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[20.05.2013] di Juan Cole    (trad. di Levred per GilGuySparks)

Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin ha tracciato una linea da non oltrepassare sulla Siria, il cui governo è determinato a mettere al riparo da un rovesciamento. Dalla fine della guerra fredda nel 1991 l’orso russo non si affermava con tanta forza oltre i suoi confini a sostegno di rivendicazioni in base al suo status di grande potenza. In sostanza, la Russia sta cercando di svolgere il ruolo in Siria che la Francia ha avuto in Algeria nel 1990, sostenendo il governo militare contro i ribelli, molti dei quali legati all’Islam politico. La Francia e i suoi alleati hanno prevalso, a costo di circa 150.000 morti. Putin e il presidente siriano Bashar al-Assad possono strappare lo stesso tipo di vittoria?

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Anche per il fatto che militarmente Damasco resiste contro i ribelli, Putin si è mosso energicamente sui palcoscenici internazionali e regionali. Il governo russo ha convinto il segretario di Stato statunitense John Kerry a sostenere una conferenza internazionale volta ad una soluzione negoziata. Putin ha redarguito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu riguardo agli attacchi aerei del suo paese su Damasco. Mosca sta inviando sofisticate batterie antiaeree, missili anti-sottomarino e altre munizioni per l’assediato Assad, e ha appena annunciato che 12 navi da guerra russe pattuglieranno il Mediterraneo. Le azioni russe hanno suscitato allarme a Tel Aviv e a Washington, anche perchè esse sono state elogiate a Damasco e a Teheran.

Il regime siriano ha avuto un efficace impatto militare nelle ultime settimane. Ha svolto una cruenta offensiva nelle aree rurali di Damasco, fortificando la capitale. Con il sostegno di Hezbollah, ha preso d’assalto la regione di Quseir, sotto il controllo dei ribelli, vicino nord del Libano, un’importante via di contrabbando per i ribelli e passaggio chiave per la città centrale di Homs. Il governo Baath ha bisogno di tenere Homs per permettere alla Russia di rifornire la capitale attraverso il porto siriano di Latakia, sul Mediterraneo. Le vittorie del governo siriano non sarebbero state possibili senza l’aiuto russo e iraniano.

A livello regionale, si è formato un asse Mosca-Teheran intorno alla Siria che resiste ai ribelli sostenuti da Qatar e Arabia Saudita. Il predominio crescente nelle forze combattenti ribelli nel nord da parte di gruppi radicali come il Fronte al-Nusra, che è apertamente affiliato ad al-Qaeda, ha portato ad un decadimento del sostegno alla rivoluzione anche in Arabia Saudita. La maggior parte dei siriani che si oppongono al governo non sono radicali o addirittura fondamentalisti, ma questi ultimi hanno avuto il miglior record di vittorie militari. Le caratterizzazioni russe dei ribelli come terroristi radicali sono una forma di propaganda di guerra, tuttavia, sono state efficaci (sic! ndt). Il piano saudita e giordano di creare un fronte meno radicale d’opposizione meridionale a Deraa ha incontrato una battuta d’arresto, in quanto il regime ha riconquistato quella città la scorsa settimana. Doha e Riyadh sono sbigottite dalla controffensiva sostenuta dalla Russia.

Allo stesso tempo, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha messo a segno un colpo due settimane fa, convincendo Kerry a sostenere la conferenza internazionale sulla Siria, alla quale sia il governo Baath che i ribelli sarebbero stati invitati, come fase preliminare verso una soluzione negoziata del conflitto (il santo graal russo). L’accordo ha rappresento una discesa verso il basso per l’amministrazione Obama, che in precedenza aveva insistito sul fatto delle dimissioni di Assad come prerequisito per una risoluzione, cosa che il comunicato congiunto russo-americano rilasciato a seguito della riunione Kerry-Lavrov a Mosca ha vistosamente evitato. Lavrov, esperto dell’Asia meridionale e chitarrista poeta, parla come se ciò che è successo in Yemen, con una soluzione negoziata ed un governo di unità nazionale, sia uno scenario plausibile per la Siria. Ma così tanto sangue è stato versato in quest’ultima che una vittoria militare da un lato o dall’altro ora sembra molto più probabile.

Quando fonti del Pentagono hanno diffuso la notizia che le esplosioni a Damasco il 5 maggio erano conseguenza di un attacco aereo israeliano, Putin sembra fosse livido. Ha rintracciato Netanyahu durante la visita del primo ministro a Shanghai e lo ha redarguito al telefono. I due si sono incontrati la scorsa settimana a Mosca, dove Putin si presume abbia indirizzato a Netanyahu un energico avviso. Successivamente, il governo del Likud ha fatto trapelare al New York Times che il suo obiettivo nel raid aereo era stato solo quello di evitare che armi siriane fossero trasferite ad Hezbollah in Libano, non di aiutare a rovesciare il governo Baath. Gli israeliani stavano chiaramente cercando di evitare di provocare ulteriormente l’ira Mosca, e hanno voluto inviare un segnale a Damasco che sarebbero rimasti neutrali sulla Siria (fatto smentito da recenti notizie ndt), ma non riguardo ad un ulteriore rifornimento di armi ad Hezbollah.

Putin, visibilmente non rasserenato dal chiarimento di Netanyahu, ha risposto annunciando con forza l’invio in Siria di missili cruise anti-nave Yakhont e di aver in progetto di spedire le sofisticate batterie antiaeree S-300. Sia il capo dello stato maggiore statunitense Gen. Martin Dempsey e che analisti militari israeliani hanno protestato per le spedizioni russe. Anche se Netanyahu ha continuato ad insistere sul fatto che Israele avrebbe bombardato la Siria a piacimento, qualora sospettasse l’invio di forniture a Hezbollah, Putin aveva, in modo chiaro, fatto proprio elevare i rischi di un tale intervento.

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Le motivazioni della Russia sono state talvolta attribuite ai profitti che realizza dal commercio di armi con la Siria, risalente al periodo sovietico, ma l’attività è in realtà abbastanza limitata. Altri hanno suggerito che l’affitto della Siria alla Russia di una base navale a Tartus, unico punto d’appoggio della Russia sul Mediterraneo, sia da tenere in considerazione. Piuttosto, il sostegno della Russia ad Assad è parte della sua riaffermazione sulla scena mondiale come grande potenza con aree sotto il proprio controllo. Putin vuole elevare la Russia dal nono al quinto posto tra le economie capitalistiche più grandi al mondo. Scottata dall’aggressiva espansione americana della NATO in Europa orientale e dall’insediamento di basi americane in Asia centrale, Mosca è determinata a recuperare le sue ex sfere di influenza. Inoltre, alcuni analisti militari russi di alto rango vedono “le rivoluzioni colorate” come una manovra da parte della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti per rovesciare governi ostili e per poi saccheggiare delle risorse quegli stati di conseguenza indeboliti, una tattica che temono minacci la Russia stessa.
Il tracciare una linea da non varcare rispetto alla Siria, in questa prospettiva, è un modo per sottolineare che il regime neo-autoritario di Putin non si ritirerà senza battersi.

La Russia è a sole 24 ore di auto da Aleppo, la metropoli più settentrionale della Siria. Dopo aver schiacciato una rivolta islamica fondamentalista in Cecenia e in Daghestan al volgere del secolo, e dopo aver eretto all’indomani un amichevole governo nello stato ceceno, Mosca diffida della diffusione di movimenti radicali islamici nel vicino Levante. Inoltre, tra il 10 e il 14 per cento dei siriani sono cristiani, molti dei quali appartenenti al ramo ortodosso orientale che predomina nella stessa Russia. La Chiesa ortodossa russa, un bacino elettorale chiave per Putin, si è opposta al rovesciamento del governo Baath laico, vedendolo come un protettore di quei correligionari. L’intendimento del Ministero degli Esteri russo emerge dal suo comunicato stampa di sabato sulla recrudescenza del radicalismo sunnita in Iraq nelle ultime settimane. Lamentandosi di quelli che sono definiti attacchi terroristici a Mosul e a Baghdad, il sito web del ministero affermava, secondo una traduzione svolta dall’Open Source Center del governo degli Stati Uniti, “siamo particolarmente preoccupati per l’aumento delle tensioni settarie in Iraq, che si stanno trasformando in un confronto armato diretto tra elementi radicali nelle comunità sciite e sunnite. Ciò è dovuto in gran parte alla situazione di crisi nella vicina Siria e alla diffusione delle attività terroristiche di militanti che vi operano.” In altre parole, la Russia considera la rivoluzione siriana come dominata da gruppi connessi ad al-Qaida, come il Fronte al-Nusra. Mosca vede la guerra civile come un evento destabilizzante con il potenziale di radicalizzare il Medio Oriente, che appare come il suo ventre molle.

La quantità dell’attività dei ribelli siriani è rallentata in maniera palpabile nel mese scorso, mentre la replica di Putin ha consolidato la determinazione a Damasco e dato al suo esercito i mezzi per riconquistare territorio. Il presidente russo sta tessendo una rete di protezione intorno al suo cliente, respingendo i venti wahhabiti del fondamentalismo islamico che soffiano dalla penisola arabica. Ha anche resistito all’intervento opportunistico israeliano, preoccupato che possa ulteriormente destabilizzare Damasco. Allo stesso tempo, è riuscito ad imprimere su Washington la necessità di una soluzione negoziata, idea che il presidente Obama, a lungo ombroso riguardo all’invio di truppe in ulteriori probabili pantani mediorientali, ha iniziato a tollerare. La fornitura di Putin di potenti nuovi sistemi di armamenti militari ad Assad, e il suo invio di navi da guerra della flotta russa del Pacifico attraverso lo stretto di Gibilterra nel Mediterraneo, rendono chiaro che tutta la forza della potenza militare russa è, se necessario, al servizio della suo cliente Baath. La mossa di Putin potrebbe o non potrebbe avere successo, ma dimostra in modo indiscutibile che l’epoca dell’unica superpotenza e dell’unilateralismo americano sta tramontando in favore di un mondo multipolare.

http://www.truthdig.com/report/item/revenge_of_the_bear_russia_strikes_back_in_syria_20130521/

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  • Revenge of the Bear: Russia Strikes Back in Syria

By Juan Cole

President Vladimir Putin of the Russian Federation has drawn a line in the sand over Syria, the government of which he is determined to protect from overthrow. Not since the end of the Cold War in 1991 has the Russian Bear asserted itself so forcefully beyond its borders in support of claims on great power status. In essence, Russia is attempting to play the role in Syria that France did in Algeria in the 1990s, of supporting the military government against rebels, many of them linked to political Islam. France and its allies prevailed, at the cost of some 150,000 dead. Can Putin and Syrian President Bashar al-Assad pull off the same sort of victory?

Even as Damascus pushes back against the rebels militarily, Putin has swung into action on the international and regional stages. The Russian government persuaded U.S. Secretary of State John Kerry to support an international conference aimed at a negotiated settlement. Putin upbraided Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu over his country’s air attacks on Damascus. Moscow is sending sophisticated anti-aircraft batteries, anti-submarine missiles and other munitions to beleaguered Assad, and has just announced that 12 Russian warships will patrol the Mediterranean. The Russian actions have raised alarums in Tel Aviv and Washington, even as they have been praised in Damascus and Tehran.

The Syrian regime has been on a military roll in the past few weeks. It has made a bloody push into the hinterlands of Damascus, fortifying the capital. With Hezbollah support, it has assaulted the rebel-held Qusair region near northern Lebanon, an important smuggling route for the rebels and the key to the central city of Homs. The Baath government needs to keep Homs in order for Russia to resupply the capital via the Syrian port of Latakia on the Mediterranean. The Syrian government’s victories would not have been possible without Russian and Iranian help.

Regionally, a Moscow-Tehran axis has formed around Syria that is resisting Qatari and Saudi backing for the rebels. The increasing dominance of rebel fighting forces in the north by radical groups such as the al-Nusra Front, which has openly affiliated itself with al-Qaida, has resulted in a falloff of support for the revolution even in Saudi Arabia. Most Syrians who oppose the government are not radicals or even fundamentalists, but the latter have had the best record of military victories. Russian characterizations of the rebels as radical terrorists are a form of war propaganda; however, they have been effective. The Saudi and Jordanian plan to create a less radical southern opposition front at Deraa has met with a setback, since the regime recaptured that city last week. Doha and Riyadh are reeling from the Russia-backed counteroffensive.

At the same time, Russian Foreign Minister Sergei Lavrov pulled off a coup two weeks ago by persuading Kerry to support the international conference on Syria, to which both the Baath government and the rebels would be invited, as a way station toward a negotiated settlement of the conflict (Russia’s holy grail). The agreement represented a climb-down for the Obama administration, which had earlier insisted that Assad leave office as a prerequisite to a resolution, language that the joint Russian-American communique issuing from the Kerry-Lavrov meeting in Moscow conspicuously avoided. Lavrov, a South Asia expert and guitar-playing poet, speaks as though what happened in Yemen, with a negotiated solution and a government of national unity, is a plausible scenario for Syria. But so much blood has been spilled in the latter that a military victory by one side or the other now seems far more likely.

When sources in the Pentagon leaked the information that explosions in Damascus on May 5 were an Israeli airstrike, Putin appears to have been livid. He tracked down Netanyahu on the prime minister’s visit to Shanghai and harangued him on the phone. The two met last week in Moscow, where Putin is alleged to have read Netanyahu the riot act. Subsequently, the Likud government leaked to The New York Times that its aim in the airstrike had been only to prevent Syrian munitions from being transferred to Hezbollah in Lebanon, not to help in overthrowing the Baath government. The Israelis were clearly attempting to avoid further provoking Moscow’s ire, and wanted to send a signal to Damascus that they would remain neutral on Syria but not on further arming of Hezbollah.

Putin, not visibly mollified by Netanyahu’s clarification, responded by announcing forcefully that he had sent to Syria Yakhont anti-ship cruise missiles and was planning to dispatch sophisticated S-300 anti-aircraft batteries. Both U.S. Chairman of the Joint Chiefs of Staff Gen. Martin Dempsey and Israeli military analysts protested the Russian shipments. Although Netanyahu went on insisting that Israel would bomb Syria at will when it suspected supplies were being sent to Hezbollah, Putin had clearly just raised the risks of such intervention.

Russia’s motives have sometimes been attributed to the profits it realizes from its arms trade with Syria, going back to the Soviet era, but that business is actually quite small. Others have suggested that Syria’s leasing to Russia of a naval base at Tartous, Russia’s only toehold on the Mediterranean, is a consideration. Rather, Russia’s support of Assad is part of its reassertion on the world stage as a great power with areas under its control. Putin wants to raise Russia from the world’s ninth- to fifth-largest capitalist economy. Smarting from the aggressive American expansion of NATO into Eastern Europe and the planting of U.S. bases in Central Asia, Moscow is determined to recover its former spheres of influence. In addition, some senior Russian military analysts see “color revolutions” as a ploy by the U.S. Central Intelligence Agency to overthrow unfriendly governments and then to plunder the resulting weak states of their resources, a tactic they fear menaces Russia itself. Drawing a line at Syria, in this view, is a way of underscoring that Putin’s own neo-authoritarian regime will not go quietly.

Russia is only a 24-hour drive from Aleppo, Syria’s northernmost metropolis. Having crushed a Muslim fundamentalist uprising in Chechnya and Dagestan at the turn of the century, and having stood up a friendly Chechen state government in the aftermath, Moscow is wary of the spread of radical Muslim movements in the nearby Levant. Moreover, some 10 to 14 percent of Syrians are Christians, many of them belonging to the Eastern Orthodox branch that predominates in Russia itself. The Russian Orthodox Church, a key constituency for Putin, has opposed the overthrow of the secular Baath government, seeing it as a protector of those coreligionists.

The thinking of the Russian foreign ministry is clear from its Saturday press release on the revival of the radical Sunni insurgency in Iraq in recent weeks. Complaining about what it termed terrorist attacks in Mosul and Baghdad, the ministry’s website said, according to a translation done for the U.S. government’s Open Source Center, that “We are particularly concerned about growing sectarian tensions in Iraq, which are turning into a direct armed confrontation between radical elements in the Shi’a and Sunni communities. This is largely due to the crisis situation in neighboring Syria and the spread of terrorist activities of militants operating there.” In other words, Russia sees the Syrian revolution as dominated by al-Qaida-linked groups such as the al-Nusra Front. Moscow views the civil war as a destabilizing event with the potential for radicalizing the Middle East, which it views as its soft underbelly.

The momentum of the Syrian rebels has palpably slowed in the last month, as Putin’s riposte has stiffened the resolve in Damascus and given its military the wherewithal to regain territory. The Russian president is weaving a protective web around his client, fending off the Wahhabi winds of Muslim fundamentalism blowing from the Arabian Peninsula. He has also pushed back against opportunistic Israeli intervention, worried that it might further destabilize Damascus. At the same time, he has impressed on Washington the need for a negotiated settlement, an idea that President Obama, long skittish about sending troops into further possible Middle East quagmires, has begun to tolerate. Putin’s supply of powerful new weapons systems to Assad’s military, and his dispatch of warships from the Russian Pacific fleet through the Strait of Gibraltar into the Mediterranean, make clear that the full force of Russian military might is, if need be, at the service of its Baath client. Putin’s gambit may or may not prove successful, but he is indisputably demonstrating that the age of the sole superpower and of American unilateralism is passing in favor of a multipolar world.

http://www.truthdig.com/report/item/revenge_of_the_bear_russia_strikes_back_in_syria_20130521/

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