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[09.05.2013] di GilGuySparks

Questa società è come un uomo che cade dall’ultimo piano di un palazzo ed ogni piano che oltrepassa, dice tra sé: «Fin qui tutto bene… fin qui tutto bene». Ma il problema non è la caduta, il problema è l’impatto.” (da L’Haine di Mathieu Kassovitz)

Mentre una buona parte dell’umanità lotta quotidianamente per raggiungere il minimo indispensabile alla propria sopravvivenza, una minoranza occidentale atlantica è impegnata a mantenere posizioni di predominio sui popoli del mondo e sulle loro risorse. Attraverso un sistema onnipotente di multinazionali dai rapporti concatenati, che a parole predicano il liberismo più sfrenato ma nel segreto delle loro oligarchie ambiscono a posizioni incontrastate di monopolio nella gestione delle risorse e nella loro trasformazione in merci, il capitalismo mondiale è entrato in quella fase della propria ristrutturazione che definirà le sorti conclusive, non solo del genere umano, ma dell’intera biosfera terrestre.

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Davanti allo stillicidio di notizie, provenienti da tutto il mondo, di disastri ecologici devastanti, dalla perdita di migliaia di tonnellate di petrolio nel Golfo del Messico al disastro di Fukushima, dalle morie quotidiane di lontre, delfini, balene, pipistrelli, api, allo scioglimento dei ghiacciai artici, termoregolatori climatici di trascurata importanza, molti di noi hanno contemplato, ma solo come idea fugace, la possibilità che tutti questi avvenimenti possano essere chiari segni del fatto che, proprio noi, potremmo esser destinati a vivere tempi che, a buona ragione, dovremmo definire ultimi.

Ma quest’idea orribilmente credibile, l’abbiamo relegata nell’ambito degli accadimenti potenziali ma inverificabili; l’abbiamo scartata con illogica razionalità, perché tirare le somme di una simile constatazione comporterebbe un risveglio dolorosissimo alla luce di una nuova devastante consapevolezza.
Ogni giorno scegliamo di rimuovere quell’angoscia che subentra in chi prende atto, ma solo per una frazione di infinitesimale di tempo, dell’irreversibilità del danno che ormai è stato arrecato all’ecosistema.

Certo abbiamo delle pallide notizie di autoconsolazione, degli orango nel Borneo sono stati messi in salvo, una balenottera spiaggiata è stata ricondotta in acque profonde, in qualche paese europeo sono stati momentaneamente messi al bando alcuni pesticidi, un eroico australiano ha preservato una colonia di koala.  Questi fatti possono rappresentare un’illusoria tregua rispetto all’emergere di quel tarlo che, presso alcuni di noi, ormai alberga da tempo, la percezione, sempre più pressante di un’estinzione a breve termine.

Le recenti riflessioni di Daniel A. Drumright, da sempre ambientalista radicale che si è interessato di climatologia negli ultimi 24 anni, e che è stato un caustico “teorico del collasso” negli ultimi 12, non lasciano margini a speranze auto-consolatorie o al perdurare di auto-illusioni che dislochino questo evento estremo nella sfera di un possibile futuro che non apparterrebbe al nostro orizzonte biologico temporale.

In un lunghissimo e raffinato saggio dal titolo “L’inconciliabile accettazione di un estinzione a breve termine” esplora ciò che è senza dubbio, il più grande e singolare evento nella storia documentata della nostra specie, il punto di vista di chi ha maturato la convinzione e di conseguenza “l’accettazione, che l’umanità abbia ormai superato numerose soglie climatiche irreversibili” e “che, così facendo, abbia dato inizio ad una problematica estinzione a breve termine della maggior parte della vita entro i prossimi decenni.

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Dopo aver trascorso l’intera esistenza nella lotta contro la distruzione sistematica dell’ecosistema da parte del sistema industriale, mettendo giorno dopo giorno assieme le prove inequivocabili dell’imminente collasso della società industriale capitalistica, Daniel A. Drumright ha voluto consegnarci un’amara riflessione destinata a chi è già arrivato per suo conto ad una simile consapevolezza. L’ambientalista mette in guardia i lettori che ancora si barcamenano tra consapevolezza e incertezza ma afferma a questo punto di non avere “assolutamente alcun interesse nel cercare di convincere qualcuno che questa congettura sia vera o falsa. Nessuno dovrebbe lasciarsi persuadere da nessuno in merito alla questione in oggetto. La decisione di condividerla, è nostra e solo nostra.

Secondo Drumright, la realtà elencatoria e declamatoria dei misfatti contro il pianeta è ormai priva di un reale significato, la denuncia risulta sempre più fine a sé stessa, in quanto rivolta a persone incapaci di afferrare la drammaticità del momento che l’umanità e l’intera biosfera sta sperimentando, eppure: “la prova a disposizione è di facile accesso, la scritta sul muro non ha bisogno di essere decifrata. La teoria di un cambiamento climatico galoppante è stata in circolazione per decenni, e ora il mondo intero è in grado di assistere allo svolgersi di questa catastrofe in tempo reale. Ma questo non implica affatto che il mondo stia guardando.

Il ragionamento filosofico di Drumright sceglie di collocarsi oltre qualsiasi previsione catastrofica del più estremo pessimismo ecologista e giunge  ad un livello di coscienza che pone interrogativi etici, esistenziali e in definitiva metafisici: “Io sono del parere che ogni conversazione post-accettazione di un’estinzione nel breve periodo (NTE) sia palesemente commiserativa. La post-accettazione di un’estinzione nel breve periodo (NTE), in contrasto con la nostra precedente accettazione vacillante, equivale logicamente al disfattismo, chiaro e semplice. Questa è una distinzione fondamentale, e probabilmente rappresenta una prima scissione in questo nuovo nucleo di consapevolezza. L’aspetto a posteriori dell’accettazione si potrebbe considerare LA distinzione cruciale, perché è la differenza tra la sublimazione di aver fatto i conti con ciò che noi consideriamo essere inevitabile, rispetto alla nostra vacillante confutazione di tale inevitabilità, che ci offre ancora moltissime illusioni. E’ l’accettazione dell’inevitabilità di un’estinzione nel breve periodo (NTE) che configura il rifiuto di tutto il resto, che è la ragione per la quale questo è un fattore chiave nel determinare il modo in cui vivremo la nostra vita da qui in avanti.

Ma quale è il significato di un’estinzione a breve termine alla luce dell’immaginario culturale? A nessuno di noi sfugge il significato delle parole, estinzione a breve termine, e ciò che implicano quando esse sono legate assieme. Ci ritroviamo così davanti ad un bivio cruciale, quale pillola sceglieremo, la blu o la rossa?
Drumright per spiegare il dilemma che ci pone l’accettazione consapevole dell’estinzione a breve termine, ricorre alla metafora della pillola rossa tratta dal film culto della cyberculture, Matrix nel quale il capitano Morpheus dice al protagonista Neo: “Questa è la tua ultima occasione. Dopo questo non si torna indietro. Prendi la pillola blu: la storia termina, ti svegli nel tuo letto e credi a quello a cui vuoi credere. Prendi la pillola rossa: stai nel Paese delle Meraviglie ed io ti mostro quanto è profonda la tana del coniglio.

La “pillola rossa” è divenuta una frase popolare nella cyberculture dove ha assunto il significato di attitudine all’esercizio del libero pensiero e risveglio da una vita “normale”, assorbita da ignavia e ignoranza. Chi sceglie la pillola rossa opta per la verità; non importa quanto insostenibile e doloroso possa essere mantenere lo sguardo sul precipizio che ci sta davanti. Il problema secondo Drumright è che : “noi non viviamo in una realtà fattuale, viviamo in una cultura interpretativa del tutto soggettiva, dove la fattualità da pillola rossa di qualcosa come un’estinzione a breve termine vede raramente la luce del giorno.

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Come mai la quasi totalità delle persone sceglie di non vedere la realtà dei fatti? Drumright risponde che l’intero concetto di un’estinzione a breve termine è ancora il concetto più profondamente astratto con il quale sia mai confrontata la razza umana. Anche se i segni sono ovunque si decida guardare, la totalità del suo impatto complessivo rimane ancora abbastanza in lontananza, perché un trincerato senso di autoconservazione la rende un’astrazione nella nostra vita quotidiana. […] Quindi, non è l’eventuale estinzione, che ci è estranea, ma piuttosto l’accettazione della sua tempistica a breve termine.

Chi ha raggiunto la piena accettazione dell’imminente estinzione si trova ad essere “veramente in un luogo, in cui letteralmente nessuno è mai stato prima. […] Ma più riflettiamo su questa realtà demoralizzante, peggio è.
Drumright ritiene che la situazione attuale sia un tunnel senza uscita e che questo genere di consapevolezza “richieda un grado di maturità emotiva che è quasi indistinguibile dalla follia all’interno della cultura occidentale.

Ma se la situazione irrimediabile in cui versa il pianeta appare ormai senza soluzione, lo stato dell’individuo che accetta il terribile fardello della consapevolezza dell’estinzione a breve termine “è un completo vicolo cieco intellettuale a meno che non siamo in grado di cercare in qualche modo di manifestare creativamente questa consapevolezza nel tempo che ci resta.

Mentre la società industriale capitalistica precipita in caduta libera, ignorando platealmente il momento della resa dei conti, essa si comporta esattamente con lo stesso atteggiamento del singolo riguardo alla propria morte individuale, la colloca nell’eventualità di un orizzonte possibile e così facendo la rimuove come aspetto contemplabile.

Tra i frequentatori dell’idea di un’imminente estinzione troviamo un’altra voce, quella di Thomas A. Lewis che affida al pezzo dal titolo “Brace for impact. The crash of industrial age” le sue considerazioni riguardo al tracollo della società industriale: “La gravità della situazione è difficile da valutare, perché gli effetti negativi delle pratiche industriali non vengono discussi pubblicamente, tanto meno affrontati. Ciò è dovuto soprattutto alle industrie che, nel causare il danno, stanno facendo una grande quantità di denaro. Allo scopo di proseguire in questo modo, spendono liberamente i loro soldi per influenzare la politica e per una propaganda progettata per distrarci dal fatto che stanno tenendo i profitti per sé stessi e lasciando le conseguenze agli altri.

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Eppure anche le grandi multinazionali sono formate da uomini e donne che potrebbero rendersi conto delle conseguenze che le decisioni dei loro consigli di amministrazione stanno avendo sull’intero pianeta, eppure non solo non sembrano prendere coscienza, ma sono schierati tra i più feroci detrattori dei cambiamenti climatici e dei danni che il sistema industriale capitalista sta arrecando al pianeta.
A questa osservazione Lewis risponde con le parole dello scrittore statunitense Upton Beall Sinclair Jr. che non aveva dubbi al riguardo e affermava: “E’ difficile far comprendere ad un uomo qualcosa, quando il suo stipendio dipende dal non capirlo.

Il fatto, secondo Thomas A. Lewis, è che siamo ormai a corto di petrolio, di cibo e di acqua ma soprattutto di tempo e il consumatore occidentale: “si trova sul ponte di un Titanic e viene ingannato dalle lusinghe di un buffet libero, da un ambiente raffinato e da un equipaggio che mormora continuamente: «niente può andare storto.»
Eppure, la piattaforma si inclina, l’acqua si riversa fin sotto coperta, e non ci vuole un ingegnere navale per concludere che quella nave non può essere salvata.

Daniel A. Drumright ritiene che la caduta libera della società capitalista sia ormai inarrestabile e che saremo testimoni, in tempi brevi, non solo del suo crollo ma anche del dispiegarsi di una sconfinata barbarie, promossa dalle oligarchie e dagli stati che tenteranno di assicurare il perdurare del proprio potere tra carestie globali, guerre e la conseguente morte di buona parte della popolazione mondiale; egli parla a chi ha già maturato una simile consapevolezza e ragiona su come prepararsi psicologicamente ad affrontare l’estinzione.

Thomas A. Lewis, invece, nonostante la catastroficità della  situazione globale, lascia intravvedere una, seppur flebile, speranza per noi e il pianeta; parafrasando Drumright, potremmo affermare che Lewis non riesce ancora a sostenere lo sguardo sull’ineluttabile precipizio che si staglia davanti al genere umano.
In un estremo tentativo di trovare una via di fuga ad una prospettiva di estinzione globale, Thomas A. Lewis ci dice che nonostante tutto “i materiali con i quali la società potrebbe costruire una scialuppa di salvataggio sono a portata di mano. Chiunque può scegliere di vivere in modo sostenibile […] ma non vi è alcuna garanzia che le persone possano essere pronte in tempo. Tuttavia, può essere l’unica speranza legittima di fronte ad un futuro che diviene oscuro  velocemente.
In ultima istanza Lewis sembra confidare ancora in uno sviluppo sostenibile che alla prova quotidiana dei fatti sembra essere costituito da fragili illusioni.

Abbiamo tutte le informazioni per essere consapevoli dello tzunami che ci corre incontro, sta a noi fare una scelta, con la certezza che “la verità è una condanna a vita per coloro che le attribuiscono valore”.

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.» (Morpheus a Neo – Matrix)

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