarebbe quello di “vincolare” Unione Europea e Stati Uniti”, attraverso “un più alto livello di liberalizzazione” e “il raggiungimento di nuovi mercati.” Stavano prendendo sul serio le raccomandazioni provenienti dai gruppi aziendali e spingevano affinché quelle parole si traducessero in politiche.

Paula Dobriansky, eminente accademico presso l’Istituto Atlantico, è stata co-autrice di un articolo per il Wall Street Journal nel quale chiedeva “un accordo di libero scambio transatlantico” tra UE e Stati Uniti, per “rafforzare la leadership americana ed europea per i decenni a venire.
Frances Burwell, vice presidente del Consiglio Atlantico e direttore del Programma sulle Relazioni Transatlantiche ha pubblicato un articolo su US News & World Report, nel novembre del 2012, nel quale scriveva che “la creazione di un mercato unico transatlantico… rappresenta un grande affare di buon senso.

Nel novembre del 2012, l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton ha tenuto un discorso alla Brookings Institution intitolato, Stati Uniti ed Europa: un partenariato globale rivitalizzato, nel quale ha osservato: “dobbiamo realizzare il potenziale non sfruttato del mercato transatlantico … è tanto un imperativo strategico quanto economico.” Informando il pubblico che l’amministrazione Obama stava “discutendo su possibili trattative” con l’UE su tale accordo, la Clinton ha detto che “puntellerebbe la nostra competitività a livello mondiale per il prossimo secolo.

Sempre a novembre, un membro del direttivo del Consiglio Atlantico, James L. Jones (ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense di Barack Obama) e Thomas J. Donohue (Presidente e Amministratore Delegato della Camera di Commercio degli Stati Uniti), sono stati co-autori di un articolo per Investor Business Daily nel quale suggerivano che le crisi economiche simultanee in Europa e Stati Uniti – che essi descrivevano come “fiacca competitività, insostenibile autorizzazione di spesa e bomba a orologeria di un debito sovrano oltre misura” – erano una minaccia per il futuro della capacità della NATO di “affrontare le pressanti minacce alla sicurezza” e che ciò rappresenta “la più grande sfida per il futuro della comunità transatlantica dopo la guerra fredda.

La crescita sostenibile, essi hanno scritto, “proviene solamente da un luogo – dal settore privato.
I governi hanno una “responsabilità… creare le condizioni nelle quali il settore privato possa guidare l’espansione economica, investimenti e creazione di occupazione.
Un “ambizioso patto commerciale ed economico transatlantico” si adatterebbe certamente a questa necessità di “crescita” e “competitività” crescente. Sarebbe ora, hanno scritto, “di passare con decisione al prossimo livello di integrazione economica trans-atlantica.

A pochi giorni dalla vittoria di Obama alla sua rielezione, leader europei come David Cameron e Angela Merkel lo hanno esortato ad andare avanti con l’accordo, e perfino il New York Times sottolineava che “anche corporations e gruppi economici di entrambe le sponde dell’Atlantico stanno operando una forte pressione per un accordo.” L’ex vice Rappresentante del Commercio degli Stati Uniti e attuale vice presidente della General Electric, Karan Bhatia, osservò: “Questo potrebbe essere di gran lunga il più grande, il più prezioso accordo di libero scambio, anche se producesse solo un aumento marginale nel commercio“.

Il Financial Times ha detto che una “partnership transatlantica” produrrebbe “vantaggi geostrategici,” dal momento che l’Unione Europea e gli Stati Uniti rappresentano la metà dell’economia mondiale e, quindi, “saranno in possesso della leva per impostare standard globali che altri, tra cui la Cina, probabilmente seguiranno.

Dal momento che “l’Unione Europea e gli Stati Uniti sono alla disperata ricerca di nuova crescita“, ha scritto Edward Luce, “l’unica via realistica è attraverso una maggiore produttività“, che implica costi più bassi e maggiori profitti per le multinazionali. Sarebbe “un’agenda ambiziosa verso l’integrazione del mercato transatlantico“, che includa regolamenti per l’armonizzazione e standard di prodotto.
In altre parole, ha scritto Luce: “se un farmaco fosse approvato dall’Agenzia Europea per i medicinali, pure la Food and Drug Administration dovrebbe accettarlo.
Lo stesso varrebbe per il “regolamento finanziario” (o la sua assenza), così come per gli standard agricoli (OGM), una questione fondamentale, dal momento che l’UE ha un divieto su tali prodotti. L’UE ha recentemente mostrato il suo entusiasmo per un cambiamento, quando “ha abbassato le sue obiezioni verso le importazioni di carni statunitensi provenienti da macelli [mattatoi] decontaminati con acido lattico.
Nella UE, “il clima di austerità dovrebbe funzionare a loro favore” per la riduzione delle protezioni che riguardano l’agricoltura.

Nel gennaio del 2013, la Brookings Institution ha inviato un ‘memorandum al presidente‘ Barack Obama dal titolo, Libero Scambio Cambio di Gioco, nel quale gli autori hanno raccomandato di perseguire sia il Partenariato TransPacifico (TPP) che l’Accordo di Libero Scambio Trans-Atlantico (TAFTA ) come “il più realistico modo per rivendicare la leadership economica degli Stati Uniti.
Gli accordi hanno “implicazioni strategiche profonde” in quanto fornirebbero agli Stati Uniti un importante “ruolo nel definire le regole globali del percorso.” Mentre il TPP “dovrebbe aiutare nella definizione dello standard per l’integrazione economica in Asia,” il TAFTA “fornirebbe alle imprese americane ed europee un vantaggio nel fissare gli standard industriali per l’economia globale del futuro.
Mentre “l’erosione del sostegno per gli FTA [gli Accordi di Libero Scambio] nel Congresso e tra il pubblico è tale da ostacolare questo sforzo,” il memorandum ha ricordato ad Obama che l’opinione pubblica deve essere ignorata nell’interesse aziendale: “è giunto il momento di avviare nuove iniziative in questi ambiti“.

Nei primi mesi del 2013, il Trans-Atlantic Business Dialogue si è fuso con il Business Council euro-americano per diventare il Consiglio Economico Transatlantico (TBC), un gruppo composto da dirigenti aziendali che tiene “incontri semestrali con i segretari di gabinetto degli Stati Uniti e dei Commissari europei (a Davos e altrove),” in qualità di “consulente aziendale presso il Consiglio Economico Transatlantico (CET)“.
Rappresenta circa 70 grandi aziende, tra cui: AIG, AT & T, BASF, BP, Deutsche Bank, EADS, ENI, Ford, GE, IBM, Intel, Merck, Pfizer, Siemens, TOTALE, Verizon, e Xerox, tra le altre.

Nel gennaio del 2013, il Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) si è riunito a Davos, in Svizzera durante l’annuale World Economic Forum, tenendo un incontro con funzionari di alto livello statunitensi e dell’Unione Europea, con Michael Froman, vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale per gli affari economici internazionali del presidente Obama, che ha parlato nel corso della riunione TBC, dichiarando che “l’economia transatlantica sta per diventare un punto di riferimento mondiale per gli standard in un mondo globalizzato“. Froman e i leader del Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) “hanno convenuto che il sostegno da parte delle corporation che operano su entrambe le sponde dell’Atlantico è fondamentale per promuovere il commercio transatlantico“.

Tim Bennett, il direttore generale del TBC, ha dichiarato che la struttura del Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) “tiene conto della combinazione di un forte messaggio affaristico per i responsabili delle politiche, nonché di un input sostanziale attraverso gruppi di lavoro“, riferendosi a incontri ad alto livello a Washington e Bruxelles. Altri partecipanti alla riunione del Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC) comprendevano il Segretario Generale dell’OCSE, Angel Gurria, il primo ministro irlandese Enda Kenny, direttore generale per il commercio della Commissione europea, Jean-Luc Demarty, il funzionario della Commissione Europea per il commercio, Marc Vanheukelen, e un ex dirigente di Citigroup.

Sul sito web del Consiglio d’Affari Transnazionale (TBC), essi promuovono specifici think tank come fornitori di “risorse”: il Consiglio Atlantico, la Bertelsmann Foundation, il Brookings Institution, il Center for Transatlantic Relations, Chatham House, il German Marshall Fund, e l’Istituto Peterson per le Relazioni Internazionali.

Il report finale: è tempo di fare ciò che le corporations domandano!

In data 11 febbraio 2013, il Gruppo di Lavoro ad Alto Livello euro-statunitense (HLWG) su Crescita e Occupazione ha pubblicato il suo rapporto finale nel quale, in maniera prevedibile, raccomandava standard e regolamenti di armonizzazione entro “un accordo di commercio e investimento globale.
Il rapporto raccomandava inoltre “di incrementare l’integrazione economica … per ottenere un pacchetto di accesso al mercato che vada al di là di quello che Stati Uniti ed Unione europea hanno conseguito nei precedenti accordi“. Il rapporto ha inoltre raccomandato l’aumento di “appalti governativi“, un eufemismo per privatizzazioni e sovvenzioni statali alle società, rilevando che: “l’obiettivo dei negoziati dovrebbe essere quello di migliorare le opportunità di business attraverso un accesso, notevolmente migliorato, alle opportunità di appalti pubblici a tutti i livelli di governo.

Due giorni dopo la pubblicazione della presente relazione, il 13 febbraio 2013, fu rilasciata da Barack Obama, dal presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy e dal presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, una dichiarazione congiunta che affermava: “Noi, leader degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, siamo lieti di annunciare che… gli Stati Uniti e l’Unione europea avvieranno le reciproche procedure interne necessarie ad avviare i negoziati su Commercio Transatlantico e Parternariato d’Investimento“.

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All’annuncio del TTIP (EU-US Transatlantic Trade and Investment Partnership) a febbraio, l’allora Rappresentante del Commercio Statunitense Ron Kirk dichiarò che, “per noi, tutto è sul tavolo, in tutti i settori, compreso tutto il settore agricolo, se si tratta su OGM o su altri problemi.” Ha spiegato che “dobbiamo essere ambiziosi e dovremmo occuparci di tutti questi problemi.
João Vale de Almeida, ambasciatore dell’Unione Europea negli Stati Uniti, ha scritto in un articolo che “un accordo economico ambizioso tra noi avrebbe mandato un messaggio forte al resto del mondo riguardante la nostra leadership nel dare forma ad una governance economica globale, in linea con i nostri valori“, che equivale a dire, “valori aziendali“.

I media tedeschi – e i funzionari governativi – sono esplosi d’ammirazione per le potenzialità, per questa “NATO economica“, di creare “la più grande zona di libero scambio del mondo“. Un giornale tedesco osservava che “una nuova alleanza economica” tra le potenze della NATO era appropriata, dal momento che “le vecchie nazioni industrializzate temevano di cadere dietro la potenza economica emergente cinese.” Un’altra pubblicazione tedesca notava che non solo una “zona di libero scambio trans-atlantico” avrebbe importanti “benefici” e implicazioni economiche, “ma renderebbe anche evidente che solo un Occidente sempre più stretto può avere successo in modo decisivo nel contribuire a determinare la politica globale“.

Il mondo delle imprese ha espresso immediata ammirazione per i negoziati annunciati, attraverso il presidente e amministratore delegato di Caterpillar “che raccomandava” ai leader di Stati Uniti e Unione europea e al Gruppo di Lavoro d’Alto Livello “di promuovere la tanto necessaria crescita economica e la creazione di occupazione.” Il presidente della Business Roundtable (BRT), John Engler, ha osservato che la Tavola rotonda stessa “è stata uno dei primi sostenitori” di un tale accordo, e che “i negoziati dovrebbero essere avviati prima possibile.

C. Boyden Gray, membro del consiglio direttivo del Consiglio Atlantico ed ex ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Unione Europea, ha pubblicato un rapporto per il Consiglio Atlantico, nel febbraio del 2013 dal titolo, Una NATO Economica: una nuova alleanza per un nuovo ordine globale. Gray ha avvertito che a meno che le potenze atlantiche non “raccolgano insieme la sfida … dell’era post-recessione … rischiano di cedere alle potenze emergenti la loro influenza economica e politica.” Questo non deve essere semplicemente un “accordo di libero scambio“, ma deve piuttosto “porre la cooperazione economica” di Stati Uniti e Unione europea “sullo stesso solido piano della sicurezza militare … abbiamo bisogno di creare una ‘NATO economica’.”

Il Wall Street Journal ha osservato che l’annuncio “rappresenta l’abbassare la testa di Obama agli interessi economici,” notando che riguardava meno lo ‘scambio‘ e più come stabilire standard globali. Il Presidente della Commissione Europea Barroso si è espresso in modo simile quando ha detto, “questo sarà l’accordo di libero scambio più grande mai fatto, [e] avrà certamente un impatto sugli standard globali.
Michael Froman, consulente sulla politica economica internazionale di Obama, ha osservato che l’accordo dovrebbe “integrare ulteriormente le nostre economie e contribuire a impostare regole globali“.
Il commissario al Commercio della Ue, Karel de Gucht ha aggiunto: “Quello che vogliamo fare è creare un mercato interno tra Stati Uniti e Unione Europea.

Il Financial Times ha sottolineato che, mentre era “un luogo comune”  immaginare che il futuro appartenesse alle economie emergenti, “le vecchie potenze economiche possono ancora tenerlo in pugno.” L’accordo “promette un premio il cui valore politico è ancora più grande rispetto al suo considerevole beneficio economico“.
Quindi, dobbiamo intendere questi “accordi di libero scambio“, come, in realtà, accordi di consolidamento aziendale cosmopolitico.

Mentre il segretario di Stato americano John Kerry si recava a Berlino a fine febbraio, appoggiava l’accordo, suggerendo che esso “può sollevare l’economia dell’Europa, rafforzare la nostra economia, creare occupazione per gli americani, per i tedeschi, per tutti i cittadini europei e creare uno dei mercati alleati più grandi nel mondo“.

La stampa tedesca ha avvertito che gli attivisti di internet, i gruppi ambientalisti, del lavoro e dei consumatori si stavano “preparando a combattere il trattato con tutti i mezzi a loro disposizione“, poiché temevano che “cattivi compromessi saranno effettuati a spese dei consumatori in negoziati segreti tra Comunità Europea e amministrazione Obama.

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L’applicazione di uguali standard per i prodotti alimentari preoccupa molti nell’UE in merito ai prodotti alimentari americani geneticamente modificati, come mais, soia e barbabietole, mentre le questioni sui diritti di proprietà intellettuale minacciano sempre più la libertà di Internet a beneficio di interessi aziendali e finanziari, come ad esempio nel caso del fallito Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che è stato sopraffatto da ampie campagne e proteste su Internet.
Uno degli organizzatori per il movimento anti-ACTA, Jérémie Zimmermann, ha dichiarato: “Milioni di cittadini si possono mobilitare se le loro libertà sono minacciate“. Eppure, nonostante un’inquietudine e un’opposizione crescente verso un tale accordo, che sarebbe stato basato principalmente attorno a questioni altamente controverse invece che su un reale “scambio” o sulle tariffe, il cancelliere tedesco Angela Merkel ha definito l’accordo come “il nostro progetto di gran lunga più importante per il futuro.

Baucus, il presidente della commissione Finanze del Senato degli Stati Uniti, ha scritto un articolo per il Financial Times in cui affermava che l’accordo è “un’intesa che deve essere fatta, deve essere fatta ora, e deve essere fatta bene … Come presidente del Comitato di Sorveglianza del Commercio degli Stati Uniti, sosterrò un accordo solo se darà ai produttori americani l’opportunità di competere nel più grande mercato del mondo“.

Parlando ad Harvard all’inizio di marzo, Karel de Gucht ha definito l’accordo come “il pacchetto di stimolo più a buon prezzo che si possa immaginare“, aggiungendo che era “il laboratorio politico per le nuove regole di commercio di cui abbiamo bisogno – su questioni come barriere normative, politiche di concorrenza, requisiti di localizzazione, materie prime ed energia.

Barack Obama ha dichiarato di essere “moderatamente ottimista” in merito all’accordo, poichè gli Stati Uniti si muovevano “aggressivamente“, mentre l’Unione Europea era “più desiderosa di un accordo di quanto non lo sia stata in passato.
Parlando al Consiglio sull’Esportazione del Presidente, composto da dirigenti di grandi aziende in veste di ‘consiglieri,’ Obama ha ribadito, “vogliamo che le nostre 500 compagnie di Fortune vendano il più possibile.
John Kerry ha detto a un gruppo di imprenditori francesi che, “se ci muoviamo rapidamente … [l’accordo] può avere un profondo impatto sul resto del mondo“.

Robert Zoellick, ex presidente della Banca Mondiale, ha avallato l’accordo, sottolineando che potrebbe “creare un precedente” nella definizione di standard per l’economia globale, aggiungendo: “abbiamo bisogno di creare una nuova struttura per il sistema globale“, tuttavia, ha avvertito, l’agricoltura è stata e “sarà uno dei problemi più difficili“, a causa della preoccupazione per gli organismi geneticamente modificati. Barroso ha avvertito che, “solo l’UE andrà così lontano.
Lori Wallach, direttore del Public Citizen’s Global Trade Watch ha osservato: “Tutta questa trattativa riguarda l’eliminazione dei ‘contrasti commerciali’, ma nel movimento dei consumatori degli Stati Uniti ci invidiano e ammirano e cercano di emulare gli standard europei di sicurezza alimentare, mentre l’industria sta cercando di ucciderli“.

Nel mese di aprile del 2013, è stato avviata una “coalizione” per promuovere il Commercio Transatlantico e Partenariato d’Investimento chiamata Coalizione d’Affari per il Commercio Transatlantico (BCTT), che “mira a promuovere crescita, occupazione e competitività su entrambe le sponde dell’Atlantico attraverso un accordo ambizioso, globale e di alto livello per il commercio e gli investimenti”.
Il Comitato direttivo per la BCTT consta di un certo numero di società multinazionali e associazioni di imprese, e la segreteria è la Camera di Commercio degli Stati Uniti.
I co-presidenti aziendali per la coalizione comprendono Amway, Chrysler, Citi, Dow, Fedex, Ford, GE, IBM, Intel, Johnson & Johnson, Lilly, MetLife, UPS e JPMorgan Chase. Le associazioni partner del BCTT includono la Business Roundtable, la Coalition of Service Industries, il Comitato di Emergenza per il Commercio americano, l’Associazione Nazionale dei Costruttori, il Consiglio Nazionale per il Commercio Estero, il Consiglio d’Affari Transatlantico (TBC), la Camera di Commercio degli Stati Uniti e il Consiglio per il Commercio Internazionale Statunitense. L’obiettivo iniziale del BCTT era quello di sollecitare l’avvio formale di negoziati entro giugno o luglio del 2013, così come “appoggiare un ampio sostegno bipartisan e fornire input dettagliati una volta che siano in corso le trattative.

In occasione dell’avvio del BCTT, il vice presidente della Camera di Commercio Statunitense e Capo degli Affari Internazionali, Myron Brilliant, ha osservato che non vi era “grande sostegno” all’accordo, “sia nel governo che nel settore privato.”
La comunità aziendale, ha spiegato, “è impegnata ad assistere la negoziazione di un accordo transatlantico … e continueremo i nostri sforzi per incoraggiare entrambi i governi per far sì che questo accordo sia fatto in fretta.
La Business Roundtable, membro del BCTT, ha approvato la nuova coalizione in un comunicato di John Engler, che ha spiegato, “non vediamo l’ora di lavorare con il Congresso e l’Amministrazione per garantire un accordo globale e ambizioso.
Mentre si parla di un gruppo d’affari americano, l’ambasciatore britannico per gli Stati Uniti, ha detto che anche i servizi finanziari sarebbero “coperti da questi negoziati“, notando che Stati Uniti e Regno Unito sono sede dei “due più significativi centri finanziari internazionali su entrambe le sponde dell’Atlantico“, Wall Street e la City di Londra.

Secondo un funzionario dell’amministrazione Obama coinvolto nei colloqui, l’accordo “avrebbe concesso alle corporation nuovo potere politico per sfidare una serie di regolamenti, sia in patria che all’estero.
Ambientalisti, consumatori, e altri gruppi di interesse temono che l’accordo “porterà ad una riduzione di regole importanti e metterà le multinazionali sullo stesso piano politico delle nazioni sovrane.” Questo sarebbe facilitato da una “procedura” di risoluzione delle controversie tra stato e investitore, il che significa che le aziende potrebbero citare in giudizio direttamente i governi su ciò che percepiscono come “barriera agli investimenti“- possibilmente attraverso un tribunale internazionale (magari anche attraverso la Banca Mondiale). A tale tribunale “sarebbe stata data l’autorità di imporre sanzioni economiche contro qualsiasi paese che violasse il suo verdetto.

Tali disposizioni, ha notato uno specialista di commercio con Sierra Club, “eleva le corporation al livello di Stati nazionali e consente loro di citare in giudizio i governi su quasi qualunque legge o politica che riduca i loro profitti futuri.” Questi meccanismi sono “terribilmente rischiosi per le comunità, l’ambiente e il clima.”
Il “piccolo sporco segreto“, ha osservato Lori Wallach di Public Citizen, “è che non riguardano principalmente il commercio, ma piuttosto avrebbero come obiettivo l’eliminazione delle più forti politiche di interesse pubblico in merito a consumo, salute, sicurezza, privacy, ambiente e altre su entrambe le sponde atlantiche“.

Thomas Donohue, presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti, non poteva essere più felice. “Se facessero un accordo domani“, ha detto nel mese di aprile del 2013, “le aziende statunitensi ed europee sarebbero sedute su una barca di soldi e lo farebbero avanzare più rapidamente di quanto sia possibile.
Le aziende sarebbero in grado di realizzare un profitto più velocemente del previsto, ha osservato: “Se apri una porta e dici ci sono soldi dall’altra parte, che c’è l’opportunità di espandersi, di esportare, di vendere i loro prodotti, di avviare partnership … Pensate che abbiano intenzione di aspettare fino al 2027? Passeranno per quella porta prima ancora che voi lo sappiate.
Donohue ha incoraggiato a iniziare le trattative il più presto possibile, “essi devono, ne hanno bisogno“, aggiungendo: “Non dobbiamo indugiare ulteriormente.

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Un agenda transatlantica su austerità, sfruttamento e consolidamento aziendale

Il 22 aprile 2013, c’è stata una conferenza, ospitata presso la Federal Reserve Bank di New York, in collaborazione con la Direzione Generale della Commissione Europea per gli Affari Economici e Finanziari, “che ha messo assieme ideatori delle politiche, funzionari di controllo, analisti di mercato e docenti universitari euro-statunitensi“. L’obiettivo della conferenza è stato quello di “valutare le prospettive di una crescita economica sostenibile e la stabilità finanziaria, e discutere le sfide per le relazioni economiche transatlantiche poste dai recenti episodi di crisi economica.” Tra gli oratori figuravano il presidente della Fed di New York William Dudley e il Vice Presidente della Commissione Europea, Olli Rehn. [Per un elenco degli altri partecipanti, vedi Appendice 9]

William Dudley è stato presidente della Fed di New York dal 2009, quando il precedente presidente – Timothy Geithner – è diventato Segretario del Tesoro di Obama. Prima della sua nuova posizione, Dudley era socio e amministratore delegato di Goldman Sachs, e attualmente presta servizio anche come presidente del Comitato sul Sistema Finanziario Globale presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), ed è vice presidente del Club Economico di New York.

Dudley ha aperto l’evento “esclusivo” suggerendo, “in un’economia globale con un sistema finanziario globale … regolamentazione e vigilanza hanno un orientamento decisamente nazionale.” Così, ha spiegato, “noi [dobbiamo] cercare di bilanciare le nostre esigenze nazionali con i benefici dell’avere un sistema globale armonizzato e integrato“. Ciò che è necessario, ha detto Dudley, è la “crescita“. Ma non c’erano “buone notizie” negli Stati Uniti, il settore immobiliare si stava ri-gonfiando – cosa che prende il nome di “risanamento“, il “settore immobiliare” della classe media era alle prese con il pesante fardello del debito (denominato “riduzione del livello di indebitamento“), ma il settore bancario era “sano” (nel senso di più redditizio), e “il settore delle imprese è altamente remunerativo e inondato di liquidità.” Questa è la “buona notizia“.

Un articolo di Bloomberg del 2010 si riferiva alla Federal Reserve Bank di New York come ad “un gruppo [che operava] black-ops per la banca centrale della nazione“, notando che era in realtà un “ente semi-governativo“, la cui leadership viene nominata dalle principali banche di Wall Street a rappresentare i propri interessi, ed è stata “lo strumento preferito per molti dei programmi di salvataggio della Fed“. La Fed di New York è in realtà una banca privata con una grande quantità di funzioni pubbliche, ed è oggetto di una “cultura della segretezza” che è stata descritta come “pervasiva“.
Nel consiglio di amministrazione della Fed di New York c’è Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase, così come molti altri banchieri.

Nel suo discorso, Dudley ha spiegato di aver guidato la Fed di New York all’acquisto di titoli del Tesoro USA a lungo termine (il debito pubblico statunitense) e di titoli garantiti da ipoteca (gli stessi acquisti che hanno contribuito a creare la precedente bolla immobiliare), per la somma di 85 miliardi di dollari “ogni mese. Notando che gli Stati Uniti iniziavano il percorso di austerità nazionale – “di consolidamento fiscale” – e dovevano continuare più a fondo, c’era “un braccio di ferro” tra l’avere una buona economia e avere austerità, che è un modo fine per dire che le misure di austerità distruggeranno l’economia (cosa che gli europei già conoscono molto bene).
Così, come ha spiegato Dudley, con immensi profitti aziendali e bancari, una bolla speculativa, e una pilotata austerità economica che sopraggiunge in picchiata “il livello di incertezza, riguardo le prospettive a breve termine negli Stati Uniti, resta molto elevato.” Ma gli Stati Uniti non sono orientati “ad un percorso di crescita” basato su “investimenti d’impresa” e “commercio“, poichè si sono invece concentrati solo su consumi basati sul debito.

In Europa, tuttavia, la prospettiva era “meno brillante.” Ma ancora una volta, vi erano “buone notizie“, dal momento che i “paesi periferici” come Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, Irlanda, e altri, stavano imponendo con successo dure misure di austerità, nonostante l’opposizione della popolazione che ne veniva impoverita. Questi, Dudley li chiama, “sforzi notevoli per ridurre i loro disavanzi strutturali di bilancio.” C’è stato anche un progresso nel miglioramento della loro “competitività internazionale“, come a dire che [quegli stati ndt] si aprono allo sfruttamento e al saccheggio, sebbene ci fosse ancora “l’occasione per ulteriori riforme strutturali nel mercato del lavoro e dei prodotti.”  Anche se, naturalmente, questo non dovrebbe essere fatto “solo in periferia“, quel tipo di “opportunità” esiste ovunque, per rendere efficiente lo sfruttamento, e, quindi, per maggiori profitti: “per aumentare la produttività e rafforzare le prospettive di crescita a lungo termine.

Purtroppo, ha osservato Dudley, c’erano anche “cattive notizie” nell’UE, dato che l’economia era “ancora in una fase di recessione” – o cosa che potrebbe essere più accuratamente descritta come una profonda depressione dei cosiddetti paesi “periferici” – dove diveniva sempre più difficile imporre misure di austerità e impoverire le popolazioni: “il sostegno politico per ulteriori giri di vite sul bilancio è nettamente diminuito“. Senza “crescita” poi – che significa senza profitti di aziende e banche – “il sostegno politico per un continuo aggiustamento fiscale e strutturale potrebbe ulteriormente erodersi.” L’Europa inoltre aveva la necessità di perseguire “una maggiore integrazione” a livello di governance, e lo sviluppo di una “unione bancaria pan-europea con la BCE [Banca Centrale Europea] come sorvegliante principale” era un “importante e cruciale prossimo passo”.

Questo ovviamente richiederà a ciascun paese dell’Unione Europea “la rinuncia a una piccola porzione di sovranità sulla supervisione bancaria” e la sua consegna alla BCE, che è irresponsabile e rimane una forza che spinge verso austerità e programmi di aggiustamento. Dudley si è riferito a questa con il concetto “una moneta, un mercato“.

Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea e Commissario per gli Affari Economici e Monetari – motore trainante principale dell’austerità e dei programmi di aggiustamento – ha fatto il discorso di apertura alla conferenza della Federal Reserve di New York. Ha iniziato col salutare positivamente l’appena annunciato Parternariato d’Investimento e Commercio Transatlantico, spiegando che si deve lavorare sodo per renderlo “una realtà“.  L’Europa, tuttavia, sta operando “una riduzione del debito“, – vale a dire che il continente viene schiacciato dal peso di un grave debito i cui creditori domandano ‘austerità’ e ‘aggiustamento’ in aggiunta ai salvataggi – e questo “processo di riduzione del debito sta prendendo tempo, e abbiamo bisogno di trovare nuove fonti di crescita per alleviare l’onere dell’aggiustamento.” In questo senso, ha spiegato Rehn, “l’apertura di nuove opportunità commerciali a livello mondiale è così importante“. Mentre molti paesi dell’Unione continuavano con dure misure di austerità, “riforme strutturali“, – che facilitano lo sfruttamento del lavoro e delle risorse – “esse sono la chiave per accrescere il potenziale di crescita dell’economia europea“.

Ha concluso il suo discorso, affermando: “dobbiamo mantenere la rotta delle riforme. Dobbiamo pronunciarci in termini di libero scambio, di riforma del settore finanziario, di riforme strutturali che aumentino il potenziale di crescita, e il consolidamento costante delle finanze pubbliche. Dobbiamo fare così per creare le basi per una crescita sostenibile e la creazione di occupazione. Di fronte a queste sfide, siamo di fatto partner su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Un appello per la Resistenza Transatlantica alla Tirannia Aziendale

L’Europa divora sé stessa con l’austerità, cacciando la sua popolazione nella povertà e contemporaneamente intraprendendo “riforme strutturali” volte a facilitare lo sfruttamento senza ostacoli delle risorse, dei mercati e del lavoro da parte delle imprese transnazionali. Anche gli Stati Uniti stanno attuando misure di austerità, sebbene con la scelta, invece, di creare fallaci ‘drammi del debito‘, cosa che coinvolge una pomposa parata di parole senza senso – ‘dirupo fiscale‘ [fiscal cliff] e ‘sequestro‘ – allo scopo di evitare la palese promozione dell’austerità, che potrebbe incoraggiare la gente a pensare giustamente alla Grecia come esempio.

I cosiddetti accordi di “libero scambio” funzionano come trattati di austerità transnazionale e di ‘riforme strutturali‘: concedono alle corporation accesso illimitato ai mercati, li proteggono dalla concorrenza, li sovvenzionano pesantemente, privatizzano tutto e di più, deregolamentano il più possibile, distruggono l’ambiente, e facilitano il saccheggio senza ostacoli delle risorse e lo sfruttamento del lavoro.

Non commettere errori: il Parternariato d’Investimento e Commercio Transatlantico (TTIP) è poco più di un colpo di stato aziendale transatlantico. Le corporation hanno creato la domanda per l’accordo, hanno incitato e promosso l’agenda con le élite politiche, e dirigono l’intero processo, assicurando che i loro interessi siano soddisfatti.

Sembrerebbe, quindi, che sia il momento per gli attivisti, gli intellettuali, e le comunità e le organizzazioni di stendere le braccia attraverso l’Atlantico, nel tentativo di creare una resistenza organizzata alla tirannia aziendale transatlantica, alla fusione e alla colonizzazione.

Le corporation stanno intraprendendo spinte senza precedenti per l’accumulazione di profitto e di potere, per la promozione di programmi e progetti che ri-modellino il mondo a loro immagine, trattando i governi come giocattoli, l’ambiente come un nemico, e impoverendo le popolazioni mondiali. Siamo testimoni di un progetto transnazionale di ingegneria sociale, guidato da grandi corporation, volto ad agevolare una concentrazione economica, finanziaria, politica e sociale nelle loro mani.

Benvenuti nell’era della Colonizzazione e della Fusione Aziendale Cosmopolitica.

Volete accettare questa come una cosa legittima? Volete accettare un tale accordo? Chi l’ha stipulato? Voi l’avete fatto? Siete stati consultati? Ne avete mai sentito parlare prima?

La vera domanda è: staremo seduti passivamente mentre veniamo guidati alla Estinzione Inc., o resisteremo per davvero, ci organizzeremo e faremo qualcosa al riguardo?

Appendice 1: La leadership del Consiglio Atlantico

Tra le leadership nel consiglio di amministrazione del Consiglio Atlantico c’è Brent Scowcroft, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale (per i presidenti Ford e Bush Sr.), Richard Armitage, James E. Cartwright, Wesley Clark, Paula Dobriansky, Christopher Dodd, Stephen Hadley, Michael Hayden, James L. Jones, Henry Kissinger, Thomas Pickering, Anne-Marie Slaughter, James Steinberg, John C. Whitehead, e con un gruppo di consiglieri onorari tra cui: Madeleine Albright, James Baker, Harold Brown, Frank Carlucci, Robert Gates, Michael Mullen, William Perry, Colin Powell, Condoleezza Rice, James Schlesinger, George Shultz, e John Warner, tra gli altri.

A capo del Business and Economics Advisors Group al Consiglio Atlantico, ci sono dirigenti delle seguenti aziende e istituzioni: Deutsche Bank, Institute of International Finance, Center for Global Development, AIG, BNP-Paribas, Rock Creek Global Advisors, la Stern Gruppo, Harvard, e il Peterson Institute for International Economics. L’Advisory Board Internazional del Consiglio Atlantico comprende Josef Ackermann (Presidente di Zurich Insurance), Shaukat Aziz (ex primo ministro del Pakistan), Jose Maria Aznar (ex primo ministro della Spagna), Zbigniew Brzezinski (ex consiglire per la Sicurezza Nazionale Statunitense), e alti dirigenti della Occidental Petroleum, SAIC, Coca-Cola Company, PwC, News Corporation, Royal Bank of Canada, BAE Systems, del Gruppo Blackstone, Thomson Reuters, Lockheed Martin, Bertelsmann, Novartis, e Investor AB, tra gli altri.

Appendice 2: Leadership del Marshall Fund tedesco

Il consiglio di amministrazione della GMF include una serie di dirigenti aziendali e commentatori di notizie, e i loro fondi provengono anche da una consorteria di governi, grandi fondazioni, e multinazionali tra cui: Bank of America Foundation, BP, Daimler, Eli Lilly & Company, General Dynamics, IBM, la NATO, il Rockefeller Brothers Fund, e USAID, tra molti altri.

Appendice 3: Direzione del Business Roundtable

Gli altri membri del comitato esecutivo sono gli amministratori delegati di Honeywell, Dow Chemical, Procter & Gamble, MasterCard, Xerox, American Express, Eaton, JPMorgan Chase, Wal-Mart, General Electric, Caesars Entertainment, Caterpillar, McGraw-Hill, State Farm Insurance , AT & T, Frontier Communications, e ExxonMobil.

Appendice 4: La leadership del ERT

A partire dal 2013, i membri della ERT includevano gli amministratori delegati di Ericsson, Siemens, Telecom Italia, la BASF, la Nestlé, Repsol, ThyssenKrupp, TOTALE, Rio Tinto, Fiat, Nokia, EADS, ABB, Lafarge, GDF SUEZ, BMW, Eni, BP , Royal Dutch Shell e Investor AB, tra molti altri.

Appendice 5: Corporate Partner di BusinessEurope

BusinessEurope conta tra le sue “aziende partner” notevoli conglomerati multinazionali che compongono la Corporate Advisory e il Gruppo di sostegno che “godono di uno status importante all’interno di BusinessEurope”, tra cui: Accenture, Alcoa, BASF, Bayer, BMW, BP, Caterpillar, Diamler, DuPont , ExxonMobil, GDF Suez, GE, IBM, Microsoft, Pfizer, Shell, Siemens, Total, e Unilever, tra molti altri.

Appendice 6: Le aziende rappresentate in seno al consiglio della Camera di Commercio degli Stati Uniti

Il consiglio di amministrazione della Camera comprende dirigenti e rappresentanti delle seguenti istituzioni e aziende: Accenture, Allianz of America, AT & T, Pfizer, FedEx, The Charles Schwab Corporation, Xerox, Rolls-Royce Nord America, Dow Chemical, Alcoa, UPS , Caterpillar, New York Life Insurance Company, Deloitte, il Carlyle Group, 3M, Duke Energy, Siemens, Verizon, IBM, e Allstate Insurance, tra molti altri.

Appendice 7: Membri della Task Force

Altri membri della task force rappresentavano istituzioni come: Tufts University, la rivista Foreign Policy, Standard Chartered Bank, Comitato Consultivo per il Commercio e le Imprese per l’OCSE, Facebook, un ex ambasciatore UE degli Stati Uniti, un ex vicepresidente senior della Banca Mondiale, Deloitte Touche e Susan Schwab, un ex Rappresentante del Commercio Statunitense.

Appendice 8: Rappresentanti Aziendali nel PEC

Il Consiglio sull’Esportazione del Presidente degli Stati Uniti (PEC) di Obama comprende gli amministratori delegati e dirigenti di Boeing, Xerox, Dow Chemical, UPS, Walt Disney Company, Warburg Pincus, Caesars Entertainment, Ford, Verizon, JPMorgan Chase, Ernst & Young, e Archer Daniels Midland, tra gli altri.

Appendice 9: I partecipanti a New York Fed Conference

Il programma della manifestazione prevedeva il discorso di apertura del presidente della Federal Reserve di New York, William Dudley, e includeva anche l’ambasciatore dell’UE negli Stati Uniti, Joao Vale de Almdeida; il direttore generale della Commissione Europea per gli Affari economici e finanziari, Marco Buti, e individui della Columbia University, la Johns Hopkins School of Advanced International Studies, il MIT, la Brookings Institution, l’Università di Cambridge, il think tank europeo Bruegel, Morgan Stanley, la European Banking Authority, l’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker che era presidente della tavola rotonda su “Dimensioni Transatlantiche della riforma finanziaria“, e Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea e Commissario per gli Affari Economici e Monetari (una figura centrale della gerarchia dell’austerità’) come oratore ‘chiave’.

Andrew Gavin Marshall, 26 anni, è un ricercatore indipendente e scrittore con sede a Montreal, Canada. Egli è Project Manager del  People’s Book Project, capo della divisione geopolitica dell’Istituto Hampton, direttore di ricerca per Occupy.com s ‘Global Power Project e tiene una rassegna settimanale in podcast su BoilingFrogsPost.

http://andrewgavinmarshall.com/2013/05/12/large-corporations-seek-u-s-european-free-trade-agreement-to-further-global-dominance/

America and the European Union trade

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  • Large Corporations Seek U.S.–European ‘Free Trade Agreement’ to Further Global Dominance

The Transatlantic Trade and Investment Partnership is the latest plan of conglomerates to strengthen their grip over the planet.

By: Andrew Gavin Marshall

A corporate world order is emerging, and like any parasite, it is slowly killing off its host. Unfortunately, the “host” happens to be the planet, and all life upon and within it. So, while the extinction of the species will be the end result of passively accepting a corporate-driven world, on the other hand, it’s very profitable for those corporations and their shareholders.

The Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) is the latest corporate-driven agenda in what is commonly called a “free trade agreement,” but which really amounts to  ‘cosmopolitical corporate consolidation’: large corporations dictating and directing the policies of states – both nationally and internationally – into constructing structures which facilitate regional and global consolidation of financial, economic, and political power into the hands of relatively few large corporations.

Such agreements have little to do with actual ‘trade,’ and everything to do with expanding the rights and powers of large corporations. Corporations have become powerful economic and political entities – competing in size and wealth with the world’s largest national economies – and thus have taken on a distinctly ‘cosmopolitical’ nature. Acting through industry associations, lobby groups, think tanks and foundations, cosmopolitical corporations are engineering large projects aimed at transnational economic and political consolidation of power… into their hands. With the construction of “a European-American free-trade zone” as “an ambitious project,” we are witnessing the advancement of a new and unprecedented global project of transatlantic corporate colonization.

The Atlantic Fortress as “Grand Strategy”In a 2006 article for Der Spiegel, Gabor Steingart suggested that, “to combat the rise of China and Asia,” the “role NATO played in an age of military threat could be played by a trans-Atlantic free-trade zone in today’s age of economic confrontation.” With the possible “addition of Canada,” the US and EU “could stem the dwindling of Western market power by joining forces… [which] would inevitably lead to a convergence of the two economic systems.” In a process that would likely take decades, “a mega-merger of markets” would send a “new message” to the East, to “serve as a fortress.”During the worst of the initial financial and economic crisis in January of 2009, Henry Kissinger wrote an article for the New York Times in which he noted that America’s “prescription for a world financial order has generally been unchallenged,” though the crisis had changed this, as “disillusionment” became “widespread.” Nations now wanted to protect themselves from the global markets and thus, become more independent. Kissinger warned against this, proclaiming: “An international order will emerge if a system of compatible priorities comes into being. It will fragment disastrously if the various priorities cannot be reconciled… The alternative to a new international order is chaos.”Kissinger noted that the economic world was “globalized,” yet the political world was not, and in the midst of “political crises around the world” accelerated by “instantaneous communication,” the political and economic systems had to become “harmonized in only one of two ways: by creating an international political regulatory system with the same reach as that of the economic world; or by shrinking the economic units to a size manageable by existing political structures, which is likely to lead to a new mercantilism, perhaps of regional units.” President Obama’s election victory was an “opportunity” in “shaping a new world order.” But that opportunity had to become “a policy” as manifested through “a grand strategy.” A central facet to that grand strategy would include the strengthening of the “Atlantic partnership,” which “will depend much more on common policies.”Some four years later, former U.S. National Security Advisor Zbigniew Brzezinski praised the “enormous promise” in the new transatlantic agreement, “It can shape a new balance between the Pacific and the Atlantic oceanic regions, while at the same time generating in the West a new vitality, more security and greater cohesion.” Not worth mentioning, apparently, was that this was all about “cohesion” of power interests. In the same speech where Brzezinski endorsed “greater cohesion” between the U.S. and the European Union, he criticized the EU for being “a Europe more of banks than of people, more of commercial convenience than an emotional commitment of the European peoples.”It’s the type of “cohesion” that only bankers, corporations, and “grand strategists” like Kissinger and Brzezinski could like. So naturally, such an agreement has a great deal of support, encouragement, and organized planning. While the idea of ‘transatlantic integration’ has long been on the lips and in the documents of grand strategists and corporate-financed think tanks, it kept its distance from formal policy. In 2007, the EU-US summit meeting of leaders – US President Bush, German Chancellor Angela Merkel, and European Commission President José Manuel Barroso – established the Transatlantic Economic Council (TEC) to promote economic cooperation between the two regions.The economic crisis itself delayed any progress from taking place, as countries focused on rescuing their banks and imposing austerity measures in order to punish their populations into poverty, privatize society, and create the conditions ripe for unhindered plundering of resources and exploitation of labour. This is called “structural reform.” But structural reforms only show “success” when corporations begin profiting from them. That’s called an “economic recovery.” There is an entire language to the European debt crisis – and to political economy in general – which, when translated, helps to elucidate the rationality of policy choices.Political Language: Words or Weapons?As George Orwell once wrote: “Political language… is designed to make lies sound truthful and murder respectable, and to give an appearance of solidity to pure wind.”In a world undergoing radical transformations in political, economic, and social structures and relations – from the Arab Spring, the global economic crisis, food crisis and land grabs, to the global spread of protest movements – political language becomes weaponized. Hiding behind seemingly meaningless words, obscured by over-used rhetoric and abstract, undefined terms and concepts, political and economic language function by preventing the population from understanding the true meaning and implications of the policies pursued.Take, for example, the word ‘austerity.’ It has been used endlessly – in rhetoric and policies – as the ‘solution’ to the economic, financial, and debt crises, but it’s meaning is obscured as an abstract notion of cutting public spending in order to decrease the debt, and thus, increase investor confidence in the country. This is supposed to lead to an economic “recovery.” The problem is that it doesn’t: it leads to a very deep depression. Yet, the policies continue to be promoted and pursued.What can one deduct from this? If the rhetoric promotes specific policies for a desired effect, and the desired effect is never met, yet the rhetoric and policies continue to be promoted, we can assume one of two things: either, as Einstein defined it, the world’s decision-makers are all insane (“doing the same thing over again, expecting different results”); or, they are simply speaking a different language, and we lack an understanding of it. In such circumstances, it is helpful to attempt translating this language.The policies of ‘austerity’ include firing public sector workers, cutting spending on health care, education, welfare, social services, pensions, increasing the retirement age, increasing taxes and decreasing wages. The results, inevitably, is impoverishment of the general population, increased unemployment, the elimination of health and social services when needed most, increased cost of living and decreased standards of living. Thus, we can loosely translate ‘austerity’ as impoverishment, since that is what the actual effects of the policies have.In March 2010, the OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) suggested Europe undertake a program of austerity lasting for no less than six years from 2011 to 2017, which the Financial Times referred to as “highly sensible.” In April of 2010, the Bank for International Settlements (BIS) – the central bank to the world’s central banks – called for European nations to begin implementing austerity measures. In June of 2010, the G20 finance ministers agreed: it was time to enter the age of austerity! German Chancellor Angela Merkel, the European midwife of austerity, set an example for the EU by imposing austerity measures at home in Germany. The G20 leaders met and agreed that the time for stimulus had come to an end, and the time for austerity poverty was at hand. This was of course endorsed by the unelected technocratic president of the European Commission, José Manuel Barroso.The unelected president of the European Council, Herman Van Rompuy, also agreed, explaining in his unrelenting economic wisdom that austerity “has no real effect on economic growth.” Jean-Claude Trichet, president of the European Central Bank (ECB), also hopped on the austerity train, writing in the Financial Times that, “now is the time to restore fiscal sustainability.” Jaime Caruana, General Manager of the Bank for International Settlements (BIS) stated in June of 2011 that the need for austerity was “more urgent” than ever, while BIS chairman, Christian Noyer, also the governor of the Bank of France (and board member of the ECB), stated that apart from austerity, “there’s no solution possible” for Greece.

But of course, austerity is not complete without its sister-program of ‘structural reform’ (or ‘structural adjustment’), which includes policies aimed at privatizing all state-owned assets, resources, and services, the dismantling of labour and environmental protections and regulations, the opening of new ‘markets,’ and enormous subsidies and protections for multinational banks and corporations.

Why is this done? To promote investment, competition, and growth. Privatizing everything in sight – including airports, land, water management, roads and resources – encourages investment because corporations can come in and purchase national assets for pennies on the dollars. Indeed, most privatization programs include enormous subsidies and protections for corporations in order to provide an incentive for them to invest. And competition is best promoted by allowing just a handful of transnational conglomerates to cheaply acquire a nation’s wealth and resources, and then by promoting what’s called “labour flexibility.” These ‘reforms’ mean that workers’ rights are to be dismantled, cutting wages, benefits, protections, the ability to unionize and make demands, to make the labour force flexible to the demand of big business, who demand little more than a cheap labour force (as well as absolute control of the global economy). Thus, across markets – Europe for the EU, North America for NAFTA – and indeed, across the world, labour forces are put into competition with one another in a race to the bottom of who can be the best, and therefore, cheapest labour available – in order to attract investment and jobs.

Thus, the effect of ‘structural reforms’ is to facilitate the exploitation of resources and people and to consolidate economic and political power into corporate hands. Austerity thus serves the purpose of impoverishing the population to make them ready and willing to accept the structural reforms (or “adjustment”) which adjust them to a situation of social devastation by making them into an employable – and cheap – labour force. Unhindered corporate plundering is facilitated by dismantling all “barriers” to investment, and thus, control of the entire economy. Austerity and structural reform create the conditions for investment, competition, and growth. Investment essentially means subsidized acquisition/control over the economy by corporations, competition implies protection for corporate interests, and growth means that corporations are making massive profits. The effect of all these policies and programs is to consolidate regional and global economic and political power into the hands of cosmopolitical corporations.

Austerity is impoverishment for populations.

Structural reform is exploitation of people/resources, and consolidation of political power in corporate hands.

Investment is corporate control of the economy.

Competition is protectionism for corporations.

Growth is corporate profits.

Mario Draghi is the president of the European Central Bank (ECB) – one of the three institutions of the ‘Troika’ with the European Commission and IMF – imposing austerity and structural reform measures across Europe in return for bailing out bankers. In February of 2012, he gave an interview with the Wall Street Journalin which he explained that, “there was no alternative to fiscal consolidation,” meaning austerity, and that Europe’s social contract was “obsolete” and the social model was “already gone.” However, Draghi explained, it was now necessary to promote “growth,” adding, “and that’s why structural reforms are so important.”

In addition to austerity and structural reforms, new markets are required, and thus, “free trade” must be promoted. This is all part of the road to ‘recovery.’ Free trade also has a technical definition: its policies dismantle environmental, labour, and other social protections, increase privatization, deregulation, and include large subsidies and protections for corporations. And today’s ‘free trade’ agreements grant unprecedented rights to corporations to sue governments directly for having laws or regulations which corporations view as “barriers to investment.” Free trade thus promotes competition between populations – in a race to the bottom – and protection for the powerful, for corporations and banks. What we call free trade agreements essentially function as a process of corporate colonialism: the regional and global consolidation of financial, economic, political and social power into relatively few corporate hands.

With the onset of the global economic crisis in 2008, countries turned to bailouts to rescue the large banks that destroyed their economies. In doing this, they accumulated large debts, handing the bill to the populations. The people pay for the debts through austerity, and thus, poverty, which in turn necessitates structural reform, and thus, exploitation. Free trade agreements like the Trans-Pacific Partnership (TPP), being negotiated between 12 Pacific-rim countries, facilitate transnational corporate colonialism.

A new corporate world is emerging, and the transatlantic partnership is a centerpiece in constructing this ‘new world order.’ While the crisis had initially stalled the process, it was revived at the EU-US summit meeting in November of 2011, when political leaders ordered the Transatlantic Economic Council (TEC) to create a High-Level Working Group on Jobs and Growth, led by U.S. Trade Representative Ron Kirk and EU Trade Commissioner Karel De Gucht, “tasked to identify policies and measures to increase U.S.-E.U. trade and investment to support mutually beneficial job creation, economic growth, and international competitiveness,” by working closely with both public and private sector/corporate groups.

The Transatlantic Corporate Complex

The impetus for the Transatlantic Trade and Investment Partnership was provided by a plethora of corporate-dominated think tanks and big business organizations, including the Atlantic Council, Brookings Institution, the German Marshall Fund, BusinessEurope, the Business Roundtable, the U.S. Chamber of Commerce, and the European Round Table of Industrialists, among several others. These institutions collectively form a transatlantic corporate complex, uniting elites from major corporations, banks, think tanks, foundations, academia and policy circles in order to establish consensus on elite agendas and to provide the strategies and objectives to be implemented.

The Atlantic Council was founded in 1961 by former U.S. Secretary of State Dean Acheson and several other prominent citizens in the United States in order to help consolidate support for the ‘Atlantic Alliance.’ The Atlantic Council’s first published volume, Building the American-European Market: Planning for the 1970s, was published in 1967, and the Council continued to publish policy papers, books, monographs and other reports throughout the 1970s.

The Atlantic Council’s leadership and direction is provided by the members of its boards, consisting of the foreign policy elite of the United States as well as major cosmopolitical corporations, including the likes of Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski and Madeleine Albright along with executives from corporations such as Deutsche Bank, BAE, and Lockheed Martin. [For a look at some of the other names of directors and advisors, see Appendix 1]

The Atlantic Council thus represents the interests of trans-Atlantic corporate and financial interests and the foreign policy elite within the United States. Thus, what issues and agendas they promote tend to wield significant influence behind them, with extensive access to policy-makers and processes. Back in 2004, the Atlantic Council published a report, The Transatlantic Economy in 2020: A Partnership for the Future? in which they recommended increasing integration between the two economies and regions, the joint management of the world economy, and more “transgovernmental cooperation.”

The German Marshall Fund of the United States was founded in 1972 with a donation from the German government to Harvard University, where 25-years prior U.S. Secretary of State George Marshall announced the Marshall Plan for Europe’s economic recovery after World War II. The German Marshall Fund (GMF) “is dedicated to the promotion of greater understanding and common action between Europe and the United States,” and includes a number of corporate executives, news commentators and other elites on its leadership boards [See Appendix 2].

The Business Roundtable (BRT) is an organization of CEOs from major U.S. corporations “with more than $7.3 trillion in annual revenues,” according to its website. The BRT was founded in 1972 “on the belief that… businesses should play an active and effective role in the formation of public policy.” The Chairman of the Executive Committee of the BRT is W. James McNerney, the president and CEO of Boeing. The Executive Committee includes the CEOs of a number of other major cosmopolitical corporations [see Appendix 3].

The European Round Table of Industrialists (ERT), founded in 1983, is an organization of several dozens CEOs of major European corporations. As Bastiaan van Apeldoorn wrote in the journal New Political Economy(Vol. 5, No. 2, 2000), the ERT “developed into an elite platform for an emergent European transnational capitalist class from which it can formulate a common strategy and – on the basis of that strategy – seek to shape European socioeconomic governance through its privileged access to the European institutions.” Wisse Dekker, former Chairman of the ERT, once stated: “I would consider the Round Table to be more than a lobby group as it helps to shape policies. The Round Table’s relationship with Brussels [the EU] is one of strong co-operation. It is a dialogue which often begins at a very early stage in the development of policies and directives.”

The ERT was a central institution in the re-launching of European integration from the 1980s onward, and as former European Commissioner (and former ERT member) Peter Sutherland stated, “one can argue that the whole completion of the internal market project was initiated not by governments but by the Round Table, and by members of it… And I think it played a fairly consistent role subsequently in dialoguing with the Commission on practical steps to implement market liberalization.” Sutherland also explained that the ERT and its members “have to be at the highest levels of companies and virtually all of them have unimpeded access to government leaders because of the position of their companies… So, by definition, each member of the ERT has access at the highest level to government.” [For a list of other corporations represented on the board of the ERT, see Appendix 4]

BusinessEurope is Europe’s main business group, representing 41 business federations in 35 countries with its “main task” – according to its website – being “to ensure that companies’ interests are represented and defended vis-à-vis the European institutions with the principal aim of preserving and strengthening corporate competitiveness.” [For a look at some of the companies that made up the Corporate Advisory and Support Group, see Appendix 5]

The U.S. Chamber of Commerce was founded in 1912 as an umbrella organization representing the voice of business throughout the United States. According to its website, the Chamber “works with more than 1,500 volunteers from member corporations, organizations, and the academic community who serve on committees, subcommittees, task forces, and councils to develop and implement policy on major issues affecting business.” Their “overarching mission” is “to strengthen the competitiveness of the U.S. economy.” [For a look at some of the companies represented on the board of directors of the Chamber, see Appendix 6]

The Transatlantic Business Dialogue (TABD) was formed in 1995 by the U.S. Department of Commerce and the European Commission in an effort to “serve as the official dialogue between American and European business leaders and U.S. cabinet secretaries and EU commissioners,” composed of CEOs of U.S. and European transnational corporations.

Transatlantic Corporate Colonialism in Action: Shaping the Agenda

As with any “free trade” agreement (read: cosmopolitical corporate consolidation agreement), corporations must be consulted throughout the entire process to allow them to shape the agenda and encourage specific policies, to ensure that their interests are met. Think tanks employ academics and foreign policy elites to undertake studies and produce reports which advocate policies beneficial to western political and economic domination of the world. Big business groups organize the corporate community around agendas and provide a direct “voice” to the corporate world. The boards of think tanks are dominated by political and corporate elites, and once think tanks begin to establish consensus on agendas, academics and other officials from the organizations write articles or are interviewed frequently in the media (which is owned by the same corporations), to ensure that what little is said in public about such agreements is indeed, positive and encouraging.

When the Transatlantic Economic Council (TEC) created the High-Level Working Group on Jobs and Growth in November of 2011, it announced its intent to ‘consult’ with private sector organizations on the process of transatlantic integration.

The Transatlantic Business Dialogue (TABD) was one of the first major corporate organizations to support the announcement of the High-Level Working Group. In January of 2012, the TABD met with high level EU and US officials at the annual World Economic Forum meeting in Davos, Switzerland. They released a report, Vision for the Future of EU-US Economic Relations, which established a consensus “to press for urgent action on an visionary and ambitious agenda,” as well as for the creation of a “CEO Task Force” which would “provide direct input and support the High Level Working Group.”

The meeting was attended not only by the 21 members of the executive board of the TABD (all corporate executives), but officials representing the Atlantic Council, the Canadian Council of Chief Executives (CCCE), the US Chamber of Commerce, World Trade Organization Director-General Pascal Lamy, US Trade Representative Ron Kirk, European Commissioner for Trade Karel De Gucht, European Commissioner for Competition, Joaquin Almunia; Jon Leibowitz, chairman of the Federal Trade Commission, and Michael Froman, Obama’s Deputy National Security Advisor for International Economic Affairs.

That same month, the TABD and the Business Roundtable (BRT) released a joint statement outlining their “vision” of a Transatlantic Partnership (TAP) – modeled along similar lines as the Trans-Pacific Partnership (TPP) – which would require a further “opening” of the trans-Atlantic market, being able to “compete” with other major economies (such as China), and “deepening the multilateral commitment to open markets.” As major CEOs and executives, the statement wrote, “we need nothing less” than a “strategic vision and structure [which] will need to serve as a global template.”

In February of 2012, the German Marshall Fund released a report from the Transatlantic Task Force on Trade and Investment entitled, A New Era for Transatlantic Trade Leadership. The task force was co-chaired by Ewa Bjorling, the Swedish Minister for Trade, and Jim Kolbe, a former U.S. Congressman and Senior Transatlantic Fellow at the GMF. [For other members of the Task Force, see Appendix 7] The Task Force was launched as a cooperative effort between the German Marshall Fund and the European Centre for International Political Economy (ECIPE) in May of 2011.

The report called for the EU and US to pursue “deeper transatlantic economic integration” as “essential for recovery from the current economic crisis.” The report called for “high-level commitment from political leaders on both sides of the Atlantic” and “it will require active involvement of private sector stakeholders,” or in other words, corporations.

In March of 2012, BusinessEurope released a report to contribute to the EU-US High Level Working Group entitled, Jobs and Growth: Through a Transatlantic Economic and Trade Partnership, in which it was recommended to eliminate tariffs and barriers, to trade in services, ensure access and protection for investments, “opening markets,” to establish “global standards” for intellectual property rights, and to build on the Transatlantic Economic Council (TEC) for regulatory cooperation.

That same month, the U.S. Chamber of Commerce sent a letter to Congress in which the U.S. Chamber, BusinessEurope, American Chamber of Commerce to the European Union, the Business Roundtable, European-American Business Council, the Trans-Atlantic Business Dialogue, and several other big business associations called upon political leaders “to move swiftly to deepen the transatlantic economic and commercial relationship through ambitious trade, investment, and regulatory policy initiatives.” Thus, in the midst of an economic and social crisis created by the very corporations and banks these associations represent, and with the emergence of new economic giants like China and India, “we believe now is the time to create a barrier-free transatlantic market to drive the job creation and growth” that Europe and America “urgently need.”

The High Level Working Group – chaired by USTR Ron Kirk and EU Trade Commissioner Karel De Gucht – should have a “far-reaching” agenda, the statement wrote, which would cover: “tariff and non-tariff barriers to trade in goods and services, investment, regulatory cooperation, intellectual property protection and innovation, public procurement, cross-border data flows, and business mobility.” The statement noted that they had received “support” from Angela Merkel, David Cameron, and then-President of France Nicolas Sarkozy, as well as from the European Council (presided over by Herman van Rompuy). From the American side, support was given by Hillary Clinton.

In May of 2012, the Business Roundtable, European Round Table of Industrialists and the Trans Atlantic Business Dialogue sent a joint letter to President Obama, French President Francois Hollande, German Chancellor Merkel, Italian PM Mario Monti, UK prime minister David Cameron, European Commission president José Manuel Barroso, European Council president Herman Van Rompuy, EU Trade Commissioner De Gucht and USTR Ron Kirk. The letter noted that the three organizations of corporate executives from across the Atlantic “have come together to lay out a strategic vision for a new Transatlantic Partnership (TAP),” and they together produced the report, Forging a Transatlantic Partnership for the 21st Century, to do just that. The report called for US and EU officials to launch “ambitious and comprehensive transatlantic trade, investment and regulatory negotiations by the end of this year.”

That same month, just to press the message, the presidents of the US Chamber of Commerce, the Business Roundtable, and the National Association of Manufacturers sent a joint letter to Obama urging him to launch negotiations to “trail blaze a true 21st century trade, investment, and regulatory cooperation initiative,” which apart from further integrating the economies, would also “have important benefits for defense and military cooperation as well.”

In June of 2012, Obama’s Export Council sent him a letter applauding the president for establishing the High Level Working Group the previous year, but urged him to “take the critical next step, in consultation with the private sector, to move forward quickly to define and launch a comprehensive and ambitious Transatlantic Partnership (TAP) negotiation.” They recommended the usual protections for intellectual property rights, liberalization of services, “elimination of industrial and agricultural goods tariffs,” among many things. The letter was signed by Export Council chairman Jim McNerney, the president and CEO of the Boeing Company.

The U.S. President’s Export Council (PEC) “is the principal national advisory committee on international trade,” founded in 1973, consisting of 28 private sector members, as well as Congress members and cabinet secretaries. The PEC reports to the president through the U.S. Secretary of Commerce. [For a list of corporations represented by the PEC, see Appendix 8]

Not wasting any time, the High Level Working Group on Jobs and Growth released their interim report to their leaders in June of 2012 from the co-chairs, De Gucht and Kirk. Among other things, they recommended the “elimination” of “barriers to trade” in goods, services, and investment. They recommended a “comprehensive agreement” which “could promote a forward-looking agenda for multilateral trade liberalization.” The “aim” of the negotiations, they wrote, would be to “bind” the EU and US “at the highest level of liberalization” and “achieve new market access.” They were taking the recommendations from corporate groups seriously, and pushing those words into policies.

Paula Dobriansky, a prominent academic at the Atlantic Institute, co-authored an article for the Wall Street Journal in which she called for “a trans-Atlantic free-trade agreement” between the EU and US in order to “strengthen American and European leadership for decades to come.” Frances Burwell, Atlantic Council vice president and director of the Program on Transatlantic Relations published an article for US News & World Report in November of 2012 in which she wrote that “creating a single transatlantic market… makes a great deal of sense.”

In November of 2012, then-Secretary of State Hillary Clinton gave a speech to the Brookings Institution entitled, U.S. and Europe: A Revitalized Global Partnership, in which she noted: “we have to realize the untapped potential of the transatlantic market…  is as much a strategic imperative as an economic one.” Informing the audience that the Obama administration was “discussing possible negotiations” with the EU on such an agreement, Clinton said it “would shore up our global competitiveness for the next century.”

Also in November, Atlantic Council board member James L. Jones (former U.S. National Security Advisor to Barack Obama) and Thomas J. Donohue (President and CEO of the US Chamber of Commerce) co-authored an article for Investor’s Business Dailyin which they suggested that the simultaneous economic crises in Europe and the U.S. – which they defined as “flagging competitiveness, unsustainable entitlement spending, and the ticking time bomb of oversize sovereign debt” – were a threat to the future of NATO’s ability to “tackle urgent security threats” and that this poses “the greatest challenge to the future of the trans-Atlantic community since the Cold War.”

Sustainable growth, they wrote, “only comes from one place – the private sector.” Governments have a “responsibility… to create conditions in which the private sector can drive economic expansion, investment and job creation.” An “ambitious trans-Atlantic economic and trade pact” would certainly fit this prescription of increasing “growth” and “competitiveness.” It was time, they wrote, “to move decisively to the next level of trans-Atlantic economic integration.”

Within days of Obama winning his re-election, European leaders such as David Cameron and Angela Merkel urged him to move forward with the agreement, and the New York Times even noted that “corporations and business groups on both sides of the Atlantic are also pushing hard for a pact.” Former deputy U.S. trade representative and current vice president at General Electric, Karan Bhatia, noted: “This could be the biggest, most valuable free-trade agreement by far, even if it produces only a marginal increase in trade.”

The Financial Times said that a “transatlantic partnership” would yield “geostrategic benefits,” since the EU and US account for half the world’s economy, and thus, they will “possess the leverage to set the global standards that others, including China, are likely to follow.” Since “both the EU and US are desperate for new growth,” wrote Edward Luce, the “only realistic route is via higher productivity,” implying cheaper costs and larger profits for corporations. It would be “an ambitious agenda for transatlantic market integration” including harmonizing regulations and product standards. In other words, wrote Luce: “if a drug were approved by the European Medicines Agency, the Food and Drug Administration would accept it too.” The same would apply for “financial regulation” (or lack thereof), as well as agricultural (GMO) standards, a key issue, since the EU has a ban on such products. The EU had recently shown its enthusiasm for change when it “dropped its objections to imports of US meat from abattoirs [slaughterhouses] decontaminated with lactic acid.” In the EU, “the climate of austerity ought to work in their favour” for reducing protections to do with agriculture.

In January of 2013, the Brookings Institution sent a ‘memorandum to the president’ to Barack Obama entitled, Free Trade Game Changer, in which the authors recommended pursuing both the Trans Pacific Partnership (TPP) and the Trans-Atlantic Free Trade Agreement (TAFTA) as “the most realistic way to reclaim U.S. economic leadership.” The agreements have “deep strategic implications” since they would provide the US with a leading “role in setting the global rules of the road.” While the TPP “would help define the standard for economic integration in Asia,” the TAFTA “would give American and European businesses an edge in setting industrial standards for tomorrow’s global economy.” While “the erosion of support for FTAs [free trade agreements] in Congress and among the public is likely to hamper this effort,” the memo reminded Obama that public opinion must be disregarded in the corporate interest: “the time has come to launch new initiatives in these spheres.”

In early 2013, the Trans-Atlantic Business Dialogue merged with the European-American Business Council to become the Transatlantic Business Council (TBC), a group consisting of corporate executives who hold “semi-annual meetings with U.S. Cabinet Secretaries and European Commissioners (in Davos and elsewhere),” acting as the “business advisor to the Transatlantic Economic Council (TEC).” It represents some 70 major corporations, including: AIG, AT&T, BASF, BP, Deutsche Bank, EADS, ENI, Ford, GE, IBM, Intel, Merck, Pfizer, Siemens, TOTAL, Verizon, and Xerox, among others.

In January of 2013, the Transatlantic Business Council (TBC) met in Davos, Switzerland during the annual World Economic Forum, holding a meeting with high level officials in the U.S. and E.U. Michael Froman, President Obama’s Deputy National Security Advisor for International Economic Affairs, spoke at the TBC meeting, declaring that “the transatlantic economy is to become the global benchmark for standards in a globalized world.” Froman and the leaders of the TBC “agreed that support from corporations operating on both sides of the Atlantic is crucial to advance transatlantic trade.”

Tim Bennett, the Director General of the TBC, stated that the structure of the TBC “allows for a combination of strong business message to policy makers as well as substantive input through working groups,” referring to high level meetings in Washington and Brussels. Other participants at the TBC meeting included the Secretary General of the OECD, Angel Gurria, Irish Prime Minister Enda Kenny, European Commission Director-General for Trade, Jean-Luc Demarty, European Commission for Trade official, Marc Vanheukelen, and a former Citigroup executive.

On the Transnational Business Council (TBC)’s website, they promote specific think tanks as providing “resources”: the Atlantic Council, Bertelsmann Foundation, Brookings Institution, Center for Transatlantic Relations, Chatham House, the German Marshall Fund, and the Peterson Institute for International Relations.

The Final Report: Time to Do What the Corporations Demand!

On February 11, 2013, the U.S.-EU High Level Working Group (HLWG) on Jobs and Growth released their final report in which they predictably recommended harmonizing standards and regulations in “a comprehensive trade and investment agreement.” The report recommended “a further deepening of economic integration… to achieve a market access package that goes beyond what the United States and the EU have achieve in previous agreements.” The report further recommended increasing “government procurement,” a euphemism for privatization and state subsidies for corporations, noting: “the goal of negotiations should be to enhance business opportunities through substantially improved access to government procurement opportunities at all levels of government.”

Two days following the publication of this report, on 13 February 2013, a joint statement was issued by Barack Obama, European Council President Herman Van Rompuy and European Commission President José Manuel Barroso, stating: “We, the Leaders of the United States and the European Union, are pleased to announce that… the United States and the European Union will each initiate the internal procedures necessary to launch negotiations on a Transatlantic Trade and Investment Partnership.”

With the announcement of the TTIP in February, then-U.S. Trade representative Ron Kirk stated that, “[f]or us, everything is on the table, across all sectors, including across the agricultural sector, whether it is GMOs or other issues.” He explained that “we should be ambitious and we should deal with all of these issues.” João Vale de Almeida, the European Union ambassador to the United States, wrote in an article that “an ambitious economic agreement between us would send a powerful message to the rest of the world about our leadership in shaping global economic governance in line with our values,” which is to say, corporate “values.”

The German media – and government officials – erupted in admiration of the potential for this “economic NATO” in creating “the world’s largest free trade zone.” One German publication noted that “a new economic alliance” between NATO powers was appropriate, since “the old industrialized nations fear they are falling behind the emerging economic power of China.” Another German publication noted that not only would a “trans-Atlantic free-trade zone” have major economic “benefits” and implications, “but it also makes clear that only an ever-closer West can succeed in decisively helping to determine global policy.”

The corporate world expressed immediate admiration for the announced negotiations, with the chairman and CEO of Caterpillar “commending” US and EU leaders and the High-Level Working Group “for promoting much needed economic growth and job creation.” The president of the Business Roundtable (BRT), John Engler, noted that the Roundtable itself “was an early advocate” for such an agreement, and that “negotiations should launch as soon as possible.”

C. Boyden Gray, a member of the Atlantic Council’s board of directors and former U.S. ambassador to the European Union, published a report for the Atlantic Council in February of 2013 entitled, An Economic NATO: A New Alliance for a New Global Order. Gray warned that unless the Atlantic powers “rise to the challenge… of the post-recession era together… they risk ceding to rising powers their economic and political influence.” This must not be simply a “free trade agreement,” but rather, the US and EU “must put economic cooperation on the same robust footing as military security… we need to create an ‘economic NATO’.”

The Wall Street Journal noted that the announcement “represents a nod to business interests by Mr. Obama,” noting that it was less about ‘trade’ and more about establishing global standards. European Commission president Barroso expressed as much when he said, “this is going to be the biggest free-trade agreement ever done, [and] it will certainly have an impact on global standards.” Obama’s international economic policy adviser Michael Froman noted that the agreement would “further integrate our economies and help set global rules.” EU trade commissioner Karel de Gucht added: “What we want to do is make an internal market between the US and EU.”

The Financial Times noted that while it was “commonplace” to imagine that the future belonged to the emerging economies, “the old economic powers can still pack a punch.” The agreement “promises a prize whose political value is even greater than its considerable economic benefits.” Hence, we must understand these “free trade agreements” as, in actuality, cosmopolitical corporate consolidation agreements.

While U.S. Secretary of State John Kerry traveled to Berlin in late February, he endorsed the agreement, suggesting that it “can lift the economy of Europe, strengthen our economy, create jobs for Americans, for Germans, for all Europeans and create one of the largest allied markets in the world.”

The German press warned that Internet activists, environmental, labour and consumer groups were “preparing to fight the treaty with all means at their disposal,” as they feared that “bad compromises will be made at the expense of consumers in secret negotiations between the European Commission and the Obama administration.” Enforcing equal standards for food products worries many in the EU regarding American-produced genetically engineered food products, such as corn, soybeans and beets; while intellectual property rights issues increasingly threaten the freedom of the Internet for the benefit of corporate and financial interests, such as through the failed Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), which was overcome by a large Internet campaign and protests against it. One of the organizers for the anti-ACTA movement, Jérémie Zimmermann, stated: “Millions of citizens can be mobilized if their freedoms are threatened.” Still, despite the growing unease and opposition to such an agreement, which would be based primarily around these highly contentious issues as opposed to actual “trade” or tariffs, German Chancellor Angela Merkel declared the deal as “by far our most important project for the future.”

Max Baucus, the chairman of the U.S. Senate finance committee, wrote an article for the Financial Times in which he stated that the agreement was “a deal that must be done, it must be done now, and it must be done right… As chairman of the committee overseeing US trade, I will support a deal only if it gives America’s producers the opportunity to compete in the world’s biggest market.”

Speaking at Harvard in early March, Karel de Gucht referred to the agreement as “the cheapest stimulus package you can imagine,” adding that it was “a policy laboratory for the new trade rules we need – on issues like regulatory barriers, competition policy, localization requirements, raw materials and energy.”

Barack Obama stated that he was “modestly optimistic” about the agreement, as the US was moving “aggressively” while the EU was “hungrier for a deal than they have been in the past.” Speaking to the President’s Export Council, composed of executives from major corporations acting as ‘advisors,’ Obama reaffirmed that, “we want our Fortune 500 companies to be selling as much as possible.” John Kerry told a group of French business leaders that, “if we move rapidly… [the agreement] can have a profound impact on the rest of the world.”

Robert Zoellick, former president of the World Bank, strongly endorsed the agreement, noting that it could “set a precedent” in setting standards for the global economy, adding: “We need to create a new structure for the global system.” However, he warned, agriculture was “going to be one of the most difficult issues,” due to the concern over genetically modified organisms. Barroso warned that, “the EU will only go so far.” Lori Wallach, the director of Public Citizen’s Global Trade Watch observed: “This whole negotiation is about eliminating ‘trade irritants’ but in the US consumer movement we envy and admire and seek to emulate the European food safety standards, while industry is seeking to kill them.”

In April of 2013, a “coalition” was launched to promote the Transatlantic Trade and Investment Partnership called the Business Coalition for Transatlantic Trade (BCTT), which “seeks to promote growth, jobs, and competitiveness on both sides of the Atlantic through an ambitious, comprehensive and high-standard trade and investment agreement.” The Steering Committee for the BCTT consists of a number of multinational corporations and business associations, and the secretariat is the U.S. Chamber of Commerce. The corporate co-chairs for the coalition include Amway, Chrysler, Citi, Dow, FedEx, Ford, GE, IBM, Intel, Johnson & Johnson, Lilly, MetLife, UPS, and JPMorgan Chase. Partner associations of the BCTT include the Business Roundtable, Coalition of Service Industries, the Emergency Committee for American Trade, the National Association of Manufacturers, the National Foreign Trade Council, the Transatlantic Business Council (TBC), the U.S. Chamber of Commerce and the U.S. Council for International Business. The initial objective of the BCTT was to urge the formal launching of negotiations by June or July of 2013, as well as “sustaining broad bipartisan support and on providing detailed inputs once negotiations are underway.”

At the launch of the BCTT, the U.S. Chamber of Commerce’s vice president and head of international affairs, Myron Brilliant, noted that there was “vast support” for the agreement “both in the government and the private sector.” The business community, he explained, “is committed to assisting with the negotiation of a transatlantic agreement… and we will continue our efforts to encourage both governments to get this deal done quickly.” The Business Roundtable, a member of the BCTT, endorsed the new coalition in a statement from John Engler, who explained, “we look forward to working with Congress and the Administration to ensure a comprehensive and ambitious agreement.” While speaking to an American business group, the British ambassador to the United States said that financial services would also be “covered by these negotiations,” noting that the U.S. and U.K. are home to “the two most significant international financial centres, on either side of the Atlantic,” on Wall Street and the City of London.

According to an Obama administration official involved in the talks, the agreement “would grant corporations new political power to challenge an array of regulations both at home and abroad.” Environmental, consumer, and other interest groups fear that the agreement “will lead to a rollback of important rules and put multinational companies on the same political plane as sovereign nations.” This would be facilitated by an “investor-state dispute resolution” mechanism, which means that corporations could directly sue governments over what they perceive as “barriers to investment” – possibly through an international tribunal (perhaps even through the World Bank). Such a tribunal “would be given authority to impose economic sanctions against any country that violated its verdict.”

Such provisions, noted a trade specialist with the Sierra Club, “elevate corporations to the level of nation states and allow them to sue governments over nearly any law or policy which reduces their future profits.” These mechanisms are “terribly risky for communities, the environment, and our climate.” The “dirty little secret,” noted Public Citizen’s Lori Wallach, “is that it is not mainly about trade, but rather would target for elimination the strongest consumer, health, safety, privacy, environmental and other public interest policies on either side of the Atlantic.”

Thomas Donohue, the president of the US Chamber of Commerce, couldn’t be happier.  “If they made a deal tomorrow,” he said in April of 2013, “US and European companies are sitting on a boatload of cash and they’d be moving this thing up as fast as they can move.” Corporations would be able to make a profit faster than anticipated, he noted: “You open a door and say there’s money on the other side, there’s opportunity to expand, to export, to sell their products, to make partnerships… You think they’re going to wait around till 2027? They’ll be through the door before you know it.” Donohue encouraged negotiations to begin as soon as possible, “they must, they need to,” adding: “We don’t need to take our time.

A Transatlantic Agenda for Austerity, Exploitation and Corporate Consolidation

On April 22, 2013, there was a conference hosted at the Federal Reserve Bank of New York in co-operation with the European Commission’s Directorate General for Economic and Financial Affairs, “bring[ing] together US-and Europe-based policy makers, regulators, market analysts and academics.” The aim of the conference was to “evaluate the prospects for sustainable economic growth and financial stability, and discuss challenges to transatlantic economic relations posed by the recent episodes of the economic crisis.” Speakers included New York Fed president William Dudley and Vice President of the European Commission, Olli Rehn. [For a list of other participants, see Appendix 9]

William Dudley has been president of the New York Fed since 2009, when the previous president – Timothy Geithner – became Obama’s Treasury Secretary. Prior to his new position, Dudley was a partner and managing director at Goldman Sachs; and currently he also serves as chairman of the Committee on the Global Financial System at the Bank for International Settlements (BIS), and is vice chairman of the Economic Club of New York.

Dudley opened the ‘invitation only’ event by suggesting, “in a global economy with a global financial system… regulation and supervision have a decidedly national orientation.” Thus, he explained, “we [must] seek to balance our domestic needs against the benefits from having a harmonized and integrated global system.” What is needed, said Dudley, is “growth.” But there was “good news” in the U.S., the housing sector was re-inflating – what’s called “recovering,” the middle class “household sector” was struggling under a heavy debt burden (called “deleveraging”), but the banking sector was “healthier” (meaning more profitable), and “the corporate sector is highly profitable and awash in cash.” That’s the “good news.”

A Bloomberg article from 2010 referred to the Federal Reserve Bank of New York as “a black-ops outfit for the nation’s central bank,” noting that it was in fact a “quasi-governmental institution,” whose leadership is appointed by the major banks of Wall Street to represent their interests, and was “the preferred vehicle for many of the Fed’s bailout programs.” The New York Fed is actually a private bank with a great deal of public authority, and is subject to a “culture of secrecy” which was described as “pervasive.” On the board of directors of the New York Fed is Jamie Dimon, the CEO of JPMorgan Chase, as well as several other bankers.

In his speech, Dudley explained that he has guided the New York Fed to purchase long-term U.S. Treasuries (U.S. government debt) and mortgage-backed securities (the same purchases which helped create the previous housing bubble) to the tune of $85 billion “each month.” Noting that the United States has begun down the path of national austerity – “fiscal consolidation” – and must continue deeper, there was a “tug of war” between having a good economy and having austerity, which is a delicate way of saying that the austerity measures will destroy the economy (something the Europeans already know very well). Thus, as Dudley explained, with immense corporate and bank profits, an asset bubble, and a coming austerity-driven economic nose-dive, “the level of uncertainty about the near-term outlook in the United States remains quite high.” But the United States was not geared “toward a growth path” based upon “business investment” and “trade,” instead having only focused on debt-based consumption.

In Europe, however, the outlook was “less bright.” But again, there was “good news,” since the “peripheral countries” such as Greece, Spain, Italy, Portugal, Ireland, and others, were successfully imposing harsh austerity measures, despite resistance from the population being impoverished. This, Dudley calls, “substantial efforts to bring down their structural budget deficits.” There was also progress on improving their “international competitiveness,” which is to say they are opening up to exploitation and plundering, though there was still “an opportunity for further structural reforms in labor and product markets.” Though of course this shouldn’t be done “just in the periphery,” that type of “opportunity” exists everywhere, in order to bring efficiency in exploitation, and thus, more profits: “to increase productivity and strengthen long term growth prospects.”

Sadly, noted Dudley, there was also “bad news” in the EU, since the economy was “still in a recession” – or what could more accurately be described as a deep depression in the so-called “periphery” countries – where it was becoming harder to impose austerity measures and impoverish populations: “the political support for further rounds of budget-tightening has clearly lessened.” Without “growth” – meaning, without corporate and financial profits – “then the political support for continued fiscal and structural adjustment could further erode.” Europe also needed to pursue “deeper integration” at the governance level, and the development of a “pan-European banking union with the ECB [European Central Bank] as the primary overseer” was a “critically important next step.” This will of course demand each country in the EU “to give up a small amount of sovereignty with respect to banking oversight,” and hand it to the ECB, which is unaccountable and remains a driving force behind the austerity and adjustment programs. Dudley referred to this as the “one money, one market” concept.

Olli Rehn, European Commission Vice President and Commissioner for Economic and Monetary Affairs – a major driving force behind the austerity and adjustment programs – gave the keynote speech at the New York Fed conference. He began by welcoming the newly announced Transatlantic Trade and Investment Partnership, explaining that they must work hard to make it “a reality.” Europe, however, is “deleveraging” – which is to say the continent is being crushed by a heavy debt burden whose owners demand ‘austerity’ and ‘adjustment’ in addition to bailouts – and this “deleveraging process is going to take time, and we need to find new sources of growth to ease the burden of adjustment.” Thus, Rehn explained, “opening up global trade opportunities is so very important.” While many EU countries were continuing with harsh austerity measures, “structural reforms” – which facilitate exploitation of labour and resources – “are the key to raising the growth potential of the European economy.”

He finished his speech, stating: “we must stay the reform course. We need to deliver in terms of free trade, financial sector reform, structural reforms that boost growth potential, and consistent consolidation of public finances. We must do so in order to create the foundations for sustainable growth and job creation. Facing these challenges, we are indeed partners on both sides of the Atlantic.”

A Call for Trans-Atlantic Resistance to Corporate Tyranny

Europe is eating itself through austerity, plunging its population into poverty while simultaneously undertaking “structural reforms” designed to facilitate the unhindered exploitation of resources, markets and labour by transnational corporations. The United States has also been implementing austerity measures, though opting instead to create fallacious ‘debt dramas’ involving the pompous parading of meaningless words – ‘fiscal cliff’ and ‘sequester’ – to avoid the blatant promotion of ‘austerity,’ which might encourage people to correctly think of Greece as an example.

So-called “free trade” agreements function as transnational austerity and ‘structural reform’ treaties: they grant corporations unlimited access to markets, protect them from competition, heavily subsidize them, privatize anything and everything, deregulate as much as possible, destroy the environment, and facilitate the unimpeded plundering of resources and exploitation of labour.

Make no mistake: the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) is little more than a transatlantic corporate coup. Corporations created the demand for the agreement, lobbied and promoted the agenda with political elites, and direct the entire process, ensuring that their interests are met.

It would seem, then, that it is time for activists, intellectuals, and communities and organizations of people to reach out across the Atlantic in an effort to create an organized resistance to transatlantic corporate tyranny, consolidation and colonization.

Corporations are undertaking unprecedented drives for the accumulation of profit and power, promoting agendas and projects which re-shape the world in their image, treating governments as toys, the environment as an enemy, and impoverishing populations around the world. We are witnessing a transnational social engineering project, driven by large corporations, aimed at facilitating economic, financial, political and social consolidation into their hands.

Welcome to the era of Cosmopolitical Corporate Consolidation and Colonization.

Will you accept that as legitimate? Will you accept such an agreement? Who agreed to it? Did you? Were you consulted? Have you even heard of it before?

The real question is: will we sit passively as we are led to Extinction Inc., or will we actually stand up, organize, and do something about it?

Appendix 1: Leadership of the Atlantic Council

Among the leadership on the board of directors of the Atlantic Council are Brent Scowcroft, former U.S. National Security Adviser (to presidents Ford and Bush, Sr.), Richard Armitage, James E. Cartwright, Wesley Clark, Paula Dobriansky, Christopher Dodd, Stephen Hadley, Michael Hayden, James L. Jones, Henry Kissinger, Thomas Pickering, Anne-Marie Slaughter, James Steinberg, John C. Whitehead, and with a group of honorary directors including: Madeleine Albright, James Baker, Harold Brown, Frank Carlucci, Robert Gates, Michael Mullen, William Perry, Colin Powell, Condoleezza Rice, James Schlesinger, George Shultz, and John Warner, among others.

On the Business and Economics Advisors Group to the Atlantic Council, there are executives and management from the following companies and institutions: Deutsche Bank, Institute of International Finance, Center for Global Development, AIG, BNP-Paribas, Rock Creek Global Advisors, the Stern Group, Harvard, and the Peterson Institute for International Economics. The International Advisory Board of the Atlantic Council includes Josef Ackermann (Chairman of Zurich Insurance), Shaukat Aziz (former prime minister of Pakistan), Jose Maria Aznar (former PM of Spain), Zbigniew Brzezinski (former US National Security Advisor), and with top executives from: Occidental Petroleum, SAIC, the Coca-Cola Company, PwC, News Corporation, Royal Bank of Canada, BAE Systems, the Blackstone Group, Thomson Reuters, Lockheed Martin, Bertelsmann, Novartis, and Investor AB, among others.

Appendix 2: Leadership of the German Marshall Fund

The board of trustees of the GMF includes a host of corporate executives and news commentators, and their funding also comes from a coterie of governments, major foundations, and multinational corporations including: Bank of America Foundation, BP, Daimler, Eli Lilly & Company, General Dynamics, IBM, NATO, Rockefeller Brothers Fund, and USAID, among many others.

Appendix 3: Leadership of the Business Roundtable

Other members of the executive committee include the CEOs of Honeywell, Dow Chemical, Procter & Gamble, MasterCard, Xerox, American Express, Eaton, JPMorgan Chase, Wal-Mart, General Electric, Caesars Entertainment, Caterpillar, McGraw-Hill, State Farm Insurance, AT&T, Frontier Communications, and ExxonMobil.

Appendix 4: Leadership of the ERT

As of 2013, members of the ERT included the CEOs of Ericsson, Siemens, Telecom Italia, BASF, Nestlé, Repsol, ThyssenKrupp, TOTAL, Rio Tinto, Fiat, Nokia, EADS, ABB, Lafarge, GDF SUEZ, BMW, Eni, BP, Royal Dutch Shell and Investor AB, among many others.

Appendix 5: Corporate Partners of BusinessEurope

BusinessEurope counts among its “partner companies,” notable multinational conglomerates that make up the Corporate Advisory and Support Group who “enjoy an important status within BUSINESSEUROPE,” including: Accenture, Alcoa, BASF, Bayer, BMW, BP, Caterpillar, Diamler, DuPont, ExxonMobil, GDF Suez, GE, IBM, Microsoft, Pfizer, Shell, Siemens, Total, and Unilever, among many others.

Appendix 6: Companies Represented on the Board of the US Chamber of Commerce

The board of directors of the Chamber includes top executives and representatives from the following institutions and corporations: Accenture, Allianz of America, AT&T, Pfizer, FedEx, The Charles Schwab Corporation, Xerox, Rolls-Royce North America, Dow Chemical, Alcoa, UPS, Caterpillar, New York Life Insurance Company, Deloitte, the Carlyle Group, 3M, Duke Energy, Siemens, Verizon, IBM, and Allstate Insurance, among many others.

Appendix 7: Task Force Members

Other task force members represented such institutions as: Tufts University, Foreign Policy magazine, Standard Chartered Bank, the Business and Industry Advisory Committee to the OECD, Facebook, a former EU Ambassador to the US, a former senior VP of the World Bank, Deloitte Touche, and Susan Schwab, a former United States Trade Representative.

Appendix 8: Corporate Representatives on the PEC

Obama’s PEC includes CEOs and executives from Boeing, Xerox, Dow Chemical, UPS, Walt Disney Company, Warburg Pincus, Caesars Entertainment, Ford, Verizon, JPMorgan Chase, Ernst & Young, and Archer Daniels Midland, among others.

Appendix 9: Participants in New York Fed Conference

The program for the event was to include opening remarks from the president of the New York Fed, William Dudley, and would also include the EU’s ambassador to the United States, Joao Vale de Almdeida; the European Commission’s director-general for Economic and Financial Affairs, Marco Buti; and individuals from Columbia University, Johns Hopkins School of Advanced International Studies, MIT, the Brookings Institution, University of Cambridge, the EU-based think tank Bruegel, Morgan Stanley, European Banking Authority, former Federal Reserve Chairman Paul Volcker was chair of the panel on ‘Transatlantic Dimensions of Financial Reform,’ and with Olli Rehn, Vice President of the European Commission and Commissioner for Economic and Monetary Affairs (a central figure of the ‘austerity’ hierarchy) as the ‘keynote’ speaker.

http://andrewgavinmarshall.com/2013/05/12/large-corporations-seek-u-s-european-free-trade-agreement-to-further-global-dominance/

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